sabato, febbraio 28, 2026

Primo marzo. Nascita di Leone Luca Abate. La sua vita in fama di santità in una libera traduzione dai manoscritti in latino rinvenuti


Mariuccia Stelladoro
DI 
MARIUCCIA STELLADORO

Il beato e degno confessore di Cristo Luca, il cui nome è anche Leone, fu oriundo dalla Sicilia, da un borgo chiamato Corleone. I suoi genitori, cristianissimi e illustri tra i Siciliani, per divino volere, generarono questo figlio nel periodo in cui la Sicilia incominciava ad essere devastata dai Vandali (in senso lato, sono tutti i popoli che ostacolavano il cristianesimo con violenza, proprio come i Vandali - nda). 

Suo padre si chiamava Leone e sua madre Teotiste. Essi, dunque, che educarono il figlio nel timore di Dio, non lo iniziarono né alla guerra, né agli oziosi studi della filosofia mondana, ma ai semplici lavori domestici. Infatti, fino all’adolescenza, questa sua somma attività fu ricercata dalla cupidigia del mondo perché diventasse procuratore e pastore degli armenti paterni, come il Beatissimo Davide, che governava le greggi paterne con il conforto divino.


E poiché la divina misericordia sceglie e riconosce sempre nei suoi servi la santa semplicità, indirizzò e spinse anche questo suo eletto al reggimento spirituale del corpo e dell’anima con una pietà non dissimile a quella riservata al santo Davide. E così, essendo ormai spogliato dall’affetto paterno e materno, avendo ormai raggiunto la libertà per la sua orfanezza, non si diede subito alla lascivia, quantunque in lui dominasse la giovinezza, ma ovunque, fuori e a casa, fu invitta guida del corpo con giudizio. Già, infatti, risplendendo in lui lo Spirito Santo, l’animo beato dell’adolescente concepiva alcuni affetti spirituali, i quali sbocciarono oltre misura in beatissime disposizioni d’animo.

In tali situazioni avvenne che un giorno, mentre si occupava degli armenti pastorali, assalito da fervore spirituale, cominciò ad essere travagliato da diversi pensieri del dono divino. Spronato dal validissimo impulso di questi, lasciò subito la sua casa e le sue cose e cercò di raggiungere un rifugio di salvezza: il monastero di S. Filippo, famosissimo nel suo tempo, situato in un luogo denominato Agira.

Qui dunque la sua devozione verso i migliori fu animata dalla felice esortazione del successo. Così in quello stesso monastero trovò un monaco di santa vecchiaia al quale manifestò tutte le aspirazioni della sua coscienza, dicendo: “Padre, se osservi quell’affetto evangelico di carità verso i cristiani, mostra al tuo servo la strada accessibile della divina contemplazione e un sincerissimo spregio di questo mondo”. Allora, quel beato vecchio, contemplatore della forza della divina provvidenza nel santo giovane, rispose: “Figlio mio, in questi luoghi non potrai raggiungere la quiete della santa conversazione poiché anche la nostra isola è tormentata dalle violente incursioni dei Agareni (Saraceni - nda) ed è certamente inabitabile per un cristiano. Tuttavia, poiché, come (Saraceni - nda) vedo, sei chiamato per divina ispirazione alla dolcezza della vita contemplativa, è necessario che tu, per mia esortazione vada verso la quiete delle parti della Calabria, dove, senza dubbio quella intima ispirazione di Cristo, che ti chiamò alla grazia, ti aprirà la porta del tuo aiuto e ti mostrerà la vita della santa consolazione perché lo Spirito Santo dice per mezzo del profeta Davide: “Egli si farà volontà di coloro che temono, esaudirà la loro invocazione e li renderà salvi” (Psal. 144, 18).

Subito dopo il venerando vecchio, tosata la sua chioma, gli impose immediatamente il primo segno del clericato ecclesiastico, promettendolo a Cristo, così come dice l’Apostolo (2Cor. 11, 2) che una casta vergine sposi un solo uomo e, dopo averlo vestito del cilicio, lo licenziò e lo benedisse con queste parole: “La grazia e la virtù del nostro Signore Gesù Cristo conservi e illumini, figlio mio, il tuo cuore e ti liberi dallo scandalo dell’iniquinissimo persecutore”. Poi dunque l’adolescente di buona indole, ubbidendo alla sacra ammonizione, raggiunse il porto e imbarcatosi su una nave approdò in Calabria, dove, mentre vagava ansioso della sua salute spirituale ed errava con sollecitudine della mente e del corpo, trovò per volere di Dio, questo primo aiuto della consolazione e così incontrata una donna calabra, decorata di religiosità, vetustà e dolcezza, le espose alcune sue necessità, cioè chi era, da dove veniva e cosa desiderava. E, chiestole un parere su dove andare e cosa fare, ella gli rispose: “Non potrai, figlio mio, salvarti, girovagando ed errando da un luogo ad un altro. Ma, se desideri raggiungere la vera quiete della salute, mi sembra che sia utile e conveniente la scelta della tua vita dal momento che entri nella congregazione religiosa di qualche cenobio nella quale tu con l’aiuto di Cristo, con gli esempi dei santi e con l’esercizio delle opere giuste, posa progredire nella vita beata e ad essa conformarti”.

E detto questo, lo accomiatò benedicendolo con queste parole: “Il Signore Nostro Gesù Cristo guidi i tuoi passi sulla via della pace, figlio mio!”  

Il beatissimo giovane,  riflettendo nel suo cuore su queste parole della santa donna, le conservò dentro di se nel suo intimo, né tuttavia volle abbandonare il suo desiderio, poiché la pia devozione dell’illustre giovane aveva stabilito che egli non si fermasse in alcun luogo se prima non avesse visitato le tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma. Allora riprese di nuovo il cammino e con molta macerazione di numerosissimi digiuni e con contrizione di cuore, il devoto raggiunse Roma e innanzi alle tombe dei beatissimi Apostoli saziò la sua anima di lacrime e di preghiere. Osservò frattanto questo importantissimo precetto e evangelico: in tutta questa sua peregrinazione non portò con sé né bisacce, né denari, né alcuna mercede per il giorno seguente, memore della promessa divina, che dice: “Ricercate prima il regno di Dio e tutte queste cose vi saranno date in sovrappiù”.

Dopo avere salutato dunque le memorie dei santi Apostoli in contemplativa orazione, ritornò, come è stato detto, in Calabria e dallo Spirito Santo, che lo guidava, fu condotto in un piccolo monastero, sito sui monti detti Mula. L’abate di quel monastero, di nome Cristoforo, essendo di grande santità, somma saggezza e di età avanzata, conobbe per rivelazione dello Spirito Santo, l’arrivo del giovinetto e, radunati i frati del monastero, disse: “Fratelli nostri, sappiate che oggi verrà da noi un giovane, trascurato nell’abito ma ornato di molta grazia spirituale, vestito, tuttavia, di un cilicio sul nudo corpo, il cui nome è Leone e ci è mandato da Dio. Vi prego, fratelli, andategli incontro velocemente e accoglietelo con somma carità e umiltà perché è nostro fratello e confratello e custodirà, per dono di Dio, le conquiste spirituali del monastero”. Allora i frati, bramosi di questa promessa e desiderosi di vederlo, si affrettarono ad avviarsi alla porta del monastero, perché non sapevano quanto sperare (di incontrarlo) da un altro luogo, entrambi gli incontri, cioè quello dei frati da un lato e quello del predetto uomo giusto avvennero meravigliosamente nella stessa posta e nello stesso tempo.  Accoltolo quindi con pio affetto, lo condussero alla presenza del predetto padre Cristoforo, che, con vivo senso di ospitalità profuse molti baci sul suo viso con grande affetto. Perciò, pensando il beato Luca di essere stato confortato per volere divino, si legò già con l’animo, che abbandonò l’idea di peregrinare ancora e decise di trovare stabilità in quel modello per glorificare Dio, che mai nega il proprio aiuto a quanti sperano in lui. Invero, il venerabile abate Cristoforo, considerando per un po’ la conversazione del suo nuovo ospite finché non lo vide risplendere oltremisura con mente instancabile nelle cose spirituali, si rallegrava di lui perché si compiaceva come in uno specchio nella sua mente, dell’eredità del felice successore. Si affrettò anche a fargli indossare l’abito della santa vita religiosa e, secondo il rito della stessa consacrazione, gli pose il nome di Luca e gli disse: “Ecco, figliolo, sei salito sulla croce del Signore. Considera dunque a Chi ti sei associato e con Chi ti sei crocifisso”. Il beato Luca rimase poi in quel monastero sei anni, abituando il suo minuscolo corpo in tanta astinenza da prendere sempre pane e acqua con moderazione più per ristorarsi che per saziarsi. Tanta era la sua umiltà e tanta l’obbedienza verso i franti, tanti in lui gli esercizi di tutte le buone opere che rivolse alla sua ammirazione gli animi di tutti i frati e, quantunque fosse giovinetto, giunse subito ad una perfezione tanto senile; ma, ogni singola notte rigava di lacrime il suo cuscino e sempre condusse vita angelica in contemplazione.

Frattanto l’abate Cristoforo e il beato Luca di comune accordo discendendo nel territorio di Mercurio vi edificarono un monastero, che portarono a compimento in sette anni. Spinti dallo stesso desiderio, spostandosi  in un altro luogo chiamato Vena vi costruirono un altro monastero di ammirevole bellezza e di amena gaiezza  dimorandoviinsieme per circa un decennio. Ma chi è in grado di spiegare con quanto indefesso lavoro e con quanta comune concordia progredirono nella vita santa in modo così grande che la santità ormai matura sembrava procedere massimamente verso gli utili bisogni delle anime, come risulta da questi indizi di presagi? 

Un giorno, infatti, mentre il beato Luca lavorava alle faccende del monastero ed era intento nel suo lavoro un serpente, che balzò fuori all’improvviso, assalì la sua mano con un morso velenoso. Egli, scuotendolo, lo gettò via dalla mano e rimanendo per un bel po’ tra il timore del veleno e la speranza dell’aiuto divino, mentre sentì che non gli era rimasto alcun dolore, si innalzò alle divine grazie, dicendo: “Gloria a te, o Signore, che hai dato ai servi tuoi il potere di calpestare i serpenti e gli scorpioni”.

C’era in quello stesso monastero un giumento piuttosto utile ai frati per trasportare i carichi; questo, allora, colpito da una malattia era ormai prossimo alla morte. Allora, l’uomo di Dio, toccandolo per tre volte con il segno della croce, lo fece guarire subito e tutti quelli che videro ciò, glorificarono il Signore.

Mentre, per umiltà, era andato a tagliare un po’ di legna per i bisogni del monastero e aveva deciso di portarla in un unico fascio oltre le sue forze, considerata la debolezza del suo corpicciolo, divise il peso in due fascetti per trasportarli in due viaggi dal momento che non poteva (trasportarli) tutti insieme. Posto il primo fascetto sulle spalle, cominciò ad avviarsi. Mirabile a dirsi e segno della divina pietà, che si manifesta anche nelle cose umili: l’altro fascetto cominciò a seguire terra a terra le vestigia dell’uomo di Dio cosicché, siccome non sembrava toccare terra né essere trasportato da qualche visibile sostegno, sorse ammirazione tra i  frati, che guardavano mail servo di Dio non era consapevole di ciò. Quel servo di Dio però non si insuperbì per il divino favore ma si ripiegò nell’umiltà del divino timore.

Accadde nello stesso tempo che il grande uomo di Dio Cristoforo, oppresso da un malanno del corpo, raggiungesse l’ultimo giorno della sua vita e, chiamando il beatissimo Luca con gli altri frati del suo monastero, disse: “Ecco, figlioli miei, è giunto ormai il momento della mia liberazione e affrettandomi desidero giungere al buon Dio, che mi chiama. Perciò, o figlio Luca, ti affido il piccolo gregge, che il Signore raccolse in questo monastero. Adempi dunque al tuo ministero e custodisci il deposito (della fede!). Credo infatti e ho fiducia che il Signore Gesù perché vi darà forza fino alla fine e rafforzerà e incrementerà i frutti della vostra giustizia”. Esortando i frati con queste e con altre parole simili a queste e dicendo loro: “Addio! riposò in pace. Allora il beatissimo Luca con i frati onorando il santo corpo con ogni cura, con salmi e con inni spirituali lo seppellì in un luogo eccellente.

Frattanto l’eletto di Dio Luca, testimone pastorale del predetto santissimo uomo ed anche successore ed erede nella cura pastorale, indirizzò ad un solo scopo tutte le cure del suo animo come ricchezze di virtù e si prodigò interamente a coltivare il campo e la vigna del Signore sia per incrementarvi le nuove propaggini dei monaci, che accorrevano, sia per estirparne la zizzania al primo germoglio. Fece progredire così bene i talenti del suo padrone, il fedele amministratore, che ben presto oltrepassò i cento il numero dei monaci che erano pervenuti colà da ogni parte, radunati attorno alla fama della sua santità e che, grazie all’esempio del beato uomo, si allontanavano dalla vita materiale tanto che molti di essi sembravano condurre vita divina.

Un giorno, esortando i fratelli per fortificarli nelle loro necessità, fra gli altri nutrimenti della santa predicazione, addusse loro questo a testimonianza della divina consolazione: “Un tempo - disse - essendo usciti i frati di questo monastero per i loro lavori con l’approvvigionamento, uno di loro rimase nel monastero con un solo pane. Essendo giunti da lui alcuni cacciatori spossati dalla stanchezza e dalla fame e chiedendogli del cibo con insistenza, non esitò a dare loro il pane conservato per suo sostentamento e un poco di mele. Invero, egli stesso a digiuno faticò molto nei lavori domestici fino a sera quando, ormai stanco, per il lavoro e la fame, incominciò a riposare. Aperto l’uscio della cella, vi trovò tre pani caldi e di niveo candore, comprendendo che gli erano stati mandati per volere divino, ringraziò Dio che da il cibo ad ogni mortale”.

Ed ancora, per frenare i pettegolezzi dei frati, proferì queste parole, dicendo che al tempo del beato Cristoforo vi era stato nello stesso monastero un monaco al quale capitò di avere offeso a parole un altro umile. In verità, si sottopose ad una penitenza tale che per venti giorni e altrettante notti soffrì nudo il freddo sui monti di Mormanno finché in uno di quei giorni, fuggendo per la sua nudità, i cacciatori, che gli venivano incontro, si gettò in un gorgo d’acqua freddissimo immergendosi fino al collo. Ora, nei giorni di tanta rigida penitenza non chiedeva a Dio nessun’altra cosa che il perdono di tanta colpa: condotta a termine questa espiazione, fece ritorno al monastero.

Ed egli riferiva sempre a questi frati simili esempi di santi. Si crede che anche quei due esempi fossero del beato Luca ma che nel suo tempo per umiltà trasferì su altri.

Un tempo un paralitico della città di Sassonia fu condotto dall’uomo di Dio; allora, mentre gli si chiedeva la sua guarigione, rispose: “Fratelli, questo compito non è mio, tuttavia per non incorrere nel pericolo del peccato non avendo compassione di lui, non gli negherò il favore della preghiera”. E così, radunati i frati, entrò nell’oratorio, comandando che vi fosse condotto anche il paralitico e che fosse spogliato nudo. Così, pregando con i frati, unse di olio tutto il suo corpo in nome di Gesù Cristo e subito si alzò sano glorificando Dio e ritornò alle sue proprietà con i propri piedi.

L’unico figlio di un cittadino di Sassonia era miseramente tormentato dal demonio e, postolo su un giumento assieme alla moglie, lo portò dall’uomo di Dio. Ma, anche durante lo stesso viaggio il diavolo tentò di nuocere loro. Infatti, un serpente immane, aggrovigliatosi alle zampe del cavallo lo fece inciampare e precipitare a terra e stramazzò al suolo, non senza contusione, anche la moglie, che gli sedeva in groppa assieme al figlio. Quelli, tuttavia, tenendo in poco conto le insidie del nemico, corsero velocemente dall’uomo di Dio, che, mosso a pietà dalle loro suppliche, chiamò Eutimio, un santo sacerdote del suo monastero, e gli ordinò di leggere sul fanciullo l’esorcismo dei santi padri. Dopo, ungendolo con lo stesso olio della lampada, lo liberò dal demonio.

Un tale Costantino della città di Cassano, aveva il padre monaco nel monastero del santo Luca. Un giorno, mentre andava a trovarlo, poiché il diavolo gli tendeva insidie, Costantino perse la retta via e vessato (dal demonio) in modo incredibile per i dirupi dei monti di Mormanno, venendo quasi meno, incominciò allora ad invocare con lacrime il santo di Dio Luca e subito dall’altra parte del monte gli pervenne una voce: “Ecco, fratello mio, la retta via”. Alla cui indicazione ritrovò la strada giusta, presto giunse al monastero e, tuttavia, prima che egli entrasse, gli si fece incontro il santo padre, dicendogli: “E così, fratello Costantino, oggi hai patito un grande travaglio”. Questi raccontò a lui tutto ciò che gli era capitato e rese grazie a Dio con i frati.  

Un altro Costantino, vicino al monastero con il confine della sua eredità, in un’occasione cominciò a litigare gridando con i frati del monastero. Essendo uscito il mite padre per placare ciò, Costantino infuriato diede uno schiaffo in faccia al beato uomo, che tacitamente e pazientemente, secondo il precetto evangelico (Luc.6,29), mostrò l’altra a colui che lo colpiva. In verità Costantino, ancora prima di fare ritorno alle sue cose, tormentato dal demonio si contorceva miseramente e fu subito condotto dall’uomo di Dio. Ma, il santo uomo, mosso a pietà, levò per lui le sue mani a Dio e, finita l’orazione, lo liberò dal demonio. Egli allora, rallegratosi per la sua liberazione, rese grazie a Dio e al santo Luca.

Uno dei frati  di nome Giovanni, cellerario di quel monastero, andò un giorno dall’uomo santo di Dio e prostratosi alle sue ginocchia, disse: “Padre, l’obbedienza che tu mi hai imposto è al di sopra delle mie forze e non posso protrarre ancora il mio lavoro, per cui la tua paternità incarichi un altro che sia idoneo ad esercitare gli obblighi di questo monastero”. Ma, il beato Luca, sentendo per opera dello Spirito Santo ciò che sarebbe sopravvenuto a quel monaco, disse: “Persevera, figlio, perché fra non molto interromperai il tuo lavoro malvolentieri”. Allora, non molto tempo dopo, giaceva percorso da lebbra, miserevole agli occhi di tutti. Dopo sei mesi, durante i quali si tormentava in questo stato pietoso, si gettò ai piedi del santo Luca, dicendo in lacrime: “Abbi pietà di me, padre santo, e porgi aiuto a questo mio misero cadavere poiché è devastato da una malattia tanto terribile. Credo infatti che Dio ti concederà ciò che gli chiederai”. Allora, il santo Luca, commosso da molta pietà proruppe in lacrime e correndo in chiesa si protese davanti alla madre di Dio con un abbraccio devotissimo e pregò piuttosto a lungo in silenzio. Dopo, accostandosi al misero, lo spogliò delle vesti e con fiducia unse tutto il suo corpo con l’olio della già citata lampada nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e subito, toltasi la pelle a pezzettini, come fosse squame, fu guarito tanto che non rimase in lui nessuna traccia della malattia. Allora, i frati lieti della virtù di un uomo così grande, glorificavano Dio.

Già invero la fama del santo uomo non poteva rimanere nascosta ma dai dintorni una moltitudine di uomini e donne affluiva verso di lui e quelli che pativano delle sofferenze, grazie ai suoi meriti e alle sue preghiere venivano guariti.

Un monaco già da tempo posseduto dal demonio fu condotto dalla città Mercuria al monastero dell’uomo di Dio e per tutta la notte fu tormentato dalle furie del demonio. La mattina dopo fu purificato grazie alle orazioni dell’uomo giusto mentre si sprigionava un fetidissimo fumo.

In seguito, superando il santissimo servo di Dio Luca ormai l’ottantesimo  anno del suo monacato, dopo avere fatto pienamente fruttificare e maturare  il talento affidatogli, quando già aveva toccato il centesimo anno di età in decrepita vecchiaia, fatto chiamare un suo monaco di nome Teodoro, uomo innocente e semplice, e il santo sacerdote Eutimio, prevedendo il giorno della sua morte per rivelazione dello Spirito Santo, disse ai frati: “Figlioli miei carissimi, sono spinto a mettere ordine nella casa di Dio poiché è ormai giunto il tempo della mia liberazione. Fratello Teodoro, eleggo te dunque quale pastore ed erede sui figli che Dio mi ha dato. Vigila, dunque sul gregge affidatoti e non temere di soccombere sotto tanto peso, poiché ti sostenterai con l’aiuto di Dio e con il conforto di tuo fratello Eutimio”. Proferendo queste e altre parole simili, il santo vecchio pregò con i fratelli e sul letto reclinò il capo verso la quiete del corpo. Udendo ciò tutta la congregazione dei frati, intimoriti per la perdita di tanto tesoro, posti, tuttavia, tra la speranza e il timore della propria salvezza, dissero: “Forse, padre, questa infermità non ti porta alla morte ma piuttosto è temporaneamente una molestia abituale del tuo corpo. Ci sarai ancora necessario e se Dio lo permetterà sarai ancora conservato”. Ad essi il venerando vecchio rispose: “No, figlioli miei, non sarò ancora riservato alle battaglie di questo misero mondo perché anche la stessa età di questa decrepita vecchiaia me lo vieta e il pio Re dei Re si è degnato di chiamarmi ai premi misericordiosissimi della sua ricompensa”. Trascorrendo tutta quella notte insonne assieme ai frati insistette nelle preghiere. Il giorno dopo, come se non avesse patito la sofferenza di nessuna malattia, si levò in piedi, entrò nella santa chiesa con il proprio passo e il devotissimo attendendo alle solennità delle messe prese il viatico del corpo e del sangue del Signore. Congregati i frati di tutto il cenobio, diede loro il bacio della santa pace e trasse dalla bocca la parola, dicendo: “Considerate, figli, a Chi vi siete dedicati e di Chi è il giogo soave che avete preso su di voi, poiché non potete piacere al Signore Cristo se prima non avrete disprezzato gli scandali del mondo con piena volontà. Non sia fra di voi parola vana oppure oziosa, né alcuna zizzania della discordia, ma abbiate in voi la pace e i vincoli della carità affinché abiti in voi lo Spirito Santo. Confido nel mio Dio perché sarò sempre con voi anche dopo la mia morte”. Era convenuta allora ad uno spettacolo tanto eletto una gloriosa moltitudine di monaci, che aspettavano la dipartita del beato uomo con grande mestizia. Pertanto, quelli che ascoltavano tanta santa ammonizione e felice promessa si precipitavano con abbondanti lacrime su di lui baciando il suo angelico viso. Infatti, il Signore lo aveva trasformato ormai nell’aspetto della resurrezione e nel suo volto appariva una spirituale venerazione. Frattanto fra il pianto dei monaci che salmeggiavano e i cori dei santi angeli  che lo aspettavano, quella anima del beatissimo abate Luca all’ora sesta uscì dal corpo. Un così grande odore di soavità avvolse tutti quelli che erano presenti, tanto che la sua mirabile fragranza superava tutti gli odori.

Un frate poi, colpito da un forte freddo di febbre, venendo da lontano per assistere al trapasso del santo uomo, lo trovò già defunto. Baciando allora il santo corpo con lacrime, fu subito guarito. 

Invero, Teodoro, successore del santo uomo, assieme al sacerdote Eutimio e a quel beato coro di monaci che c’era e quanti erano accorsi a un tale beato funerale, prendendosi cura di quel santo corpo, lo riposero con sommo onore e riverenza nella Chiesa della Madre di Dio Maria nel posto in cui prima c’era stata la sua cella, dove vengono opportunamente elargiti i suoi benefici a tutti quelli che lo invocano con cuore e con fede fino ad oggi. Il giorno del suo trapasso viene celebrato il primo marzo, regnando il nostro Signore Gesù, che vive e regna con Dio Padre nell’unità dello Spirito Santo Dio per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Mariuccia Stelladoro 


Maria Stelladoro, specialista in paleografia e codicologia greca, si occupa di agiografia greco-latina, settore in cui ha all’attivo numerose pubblicazioni scientifiche su riviste specializzate nel settore.

Per il Dizionario Biografico degli Italianidell’Enciclopedia Treccani ha curato la voce: Metodio di Siracusa, patriarca di Costantinopoli; per il Dictionnaire d'Histoire et de Géographie Ecclésiastique le voci: Leone Luca di Corleone, monaco basilianoLucia, vergine e martire di SiracusaMetodio di Siracusa, patriarca di Costantinopoli. È autrice di monografie quali Agata. La martire (=Donne d’Oriente e d’Occidente 16), Jaca Book, Milano 2005; Euplo/Euplio martire, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006; Lucia. La martire (=Donne d’Oriente e d’Occidente 23), Jaca Book, Milano 2010; Santa Febronia. Vergine e martire sotto Diocleziano, Velar, Gorle 2011; S. Silvestro da Troina e il monachesimo italo-greco in Sicilia e in Italia Meridionale, Città Nuova, Roma 2014.

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