venerdì, febbraio 13, 2026

Il blocco navale, essere cristiani ed essere umani


di Giuseppe Savagnone

Una svolta sull’immigrazione

È di questi giorni il varo, da parte del nostro governo, del disegno di legge in cui si prevede il «blocco navale» per impedire l’ingresso nelle nostre acque territoriali di imbarcazioni con a bordo migranti, segnando, a quanto afferma un quotidiano molto vicino al governo, una «svolta sull’immigrazioni». In un video la presidente del Consiglio, sfoggiando ancora una volta la grinta che tanto piace agli italiani, lo ha celebrato come un grande successo personale: «Abbiamo finalmente potuto mantenere un altro impegno che avevamo preso con i cittadini nel nostro programma di governo: per tutti quelli che dicevano che era impossibile voglio ricordare che niente è davvero impossibile per chi è determinato».

La premier non ha mancato di sottolineare il proprio ruolo centrale nella svolta della politica europea che ha reso legittima questa misura, da sempre esclusa in base a criteri umanitari che oggi, grazie a lei, sono stati finalmente superati: «È una opzione – ha detto – compatibile con le nuove regole europee, che l’Italia ha contribuito a formare, a dimostrazione che tutto il lavoro che abbiamo fatto finora sta imprimendo una svolta totale nella gestione del fenomeno in Europa».

Ma di che cosa esattamente si tratta? Lo spiega l’art. 10 , dove si dice che «nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’interno». Costituiscono minaccia grave «il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Se il disegno di legge sarà approvato, come è prevedibile, sarà possibile al governo impedire alle navi delle Ong che soccorrono i naufraghi – già penalizzate dalle norme che le costringono a non realizzare più di un salvataggio per volta e a  recarsi, per sbarcarli, in porti spesso molto lontani – di entrare nelle acque territoriali italiane. Più in generale, il blocco blinda le vie di accesso alle nostre coste, alzando una barriera insuperabile  di fronte a cui le imbarcazioni dei migranti saranno destinate  o al naufragio, o  al rientro nelle acque libiche e tunisine, dove i profughi saranno accolti dagli aguzzini e dai lager a cui speravano di essere scampati.

Una legge in contrasto col nostro ordinamento giuridico

Nei confronti delle nuove misure sono state sollevate obiezioni di carattere giuridico. Giorgia Meloni ha parlato di «una opzione compatibile con le nuove regole europee». Ma il passaggio in acque territoriali è materia regolata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), ratificata anche dall’Italia e quindi divenuta anche in Italia legge nazionale in virtù dell’art. 117 della Costituzione, che impone il rispetto «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Nemmeno le regole europee possono invalidare e sostituire queste norme.

Ora, la Convenzione suddetta elenca già tassativamente i casi in cui uno Stato può interdire l’ingresso nelle proprie acque: uso della forza, spionaggio, esercitazioni militari, traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non autorizzate.  Uno Stato «non può aggiungere arbitrariamente nuove eccezioni, specialmente se violano l’obbligo di soccorso e la tutela dei diritti fondamentali», spiega Giuseppe Cataldi, ordinario di Diritto internazionale all’Università L’Orientale di Napoli e presidente dell’Associazione internazionale del diritto del mare, in una intervista al «Fatto quotidiano». Invece è proprio quello che fa il ddl del governo, che, alle fattispecie previste tassativamente, aggiunge arbitrariamente «pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie internazionali ed eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Siamo dunque di fronte a una chiara violazione del diritto internazionale, il che non stupisce da parte di un governo che, nella persona della premier Meloni e del vice-premier, Salvini ha sempre sottolineato la sua stima incondizionata e la sua  piena sintonia  con quel Donald Trump  per cui il diritto ormai coincide con la forza.  E non è un caso che la parola magica, per giustificare questa misura come per tutta la politica interna ed estera del presidente degli Stati Uniti, sia la parola «sicurezza».

Il prezzo umano dei successi

Colpisce il fatto che a questa scelta  – di decisiva importanza, secondo la nostra premier- i media e l’opinione pubblica abbiano dedicato assai meno attenzione che alla ripresa delle indagine per il delitto di Garlasco, avvenuto diciotto anni fa. Eppure qualche domanda essa dovrebbe sollevarla.

Una nasce spontanea ascoltando le parole di compiacimento che la nostra premier pronuncia esaltando i risultati della su apolitica migratori: «I numeri che abbiamo raggiunto in questi anni, -60% di sbarchi, +55% di rimpatri, ci incoraggiano a fare ancora meglio e vogliamo farlo».

Dove sono finite le persone che non sono più riuscite a sbarcare e quelle che abbiamo rimpatriato nei paesi da cui erano fuggite? Possibile che nessuno sembri chiederselo? Meloni sicuramente non lo fa. La sua viene presentata come una vittoriosa campagna contro dei delinquenti. In realtà, coloro di cui si parla, contrariamente a quanto ci è stato ripetuto continuamente, sono esseri umani fuggiti dal loro mondo di povertà e di violenza per cercare da noi, col nostro aiuto, una vita migliore.

Se sono fuori-legge, lo sono solo nel senso che le leggi xenofobe fatte da questo governo e a quelli precedenti – per lo più sotto l’impulso della Lega, quasi sempre al potere negli anni bui di questa Seconda Repubblica – hanno impedito loro di giungere legalmente nel nostro paese, costringendoli a spendere i loro poveri risparmi e a rischiare le loro vite per fare clandestinamente un viaggio che i ricchi stranieri fanno in aereo, con tanto di passaporto.

Per questo hanno lasciato le loro case, il loro lavoro, le loro relazioni umane, avventurandosi  in luoghi inospitali, attraversando deserti in balìa di trafficanti di esseri umani che li trattavano come bestie, e sono arrivati sulle coste del Mediterraneo, in Libia e in Tunisia, da dove speravano di partire per l’Italia.

Ma i nostri governi – il primo è stato quello di “sinistra” presieduto dall’on. Gentiloni, sotto la gestione del ministro Minniti, ma poi ha continuato  quello attuale – hanno fatto accordi con i leader libici e con il presidente-dittatore tunisino che, in cambio di lauti finanziamenti, si sono impegnati a impedire le partenze e hanno bloccato  coloro che arrivavano dalle più vare regioni dell’Africa in campi di detenzione che tutti gli osservatori internazionali descrivono come veri e propri lager. Ecco spiegata  la diminuzione delle partenze.

Malgrado queste restrizioni violente, a un certo numero di persone è stato concesso di partire, in cambio di soldi o, per le donne, di prestazioni sessuali, ma sono stati stipate su barconi fatiscenti e abbandonate in mezzo al Mediterraneo,  esposti alle condizioni metereologiche avverse e a rischio continuo di naufragio.

E proprio da questi naufragi cercavano di salvarli le navi delle Ong, riscendoci sempre di meno per le misure con cui   il nostro governo ha  sistematicamente ostacolato la loro opera. Così molti non sono arrivati mai in Italia semplicemente perché sono affogati.  Leggiamo su «Avvenire» che solo a gennaio almeno 375 migranti sono stati dichiarati morti o dispersi a seguito di molteplici naufragi “invisibili” nel Mediterraneo centrale, in condizioni meteorologiche estreme, con centinaia di altre morti che si ritiene non siano state registrate.   

Ma è davvero per il bene dell’Italia?

È per il bene dell’Italia, dicono molti. Altrimenti la nostra economia tracollerebbe. Tanto è vero che anche gli altri paesi europei  stanno adottando la linea Meloni. A smentire questa tesi, però, c’è l’esempio della Spagna, la cui crescita economica è attualmente la più elevata d’Europa – più del doppio dell media europea – proprio grazie, dicono gli osservatori, ai migranti. Proprio in questi giorni ha fatto scalpore la notizia che in Spagna sono stati regolarizzati 500.000 migranti.

Perché il governo spagnolo ha seguito una politica opposta alla nostra, considerando gli immigrati una risorsa. Così nel 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 2,9%., mentre quello italiano dello 0,4%.

Certo, questo implica una vera accoglienza, non quella che in Italia facciamo chiudendo nei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) quelli che riescono ad arrivare e ostacolando in ogni modo la loro integrazione, col risultato di inchiodarli alla loro condizione di emarginati. Il governo spagnolo si è impegnato a mettere questi stranieri in condizione di inserirsi nel sistema produttivo, ovviando così alla crisi demografica che travaglia l’Europa e mettendo così al sicuro il sistema pensionistico. A differenza dell’Italia, dove gli imprenditori chiedono più mano d’opera e molti economisti italiani seri denunziano l’impossibilità dell’Inps di continuare  a pagare le pensioni agli anziani, a causa della riduzione dei contributi dei giovani.

La divaricazione tra la Chiesa e il nostro governo

Ma c’è anche un altro aspetto della questione migranti, che il disegno di legge sul blocco navale solleva. Lo ha messo in luce papa Leone XIV, ai primi dello scorso ottobre, in un’omelia in pazza San Pietro. «Penso ai fratelli migranti, che hanno dovuto abbandonare la loro terra, spesso lasciando i loro cari, attraversando le notti della paura e della solitudine, vivendo sulla propria pelle la discriminazione e la violenza», ha detto il Papa all’inizio dell’omelia. E ha continuato: «Quelle barche che sperano di avvistare un porto sicuro e quegli occhi carichi di angoscia e speranza non possono e non devono trovare la freddezza dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione!».

Paradossalmente il laicista governo socialista di Sanchez sta facendo una politica migratoria molto più conforme allo spirito del vangelo e alla visione  della Chiesa che non la nostra premier Meloni, che ha sempre dichiarato di ispirarsi all’insegnamento dei papi e il nostro vice-premier Salvini, che fino a poco tempo fa esibiva nei suoi discorsi la Bibbia e il rosario.

La divaricazione tra il nostro governo e la posizione di papa Leone – in perfetta continuità con i suoi predecessori – è evidenziata da un altro discorso del pontefice, alla fine dello stesso mese di ottobre, dove affronta esplicitamente, tra l’altro, il tema cruciale della sicurezza. «Gli Stati, ha detto il pontefice, hanno il diritto e il dovere di proteggere i propri confini, ma ciò dovrebbe essere bilanciato dall’obbligo morale di fornire rifugio. Con l’abuso dei migranti vulnerabili, non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale, ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato. Si stanno adottando misure sempre più disumane – persino politicamente celebrate – per trattare questi “indesiderabili” come se fossero spazzatura e non esseri umani».

In un mondo occidentale che – negli Stati Uniti con Trump, in Europa e in Italia con la linea Meloni – sembra aver perduto di vista il senso della dignità elle persone, la Chiesa cattolica sembra essere rimasto oggi l’ultimo punto di riferimento per la salvaguardia di ciò che significa essere non solo cristiani, ma anche semplicemente umani.

tuttavia.eu, 13 febbraio 2026

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