LUOGHI/INTERVISTA Nel tratto di Via Vittorio Emanuele che unisce i Quattro Canti alla Cattedrale di Palermo, nel pieno del percorso arabo-normanno patrimonio Unesco, sorge Palazzo Gulì. Qui, nel 2018, Umberto Santino e Anna Puglisi, in accordo con Leoluca Orlando, decisero di realizzare uno spazio museale polisemantico, il NO MAFIA MEMORIAL: incontro con i fondatori Umberto Santino e Anna Puglisi
Andrea Meccia
incontro con i fondatori del NO MAFIA MEMORIAL Umberto Santino e Anna Puglisi
Andrea Meccia
Incontrare Umberto Santino e Anna Puglisi, 86 anni per entrambi, una vita insieme, vuol dire guardare negli occhi chi ha fatto dello studio e della lotta al fenomeno mafioso un pezzo di vita. Una prassi politico-civile che viene da quegli anni di piombo palermitani in cui la mafia uccideva facendo affari nei mercati della droga e dell’edilizia e le istituzioni faticavano a contrastarne il potere politico.
Anna, docente di matematica, e Umberto, funzionario pubblico e dirigente de il manifesto, si conoscono nel 1971. Ad accomunarli, il desiderio di lavorare per un mondo diverso, migliore. «Oggi, detto così» – commenta Anna – «può sembrare una banalità ma non lo è perché il mondo in cui siamo è il contrario di quello in cui speravamo». Le prime battaglie a cui aderiscono nascono nel 1968, all’indomani del terremoto del Belice. «Gran parte della popolazione del centro storico cercava casa e si trasferì dove c’era un luogo da abitare. Allora era in costruzione il quartiere Zen. Andavamo lì ogni pomeriggio.
![]() |
| Anna Puglisi e Umberto Santino |
Si occupavano le case non ancora definite, e lì, anche come gruppo de il manifesto, aiutavamo gli occupanti a fare una vertenza per far completare i lavori e fornire i servizi essenziali. Non c’erano negozi, autobus, ascensori ed acqua nelle case. Abbiamo costituito un comitato di lotta per la casa e con i nostri compagni medici, abbiamo dato vita a un ambulatorio sperimentale che per anni è stato l’unico servizio del territorio», raccontano mentre camminiamo nelle stanze del Centro siciliano di documentazione fondato nel 1977 e poi dedicato alla memoria di Giuseppe Impastato. «Qui ci sono i nostri libri, quaderni e dossier, rassegne stampa, periodici, ordinanze, sentenze, atti giudiziari e parlamentari.
Quello è il faldone con i documenti di Falcone su riciclaggio-accertamenti bancari e quello con le carte del giudice Chinnici», mi indicano. Il centro ha sede in Via di Villa Sperlinga, quartiere Libertà. Arrivando qui, in base al tragitto, aguzzando il nostro sguardo fallace stordito dal traffico e da una pioggia improvvisa, è facile scorgere i segni di una memoria tragica scolpita nel tessuto della città. Le lapidi che ricordano l’omicidio di Piersanti Mattarella in Via Libertà e la strage di Via Pipitone Federico che fece quattro vittime – target Rocco Chinnici – trasfigurando Palermo in Beirut. Il cippo dedicato a Calogero Zucchetto, poliziotto ucciso nel 1982, all’inizio della strada dedicata a Emanuele Notarbartolo, sindaco di Palermo e direttore del Banco di Sicilia ucciso nel 1893. Qualche metro più su l’albero Falcone, simbolo della coscienza antimafia a noi più vicina, inquieta dal punto di vista della memoria e del suo vivere oggi. Vengono in mente le parole di Pippo Fava che, prima di essere ucciso nel 1984 a Catania, camminando nella Palermo di quegli anni sentiva la morte presentarsi al suo sguardo come «spettacolo da non perdere». Una morte «diversa», «più profonda, più arcana e fatale» e che, in quel pezzo di Sicilia e di Italia, andava «meditata e capita» esigendo «contemplazione».
Negli anni ’70, Santino ricorda come occuparsi di mafia venisse vista come una «stranezza» in quanto fenomeno ritenuto scomparso. Desaparecido come Mauro De Mauro. Una incognita verrebbe da dire. «Si era convinti che il capitalismo avesse prodotto una trasformazione per cui i gruppi mafiosi erano visti come gruppi arcaici che non avevano retto il confronto con la modernità mentre noi, sulla scorta delle analisi del marxista Mario Mineo, ne parlavamo in termini di borghesia mafiosa: un gruppo di criminali transclassista in collegamento con professionisti, imprenditori, uomini delle istituzioni, politici».
La prima iniziativa è del 1977 con un convegno su Portella della Ginestra vista, nel suo trentennale, come una «strage per il centrismo». Un anno dopo, il 9 maggio 1978, l’omicidio Impastato. «Non ci conoscevamo con Peppino. Militavamo in gruppi diversi» – racconta Puglisi – «ma fummo da subito coinvolti nella vicenda. Andammo al funerale. C’era la campagna elettorale. Umberto tenne il comizio che doveva tenere Peppino. Fu un trauma». «Era trattata come faccenda siciliana. C’era il discorso del terrorista inesperto o suicida, ma noi abbiamo subito indicato Gaetano Badalamenti come responsabile del delitto», aggiunge Santino. «Nel primo anniversario della morte, alla prima Manifestazione nazionale contro la mafia parteciparono 2000 persone. A luglio, per dimostrare che non era un terrorista, pubblicammo il primo bollettino che raccontava i suoi dieci anni di lotta contro la mafia».
La vicenda storico-giudiziaria di Impastato a cui Anna-e-Umberto hanno dedicato energie infinite – la relazione sul depistaggio delle indagini firmata da Giovanni Russo Spena fu approvata dalla Commissione parlamentare antimafia nel 2000 – costringe il nostro discorso sul tema donne-e-mafia. «Ero vicina a molte compagne dell’UDI, ma l’exploit del femminismo di allora non mi aveva convinta», sottolinea Puglisi. Gli omicidi Terranova, Giuliano, Francese, Costa giocano invece un ruolo determinante. Nel 1984, nasce l’Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia, presieduta da Giovanna Giaconia Terranova, vedova del giudice ucciso nel 1979. «L’esigenza era trasformare il dolore dei parenti delle vittime in impegno, in lotta. Eravamo convinte che quell’impegno non fosse solo responsabilità di magistrati e forze di polizia. Fummo ricevute anche dal Presidente Pertini», ricorda.
In questa ricostruzione, il 1986 è un momento decisivo. In quell’anno per la casa editrice La Luna fondata da Letizia Battaglia con altre compagne, esce il volume che fin dal titolo esprime un chiaro punto di osservazione: La mafia in casa mia. A firmarlo sono Felicia Bartolotta (madre di Peppino), Anna-e-Umberto. «In quelle pagine Felicia parlava di suo marito Luigi, legato a Badalamenti, e quando Falcone interrogò lo stesso Badalamenti negli Stati Uniti portò il libro, ancora senza copertina, con sé», raccontano.
A febbraio, invece prende il via «‘U Maxi», il Maxiprocesso a Cosa Nostra con i suoi numeri da capogiro. «In quel momento il nostro impegno si concretizza. Due donne del popolo – Vita Rugnetta e Michela Buscemi, parenti di vittime di mafia non istituzionali – in totale isolamento si costituiscono parte civile. Una scelta rivoluzionaria che andava sostenuta. A Vita, avevano ucciso il figlio perché amico del collaboratore di giustizia Salvatore Contorno. A Michela avevano ucciso i fratelli. Salvatore forse per il contrabbando di sigarette. Rodolfo che indagava sulla morte del fratello. Giovanna Giaconia, una donna quasi aristocratica, seppe dialogare con loro», conclude Anna.
È ancora la storia di Peppino Impastato a tracciare il sentiero nell’ultimo segmento del nostro incontro. Questa volta attraverso l’arma della satira. Se Impastato la usò dalle frequenze di Radio Aut per fare controinformazione, Santino se ne servirà quando, all’indomani della strage che uccise Chinnici, parafrasando Jonathan Swift, scriverà Una ragionevole proposta per pacificare la città di Palermo. Siamo negli anni della seconda guerra di mafia. «Con Chinnici avevamo un rapporto di amicizia. Dopo l’attentato, scrissi questo testo in cui si proponeva di formalizzare l’omicidio con una legge che lo autorizzasse, rendendo legale una realtà che parte della popolazione sentiva come normale». La satira come strumento di resistenza per un impegno lungo più di mezzo secolo che Umberto-e-Anna oggi definiscono una «forma di testimonianza». Prima di andare via, Umberto mi dona il suo libro di poesie. «Con Anna», si legge in esergo.
Alias (il manifesto), 13/02/2026



Nessun commento:
Posta un commento