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| Antonio Craxì |
Per molte malattie, l’intervallo che separa la comparsa dei sintomi dalla presa in carico effettiva del paziente non è una variabile accessoria, ma un determinante primario dell’esito clinico. In altre parole, quando si parla di patologie tempo-dipendenti, non è solo cosa si fa, ma quando lo si fa a determinare chi vive e chi muore.
Infarto miocardico acuto, ictus ischemico, emorragie maggiori, sepsi e traumi gravi condividono un principio semplice e brutale: ogni minuto perso è tessuto perso, funzione persa, vita persa. La letteratura scientifica recente è inequivocabile. Per l’infarto miocardico con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI), le linee guida europee ribadiscono che il tempo “first medical contact–to-balloon” dovrebbe essere inferiore a 90 minuti, e che ogni ritardo di 30 minuti aumenta la mortalità a un anno di circa il 7–8%. Studi osservazionali su grandi registri europei e nordamericani mostrano una relazione quasi lineare fra tempo all’angioplastica primaria e sopravvivenza.
Analogamente, nell’ictus ischemico, il paradigma “time is brain” è stato quantificato: si stima che ogni minuto di ischemia non trattata comporti la perdita di circa 1,9 milioni di neuroni e che il beneficio della trombolisi endovenosa e della trombectomia meccanica decresca rapidamente con il passare delle ore. Le metanalisi più recenti indicano che il trattamento entro le prime 60–90 minuti dall’esordio dei sintomi raddoppia le probabilità di esito funzionale favorevole rispetto a un intervento tardivo. Anche per le emorragie maggiori e la sepsi, la tempistica è cruciale: l’inizio precoce di rianimazione e terapia mirata riduce in modo significativo mortalità e complicanze.Questi dati impongono una distinzione netta, che nel dibattito pubblico viene spesso persa: i tempi davvero critici per la salute della popolazione non sono quelli delle liste d’attesa per esami programmati, visite specialistiche differibili o ricoveri elettivi, ma quelli che regolano l’accesso tempestivo alle cure nelle urgenze mediche e chirurgiche.Le liste d’attesa sono un problema politico e organizzativo rilevante, ma il loro impatto sugli esiti vitali è incomparabilmente inferiore rispetto ai ritardi nelle emergenze. Un’ecografia fatta dopo tre mesi anziché dopo tre settimane può essere fastidiosa e in alcuni casi clinicamente rilevante; un infarto trattato dopo tre ore anziché dopo un’ora è spesso una condanna a morte biologica.
Dentro questa cornice va letto il nuovo set di dati geospaziali dell’Unione Europea sull’accessibilità stradale ai servizi sanitari, pubblicato da Eurostat e basato su una griglia censuaria a risoluzione di 100 metri, integrata con i dati della rete viaria. Il documento misura i tempi di percorrenza verso la struttura sanitaria più vicina, offrendo una mappa ad altissima definizione delle diseguaglianze territoriali nell’accesso alle cure. Non si tratta di una curiosità cartografica, ma di un indicatore strutturale di equità sanitaria: se l’ospedale è lontano, lento da raggiungere o collegato da strade inadeguate, il diritto teorico alla salute si dissolve nel tempo di percorrenza reale.
I dati mostrano con chiarezza un gradiente Nord-Sud che non sorprende, ma che colpisce per la sua sistematicità. Le regioni settentrionali e parte di quelle centrali presentano tempi medi di accesso più brevi, una maggiore continuità della rete stradale e una distribuzione più fitta di strutture ospedaliere. Al contrario, vaste aree del Mezzogiorno risultano caratterizzate da tempi di percorrenza significativamente più lunghi, con “macchie” di criticità che non coincidono solo con le zone montuose o a bassa densità abitativa, ma anche con territori che, sulla carta, non dovrebbero essere isolati.
La mappa europea è impietosa: laddove la viabilità è frammentata, tortuosa, priva di alternative rapide, il tempo si dilata. E quando il tempo si dilata, l’urgenza clinica si trasforma in emergenza organizzativa. In Italia questo fenomeno assume un profilo particolarmente marcato nelle isole maggiori. Sicilia e Sardegna emergono come aree dove l’accessibilità stradale ai servizi sanitari è mediamente peggiore rispetto alla gran parte del territorio nazionale. Non è solo una questione di distanza chilometrica, ma di qualità dell’infrastruttura: strade a scorrimento lento, collegamenti interni discontinui, assenza di assi rapidi trasversali, manutenzione inadeguata.
In Sicilia, in particolare, la combinazione di orografia complessa e cronico sottosviluppo infrastrutturale produce un effetto moltiplicatore dei tempi di trasporto. La costa è relativamente servita, ma l’entroterra – dove risiede una quota non trascurabile di popolazione anziana e fragile – risulta penalizzato in modo evidente. Secondo il dataset europeo, in diverse aree interne dell’isola il tempo medio per raggiungere l’ospedale più vicino supera stabilmente i 30 minuti; in alcuni comuni delle Madonie e dei Nebrodi si colloca fra i 35 e i 45 minuti, mentre in porzioni dell’entroterra agrigentino ed ennese non è raro che la percorrenza stimata superi i 40 minuti in condizioni ordinarie di traffico. Si tratta di valori che, per patologie tempo-dipendenti come infarto e ictus, collocano intere comunità al di fuori delle finestre terapeutiche ottimali.
Questa constatazione ha conseguenze politiche e sanitarie rilevanti. Negli ultimi anni, il lessico della programmazione sanitaria ha fatto largo uso del modello “hub and spoke”, importato da esperienze anglosassoni e nord-europee: pochi grandi centri altamente specializzati (hub) collegati a una rete di strutture periferiche (spoke) che stabilizzano e trasferiscono. Concettualmente, il modello è corretto: concentrare le competenze migliora gli esiti per molte procedure complesse. Ma questo presuppone una condizione fondamentale: che il trasferimento sia rapido, sicuro e prevedibile. Senza una rete viaria efficiente, l’hub diventa una cattedrale nel deserto e lo spoke una sala d’attesa su ruote. Se il tempo di percorrenza reale supera le soglie clinicamente accettabili, il modello hub and spoke si trasforma da soluzione a illusione. Parlare di reti per l’emergenza senza affrontare il nodo infrastrutturale significa costruire una sanità teorica sopra un territorio reale che la smentisce. In queste condizioni, la priorità non può essere solo l’ulteriore concentrazione di funzioni, ma il potenziamento funzionale degli ospedali periferici:capacità di diagnosi rapida, presenza h24 di figure chiave, protocolli operativi semplificati, telemedicina realmente integrata, e soprattutto una dotazione minima che consenta di guadagnare tempo clinico prima dell’eventuale trasferimento.
In Sicilia questo immobilismo infrastrutturale assume un valore simbolico. Da decenni si discute di autostrade interne, di collegamenti rapidi tra coste ed entroterra, di ammodernamento delle arterie principali. Nel frattempo, i flussi sanitari continuano a muoversi su strade pensate per un traffico locale, non per ambulanze che trasportano pazienti con infarto o ictus. Il risultato è una sanità che formalmente si riorganizza in reti, ma che materialmente resta prigioniera di una viabilità da paese sottosviluppato. In questo quadro, la retorica sulle liste d’attesa rischia di essere una distrazione. È politicamente più semplice parlare di visite e TAC che di strade e ambulanze. Ma l’inequità più grave non è tra chi aspetta tre mesi e chi aspetta sei mesi per una risonanza, bensì tra chi può raggiungere un ospedale in 10 minuti e chi ne impiega 50. Questa è un’inequità clinica, non amministrativa.
Il caso di Corleone è emblematico. Comune simbolo dell’entroterra siciliano, geograficamente non estremo ma funzionalmente isolato, rappresenta una sintesi delle contraddizioni del sistema. L’ospedale locale è stato progressivamente ridimensionato; le strutture di riferimento più attrezzate sono a distanze che, su carta, potrebbero sembrare modeste, ma che nella realtà si traducono in tempi di percorrenza incompatibili con la gestione ottimale delle emergenze. Secondo le stime di accessibilità stradale, il tempo medio per raggiungere un ospedale di livello superiore dall’area corleonese supera spesso i 45 minuti. Qui il modello hub and spoke mostra il suo limite più evidente: se lo spoke non è in grado di fare molto e l’hub è troppo lontano, il paziente resta in mezzo, in una terra di nessuno clinica. Migliorare l’efficienza funzionale degli ospedali periferici non significa tornare a un sistema frammentato e autarchico, ma riconoscere che in territori a viabilità lenta il primo anello della catena deve essere più robusto. Significa investire in competenze e tecnologie essenziali, in protocolli di emergenza che riducano al minimo i passaggi inutili, in una formazione che renda il personale capace di gestire le prime fasi critiche senza dipendere immediatamente dal trasferimento.
La mappa europea sull’accessibilità sanitaria non è dunque un esercizio accademico: è uno specchio. Ci dice che il diritto alla salute passa anche dall’asfalto, dai ponti, dalle gallerie. Finché Sicilia e Sardegna continueranno a presentare profili di accessibilità paragonabili a quelli di aree periferiche dell’Europa orientale, ogni discorso su reti di emergenza avanzate resterà in parte velleitario. La vera riforma, in questi contesti, non è solo sanitaria: è infrastrutturale. Se non si accetta questo dato di realtà, si continuerà a progettare una sanità da Nord Europa su un territorio da Terzo Mondo. E il prezzo lo pagheranno, come sempre, i pazienti con l’infarto, l’ictus, l’emorragia, i politraumi: quelli per cui il tempo non è una variabile statistica, ma una questione di vita o di morte.
4 Febbraio 2026
ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


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