domenica, febbraio 15, 2026

La rete idrica dei Lo Piccolo. Così a Palermo i boss si sono presi lo Zen


Davide Ferrara

Le condutture corrono sotto lo Zen 2 come vene scoperte. Entrano ed escono dai muri, attraversano i padiglioni, raggiungono ogni abitazione. Sono tubi marci, rattoppati, spesso sostenuti da staffe in ferro ormai consumate: la sensazione è che basterebbe sfiorarli perché si sgretolino. Attorno, aggrovigliati, centinaia di fili elettrici degli allacci abusivi si attaccano ai pochi contatori ufficiali. 

È qui, nel sottosuolo, che la mafia controlla il quartiere. Dove prende forma la rete idrica parallela che alimenta autoclavi e cisterne delle abitazioni, come aveva già spiegato il Giornale di Sicilia. Non è una rete pubblica. Non è gestita dall’Amap. È un sistema costruito negli anni e controllato dalla mafia, che si fa pagare per erogare l’acqua corrente. 

Per capire come funziona davvero siamo scesi sotto terra. L’accesso è semplice. Dai garage dei padiglioni si raggiungono piccole porte in ferro battuto. Basta spingerle. Dietro si apre un altro quartiere, invisibile. Si scendono pochi gradini improvvisati, fatti di pietre e blocchi di cemento instabili. A terra fango e acqua stagnante. L’aria è pesante, pizzica e irrita i polmoni a ogni respiro. Non c’è illuminazione. Solo le torce dei cellulari permettono di orientarsi, illuminando pochi metri alla volta. I corridoi sono stretti, interamente in cemento armato. Lungo le pareti scorrono tubi e cavi senza un ordine apparente. 

È un intreccio continuo, uno shangai senza fine che segue fedelmente la mappa del quartiere in superficie. Il labirinto non ha interruzioni. Collega tutti i padiglioni, tutte le scale, ogni singolo alloggio. I tubi salgono dal pavimento, attraversano i soffitti, scompaiono nei muri. Non ci sono valvole ufficiali né sistemi di controllo. Eppure l’acqua arriva ovunque. È da qui che si decide chi può averla.

A raccontarlo sono anche le intercettazioni dei carabinieri: in una conversazione captata dagli investigatori, Francesco Stagno - considerato il braccio destro dei fratelli Nunzio e Domenico Serio, reggenti del mandamento di San Lorenzo-Tommaso Natale fino all’anno scorso - Stagno attribuisce la realizzazione dell’impianto alla famiglia Lo Piccolo. «L’acqua che ci arriva allo Zen non è dell’Amap… Lo Piccolo hanno fatto tutti i lavori». 

Chilometri e chilometri di una rete abusiva che si estende sotto l’intero perimetro dello Zen 2 e alimenta autoclavi e cisterne private di una zona della città che sembra marciare da sola, in autonomia. L’approvvigionamento è garantito, ma non è gratuito. Il servizio costa tra i 15 e i 25 euro al mese. Le somme vengono raccolte dai capi posto e finiscono direttamente nelle casse di Cosa nostra. Servono a mantenere i detenuti e le loro famiglie: «Questi soldi che hanno anticipato loro (i Lo Piccolo, ndr), come li recuperiamo? Ci tassiamo tutti. Non è pizzo, è collaborazione».

I materiali raccontano la precarietà del sistema. Le staffe che sorreggono i tubi sono in ferro battuto, corrose dall’umidità. Molte sono state fissate con trapani e viti direttamente nel cemento. L’acqua che scorre in queste tubature ha un’origine legale. Parte dai due serbatoi ufficiali dell’Amap, in via Rocky Marciano e via Fausto Coppi. Da lì viene immessa nella rete. Ma una volta entrata nel sottosuolo dello Zen, se ne perde traccia. Di circa un milione e mezzo di metri cubi d’acqua, come ha spiegato l’amministratore unico dell’Acquedotto, Giovanni Sciortino, non esiste una contabilizzazione precisa. Ufficialmente non si sa dove finisca. Il risultato è un ammanco costante nei bilanci della società.

Le perdite per l’azienda pubblica ammontano a milioni di euro ogni anno. Per la mafia, invece, la rete idrica rappresenta una fonte di reddito stabile. Il sistema garantirebbe circa 400 mila euro l’anno. Una cifra che si alimenta mese dopo mese, casa per casa, attraverso una gestione capillare del territorio. 

Sotto lo Zen 2 esiste dunque una seconda città. Invisibile, autonoma, interconnessa. Una rete parallela che replica quella ufficiale, ma senza controlli e senza regole. Un’infrastruttura costruita nel tempo che trasforma un servizio essenziale in uno strumento di potere.

GdS, 15 febbraio 2026

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