sabato 28 febbraio 2015

Leone Luca di Corleone, vissuto tra il IX-X secolo, patrono di Corleone e di Vibo Valentia

Vibo Valentia - Statua di S. Leoluca
San Leoluca è patrono di Vibo Valentia e di Corleone. In occasione della festa che cade il 1° marzo, pubblichiamo questa nota biografica del santo, scritta da Maria Stelladoro nel libro “S. Silvestro monaco e il monachesimo italo-greco in Sicilia in Calabria nei secc. IX-XIII d.c.” (Editrice CNX, Roma 2014, € 13,00) 
di MARIA STELLADOROLeone Luca, santo monaco italo-greco (IX-X secolo), nacque a Corleone di Sicilia da Leone e Teotiste, contadini e pastori. Orfano di entrambi i genitori in giovane età, abbandonò i lavori agresti ed entrò novizio nel monastero di S. Filippo di Agira. Qui ricevette la prima tonsura da un anziano monaco e il consiglio di emigrare in Calabria per le violente incursioni dei Saraceni in Sicilia. Raggiunta la Calabria, incontrò una pia donna, alla quale manifestò le tribolazioni del suo animo, le chiese consiglio e la pia donna lo indirizzò alla vita monastica cenobitica. Dopo la peregrinatio ad limina Apostolorum si stabilì in Calabria, nel monastero sui monti Mula, divenendo discepolo dell’igumeno Cristoforo, che lo rivestì dell’abito monastico e gli cambiò il nome in Luca. Fondarono insieme un monastero nel territorio di Mercurio e un altro in quello di Vena e in quest’ultimo dimorarono fino alla morte. Designato igumeno del monastero di Vena dallo stesso Cristoforo morente, vi esplicò una funzione taumaturgica polivalente (guarì un lebbroso, dei paralitici e indemoniati). In punto di morte scelse come suoi successori Teodoro ed Eutimio, suoi discepoli. Dal monastero di Vena, dove morì, fu traslato, in seguito, a Monteleone in Calabria, dove fu eretta in suo onore la Chiesa Madre.


Corleone, la statua di S. Leoluca
Tale racconto è tramandato dai manoscritti in latino rinvenuti. Ottavio Gaetani ne pubblicò il testo in latino nel 1657 ricavandolo da tre manoscritti trovati in Sicilia: a Palermo, a Mazara e a Corleone. Qualche anno dopo i Bollandisti diedero alle stampe un’altra Vita, pure in latino, rinvenuta nella biblioteca di Giuseppe Acosta. Entrambi gli editori pubblicano quindi il testo della Vita in latino ma non accennano alla lingua dei codici utilizzati. La BHL 4842 riporta l’incipit e il desinit della Vita pubblicata dai due editori mentre la BHG non registra Leone Luca di Corleone. Dal punto di vista stilistico i Bollandisti aderirono al primaevo stylo, invece il Gaetani modificò stylo paululum cultiore.
Leone Luca, avendo fatto fruttificare il talento affidatogli da padre Cristoforo in punto di morte, assegnerà, anche lui prossimo alla dipartita, l’igumenato al discepolo Teodoro, cui ne affianca in aiuto un altro di nome Eutimio. E’ indubbio che sia Teodoro che Eutimio fossero discepoli di Leone Luca. E’ chiaro infatti che se Leone Luca era igumeno del monastero, sia Teodoro che Eutimio, sia tutti gli altri confratelli erano discepoli del santo, che provvederanno pure alle esequie del maestro. Leone Luca inizia il suo ministero pastorale con due pabula,sia per alimentare nei suoi confratelli la carità, sia per esortarli a sfuggire i pettegolezzi. Li riportiamo: un tempo, essendo un frate rimasto da solo e con un solo pane nel monastero, poiché gli altri erano usciti per lavorare, vide arrivare alcuni cacciatori stanchi e affamati, che gli chiesero del cibo. Mosso da carità verso il prossimo, non esitò a dare loro quell’unico pane che aveva e qualche mela. Rimasto a digiuno faticò nei lavori domestici fino a sera, quando, stanco e affamato, aperto l’uscio della sua cella, vi trovò tre pani caldi e bianchi, mandatigli da Dio in premio della sua generosità verso i cacciatori. L’altro episodio, narrato da Leone Luca, risale al tempo dell’igumeno Cristoforo, quando un confratello aveva offeso un umile. Per espiare la sua colpa si sottopose ad una rigida penitenza: soffrì per venti giorni e venti notti  nudo il freddo sui monti di Mormanno. Ma un giorno, per sfuggire a dei cacciatori a causa della sua nudità, si immerse, per pudore, nell’acqua gelida fino al collo. Caruso, prendendo spunto dal verbo usato dai Bollandisti: suspicamur afferma il «carattere ‘mascherato’ dei due racconti narrati in precedenza». Di tale ‘racconto mascherato’ lo studioso si serve per rivalutare, contro le affermazioni di Pertusi,  una presunta istruzione di Leone Luca.  Gaetani afferma: Anni Chr. 915. I Martii; i Bollandisti, invece, più cautamente dicono : Circa Annum DCCCC I Martii  e più avanti Floruit S. Leo Lucas saeculo Christi nono e Sicilia dimissus antequam ea ab Saracenis occuparetur, quod factum est sub finem Imperii Michaelis Balbi anno DCCCXXIX extincti. Partendo da questi dati possiamo ricostruire una cronologia, lievemente posteriore a quella tracciata da Da Costa Louillet e quasi identica a quella del Martire. Quindi, se crediamo che Leone Luca sia morto nel 915 (come vuole il Gaetani), a cento anni (come vuole la tradizione manoscritta, accettata dagli editori), è comprensibile che la data di nascita sia l’815. A queste coordinate aggiungiamo i seguenti particolari nella narrazione: se consideriamo che a 20 anni avrebbe ricevuto l’investitura monastica sui monti Mula e se mettiamo in rapporto l’appellativo datogli dal Gaetani al momento del suo esodo dalla Sicilia (adolescens) e dai Bollandisti al momento del suo arrivo in Calabria (beatissimus puer) possiamo attribuirgli un’età di 17/18 anni al momento del suo esodo dalla Sicilia e fissarlo quindi all’832/33, accordandoci in questo con il Ménager. Cosa spingeva Leone Luca ad allontanarsene? Da ponente a levante sopraggiungeva nel sec. IX l’invasione araba con la caduta di Mazara nell’827, cui seguiva la caduta di Palermo e nel decennio seguente veniva conquistata tutta la valle di Mazara, dove gli Arabi fondarono le loro colonie. Nell’841-59 fu conquistata la Valle di Noto e infine, nell’843-902 la Valle di Demone. Dopo Taormina (902), con la caduta di Rametta (965), ultimo baluardo bizantino, ormai tutta la Sicilia era in mano agli Arabi. Nella Vita di Leone Luca quindi gli Arabi sono la minaccia incombente e pertanto che sia usato anacronisticamente e/o allegoricamente il termine Vandali nella Vita in ricordo, forse, delle scorrerie vandaliche dei secoli precedenti con le quali quelle degli Arabi sono probabilmente paragonate per ferocia e crudeltà: i Vandali, sotto Genserico, invasero l’isola nell’autunno del 461, nella primavera del 462 e nuovamente nel 463. Una nuova scorreria vandalica in Sicilia fu respinta nel 465 da Marcellino, che, però, fu assassinato nel 468, anno in cui essi si insediarono definitivamente nell’isola. Il trattato di Genserico e Odoacre, che non pare essere anteriore al 24 agosto del 476 (rivolta di Odoacre) né posteriore al 24 gennaio del 477 (morte di Genserico), legalizza, infatti, l’autorità di Genserico su tutta la Sicilia. Il dominio vandalico nell’isola durò fino agli ultimi anni del 533 o i primi del 534, quando la Sicilia fu occupata dai Goti. 
Caruso paragona il termine «Agareni» nella Vita di Leone Luca di Corleone, con quello nella Vita di Luca di Dèmena, dov’«è accompagnato dalla specificazione qui et Sarraceni dicuntur». Lo studioso afferma che «la specificazione sembrerebbe risalire al traduttore, dato che non trova riscontro negli altri monumenti dell’agiografia storica italo-greca conservatisi in lingua originale». Inoltre, l’anacronistico uso del termine Wandalis usato nella Vita di Leone Luca di Corleone (al momento della nascita del santo) e la presenza contemporaneamente dei termini Agareni o Saraceni (al momento del suo esodo dalla Sicilia) è già stato evidenziato nella nostra edizione, nella quale abbiamo accettato l’identificazione, operata dal Gaetani, degli Agareni con i Saraceni.

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