domenica, febbraio 15, 2026

Il maxiprocesso, 40 anni dopo. La migliore eredità: uscire dall’emergenza

L'aula bunker

PALERMO 1986 - 2026 Cosa resta, tra storia, politica e memoria, del più grande colpo giudiziario alla mafia

Vincenzo Scalia

Quarant’anni fa iniziava il maxiprocesso alla mafia. Un evento storico, che segnò lo spartiacque in merito al contrasto alla criminalità organizzata, non soltanto sul piano giudiziario-penale, ma anche sul terreno delle rappresentazioni collettive e della declinazione della cultura della legalità. Quattro decenni dopo, si rende necessaria una riflessione critica sulle eredità, positive e negative, di quella esperienza, alcune delle quali sono ancora presenti nella società italiana.

Il primo aspetto da sviluppare riguarda il contesto all’interno del quale ‘u maxi, come lo chiamavamo a Palermo, prese piede. L’esistenza della mafia era già stata accertata nel 1876, dall’inchiesta di Leopoldo Franchetti sulla Sicilia. Persino il regime fascista, al suo insediarsi, aveva mandato sull’Isola il prefetto di ferro Cesare Mori, salvo poi rimuoverlo. Cosa nostra, a differenza delle altre organizzazioni criminali, si contraddistingueva per la sua caratteristica di sistema parallelo di governance dell’economia e della politica.

Un potere extralegale vicario, ebbe a definirla Norberto Bobbio. Che a volte cooperava con le istituzioni, altre volte ci conviveva. Fu soltanto nel 1982, in conseguenza dell’uccisione del prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, che godeva a livello nazionale della reputazione di uomo forte, che aveva sconfitto le Br, che lo Stato si accorse della mafia. Questo delitto eccellente segnò il passaggio di testimone dall’emergenza del terrorismo a quella della criminalità, dando vita al rituale della scansione regolare delle emergenze. In seguito sarebbero arrivati la corruzione e la sicurezza. L’indignazione dell’opinione pubblica si combinò con il vuoto emergenziale seguito alla liberazione del generale Dozier, ultima azione delle Br.

Il secondo aspetto, riguarda la struttura interna di Cosa nostra. Finché la mafia siciliana non attirava visibilità pubblica, e le singole cosche si mantenevano in equilibrio interno, controllando la loro porzione di territorio e affari, regolando i loro conflitti intestini, la struttura di potere della borghesia mafiosa rimase intatta. Fu la violenta scalata al potere operata dai Corleonesi ad aprire dentro la mafia siciliana quella lacerazione dentro la quale trovarono spazio i collaboratori di giustizia, impropriamente definiti come pentiti. Buscetta e Contorno, le cui rivelazioni costituirono le colonne portanti del maxiprocesso, appartenevano ai cosiddetti perdenti, ovvero il vecchio gruppo di potere spodestato, se non addirittura azzerato, da Riina e soci.

Lungi dall’essere la piovra dei serial televisivi, Cosa nostra si rivelò per essere attraversata da conflitti relativi alla distribuzione di quote di potere materiale e relazionale, da cui scaturirono i delitti eccellenti e la guerra interna, che provocò mille morti nella città di Palermo, sinistramente ed efficientemente contati dal giornale L’Ora. Questo aspetto non venne quasi per niente recepito dal pubblico, ormai catturato dall’immagine della piovra tentacolare e sinottica. Soprattutto, non venne compreso dalla società civile, dalla letteratura di inchiesta, da alcuni studiosi, che trovarono gioco facile declinare la dicotomia stato-mafia come l’elemento caratterizzante della questione mafiosa. In questo contesto, nacquero i professionisti dell’antimafia, che, attraverso mantra ossessivi, riproducono tra il pubblico una logica emergenziale il cui effetto è solo quello di rafforzare la loro rendita di posizione. Così che ancora oggi, con Cosa nostra messa alle corde e nuove forme di criminalità organizzata che si affermano, si continua a ragionare come se fossimo fermi al 1986.

Il discorso emergenziale, last but not least, finisce per legittimare le misure repressive lesive delle libertà civili, come il 41 bis o l’ergastolo ostativo, che pure hanno fruttato all’Italia il richiamo di vari organismi internazionali. Ma che, ciò malgrado, vengono discusse in maniera dogmatica, che permette altresì di trasporle in altri contesti, come ci ha dimostrato il caso Cospito. Dopo 40 anni, qualche dubbio, sarebbe il caso di porselo.

Aggiornamenti

Il Manifesto, 09/02/2026, 23:25 articolo aggiornato

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