giovedì, febbraio 05, 2026

Come combattere la mafia. La lezione inascoltata di La Torre e Terranova

Pio La Torre

MILA SPICOLA

Il 4 febbraio 1976, 50 anni fa, Pio La Torre e Cesare Terranova consegnavano la Relazione di minoranza alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno mafioso. Fu un atto di rottura: una diagnosi impietosa della struttura di potere che teneva – e in parte tiene ancora – la Sicilia dentro un sistema di complicità, connivenze, opportunismi e interessi incrociati.

Terranova nel 1979 e La Torre nel 1982 pagarono con la vita la lucidità di una lettura e di una proposta di azione che sfidavano non solo la criminalità, ma anche gli equilibri consolidati della politica e dell'economia siciliana.

Il nucleo di quel documento offriva un'intuizione radicale: la mafia non è una devianza marginale, né una forma primitiva di criminalità, ma un dispositivo di potere che ricerca, costruisce e coltiva legami organici con porzioni dei pubblici poteri. La mafia «sorge e cerca subito i collegamenti con i pubblici poteri» e trova in una parte della classe dirigente interlocutori disponibili a negoziare, coprire, agevolare. Un'interdipendenza profonda che supera la rappresentazione folkloristica del boss e investe la struttura stessa del governo locale, degli appalti, della gestione delle risorse. 

Analisi del potere

Per la prima volta veniva analizzata la dimensione imprenditoriale e relazionale del potere mafioso: la Sicilia come terreno fertile per l'espansione criminale nei circuiti dell'edilizia, della speculazione fondiaria, delle concessioni commerciali e dell'urbanizzazione incontrollata. La mafia usciva dai feudi rurali per occupare i flussi della crescita urbana, penetrare negli appalti, inserirsi nei processi amministrativi e autorizzativi, saldandosi con porzioni della borghesia imprenditoriale e politica. 50 anni dopo, tra scandali corruttivi e incapacità strutturale di programmare e attuare la spesa pubblica – nonostante risorse ingenti destinate alle infrastrutture sociali e alla messa in sicurezza del territorio – la diagnosi di La Torre e Terranova appare di un'attualità brutale. La frana di Niscemi non è un accidente naturale, ma l'esito prevedibile del nesso tra dissesto idrogeologico, cattiva gestione e istituzioni prese in ostaggio , già individuato nel 1976 come terreno privilegiato della governance mafio-corruttiva. Dove non arriva la corruzione arriva l'incuria amministrativa che la prepara, producendo un deserto sociale, culturale ed economico. Gli scandali odierni non rimandano a singoli comportamenti devianti, ma alla persistenza del modello delineato da La Torre: dirigenti che rimodulano procedure per favorire cerchie ristrette, imprenditori stabilmente inseriti nelle filiere degli appalti, amministrazioni che tollerano opacità e definiscono priorità funzionali a interessi particolari. Non siamo nel 1976: la violenza è meno visibile, la mediazione più sofisticata. Ma l'architettura è la stessa: il potere pubblico come risorsa da privatizzare, l'istituzione come spazio da catturare. La mafia prospera dove lo Stato è assente; vince definitivamente quando si annida nello Stato. La Relazione, però, non si limitava alla denuncia. Indicava un orizzonte politico chiaro: «La mafia si combatte non solo con la repressione, ma con politiche di sviluppo democratico, riequilibrio territoriale, presenza dello Stato nelle aree depresse, formazione civica ed equità sociale». Mezzo secolo dopo, quell'orizzonte resta in gran parte inattuato. È qui che si colloca una delle omissioni più gravi della storia istituzionale siciliana – e nazionale – in particolare a sinistra: le occasioni mancate nell'infrastrutturazione educativa e sociale. 

Sottrarre territori

La Torre e Terranova avevano compreso che per sottrarre territori interi alla logica clientelare e mafiosa lo Stato deve farsi presente, visibile, riconoscibile, soprattutto nei luoghi della crescita. Nidi, scuole, biblioteche, centri civici non sono servizi accessori, ma presìdi di cittadinanza. Dove mancano, il potere criminale si insinua come intermediario di bisogni e speranze, mentre lo Stato appare distante o ostile.

Oggi la mappa delle infrastrutture educative in Sicilia resta un catalogo di ritardi: pochi nidi, poco tempo pieno, edilizia scolastica fragile, carenza di spazi culturali. In una regione con alti livelli di dispersione scolastica, questa penuria è un fattore strutturale di vulnerabilità sociale. È il paradosso che La Torre aveva già indicato: mentre le periferie attendono infrastrutture di civiltà, risorse ingenti scorrono verso opere di grande impatto simbolico e discutibile utilità collettiva, esposte a filiere opache di interessi e intermediazioni.

L'infrastruttura educativa, al contrario, è l'opera pubblica meno spettacolare ma più trasformativa: non genera rendite immediate per i gruppi di potere, ma produce fiducia, autonomia, appartenenza. Il fatto che continui a mancare risponde alla domanda decisiva: oggi la mafia non spara più perché non ne ha bisogno. Governa i vuoti lasciati dallo Stato e non ha interesse a contrastare il sottosviluppo che la alimenta. Rileggere la Relazione significa allora misurarsi con la responsabilità di ciò che non è stato fatto. La mafia si combatte con le leggi, ma si previene con la scuola; si reprime con la giustizia, ma si indebolisce costruendo opportunità ed equità sociale. È qui che si gioca ancora, cinquant'anni dopo, la partita tra lo Stato, i cittadini e la mafia.

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Mila Spicola

Pio La Torre, insieme a Terranova, 

il 4 febbraio 1976 consegnava la Relazione di minoranza alla Commissione parlamentare d'inchiesta 

sulla mafia

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