domenica, febbraio 08, 2026

Corleone, una targa nell'aula consiliare per Biagia Birtone, prima donna consigliera comunale nel 1946

 

Biagia Birtone

Al signor Sindaco, alla presidente del Consiglio comunale, ai consiglieri comunali del comune di CORLEONE
OGGETTO: Proposta apposizione di una targa ricordo per Biagia Birtone prima donna consigliera comunale di Corleone nel 1946.

Nell’80° anniversario della Costituzione della Repubblica Italiana, che diede per la prima il diritto di voto alle donne, si propone alle SS.LL. di ricordare Biagia Birtone, prima donna consigliera comunale di Corleone, mediante l’apposizione di una targa nella sala consiliare “B. Verro” in occasione dell’8 marzo 2026, festa della donna.
Si allega alla presente la scheda biografica della Birtone, redatta da Dino Paternostro.

Corleone, 6 febbraio 2026

F I R M E
Dino Paternostro, direttore Città Nuove
Pippo Cipriani, già sindaco di Corleone
Caterina Pollichino, segretaria Camera del lavoro “P. Rizzotto” Corleone;
Antonella Sanzio, presidente Associazione di Amicizia “Italia-Cuba” Corleone;
Salvatore Di Miceli, presidente circolo Anpi Corleone;
Salvatore Iannazzo, presidente Federconsumatori Corleone.

CHI ERA BIAGIA BIRTONE

Quando quella mattina di ottobre del 1946 il messo comunale bussò al civico 65 di via Sataliviti e le consegnò la lettera di notifica della sua elezione a “consigliera” comunale, lei per prima rimase stupita. Infatti, corca due mesi prima, quando aveva accettato la candidatura nella lista del partito comunista, a tutto pensava tranne che ad essere eletta. E, invece, su quel foglio che teneva stretto in mano c’era scritto che proprio lei, Biagia Birtone, era diventata consigliera comunale. E, insieme a lei, lo erano diventati anche i suoi compagni di partito Michele Zangara, Luciano Rizzotto e Benedetto Barone, che avevano conosciuto il mitico capo dei Fasci Bernardino Verro e che, nel 1921, erano stati i fondatori della sezione di Corleone del Partito comunista d’Italia. Lei, però, era l’unica donna in un consiglio comunale di soli uomini. Comunque, quei quattro consiglieri comunisti, insieme ai ventidue socialisti, avevano conquistato la maggioranza assoluta in consiglio comunale. Cioè, avevano vinto le elezioni e potevano quindi amministrare il comune, dopo il ventennio fascista. Non le mancavano i motivi per essere soddisfatta, dunque. Eppure, passato il primo momento di euforia, per Biagia Birtone, casalinga corleonese di 37 anni, la strada si fece in salita. Infatti, il marito, Giuseppe Leone, contadino di 46 anni, non era per niente contento di questa elezione. Come non era contenta Francesca, la figlia primogenita. Temevano che la donna, assorbita anche da questo nuovo impegno, sarebbe rimasta ancora più lontana da casa. Giuseppe non dubitava della fede politica della moglie, ma non riusciva lo stesso a vedere di buon occhio una donna – per giunta sua moglie – che faceva politica. Nella sua semplicità, non poteva accettare una “novità” così dirompente, in un contesto arretrato e fortemente maschilista qual era Corleone nel secondo dopoguerra. 

Ma Biagia era una tipa tosta. Prima provò a spiegare che non faceva nulla di male, che sarebbe riuscita a conciliare la sua attività politica con la vita privata e familiare, che si batteva per una causa giusta. Ma, viste vane tutte le spiegazioni, fece di testa sua, anche a costo di continue liti in famiglia. Partecipava alle sedute del consiglio, non mancava ad una riunione in sezione, andava spesso a Palermo ed era sempre in prima fila nelle lotte per l’occupazione delle terre. A sostenerla c’erano altre compagne di Corleone, ma principalmente una donna palermitana, Anna Grasso, che sarebbe diventata un’importante dirigente del Pci.

Mia madre non era capita e soffriva 

“In famiglia, mia madre non era capita né da mio padre e nemmeno da me, nonostante anch’io fossi una donna”, mi ha confessato nel 2009, con una punta di rammarico, la figlia Francesca. Allora l’avevo intervistata per saperne di più di questa “prima donna consigliera comunale comunista”, che era scomparsa nel 2003, e realizzare il “paginone” domenicale per “La Sicilia” con cui collaboravo.  Aggiunse Francesca: “Allora pensavo alla nostra famiglia numerosa e alla fatica di portarla avanti che ricadeva sulle mie spalle. Mia madre ripeteva che a Corleone c’era molta miseria e qualcuno doveva pur muoversi per cambiare le cose, ma io non capivo. La vedevo alla testa dei cortei contadini con la bandiera e il fazzoletto rosso al collo, mentre gridava “Terra a chi lavora!”, e mi arrabbiavo. Mio padre non la capì mai. Io, solo dopo tanti anni, mi resi conto che mia madre aveva una grande fede, che lottava per una causa giusta, per il futuro mio e dei miei fratelli”. In quegli anni, Biagia era impegnata anche in attività di volontariato, quale l’organizzazione della mensa per i bambini poveri di Corleone. Conobbe Placido Rizzotto, il segretario della camera del lavoro, che sarebbe stato assassinato dalla mafia. “Era una persona buona, che aiutava i contadini poveri, ripeteva spesso mia madre, nei giorni successivi al suo assassinio”, ricordava Francesca. Dopo l’assassinio di Rizzotto, Biagia Birtone e gli altri tre consiglieri comunisti si dimisero dal consiglio comunale per protestare contro il sindaco Bernardo Streva e altri consiglieri socialisti, che avevano rotto l’unità della sinistra, aderendo al partito socialdemocratico di Saragat. Fu una delle ultime “azioni forti” di Biagia Birtone, la “pasionaria rossa” corleonese. Da lì a qualche anno si sarebbe ammalata e avrebbe lasciato l’attività politica. È morta il 22 febbraio 2003, all’età di  95 anni, conservando gelosamente tutte le tessere del Pci e l’ultima di Rifondazione comunista, a cui aveva aderito nel 1997.

La battaglia per la liberazione dei latifondi

“Mia madre – mi diceva ancora Francesca – era una donna molto intelligente. Aveva fatto le prime classi elementari, ma leggeva molto e di tutto. Dalla stampa del suo partito, il Pci, alla Divina Commedia”. E aggiungeva: “Allora né mio padre né io abbiamo condiviso la scelta di fare politica. L’accusavamo di trascurare la famiglia, di far pensare male la gente. Solo diversi anni dopo, ho capito che sbagliavo, che mia madre lottava per una causa giusta. Ma non ho mai trovato il coraggio di dirglielo. L’unica vera colpa di mia madre  è stata quella di nascere in un’epoca ed in un paese sbagliato. Lei era una che credeva nell’emancipazione delle donne, ma questo discorso, nella Corleone del secondo dopoguerra, nessuno lo poteva capire. Smise di fare politica negli anni ’50, quando s’ammalò e rimase sofferente per tutta la vita”. 

“Quando penso a lei – mi confessava ancora la figlia – non riesco a trattenere la commozione e le chiedo perdono per non averla compresa”. “A Corleone c’è molta miseria e disoccupazione, bisogna che qualcuno si muova per cambiare le cose”, ripeteva Biagia alla figlia. Poi, con la bandiera e il fazzoletto rosso, si metteva alla testa dei contadini che occupavano le terre. E quelle occupazioni ottennero dei risultati positivi e concreti. La speciale Commissione provinciale assegnò  alle due cooperative contadine di Corleone (la “B. Verro” e l’Unione agricola) alcune centinaia di ettari di terra. Un risultato che entusiasmò tutti quelli che avevano lottato e che ebbero la soddisfazione di toccare con mano i risultati. Sull’onda di questi successi, anche a Corleone la sinistra vinse le prime elezioni comunali del ‘46 e le prime regionali del 20 aprile 1947. Stavolta, però, non vi fu neppure il tempo di gioire, che la mafia, gli agrari, la banda Giuliano e pezzi di politica complice consumarono la terribile strage di Portella della Ginestra del 1° maggio ’47, dove furono uccisi 11 persone, tra cui donne e bambini. Il modo di “lorsignori” per provare a fermare le lotte contadine e per contenere l’avanzata delle sinistre. E siccome le lotte non si fermarono, allora continuarono gli attacchi violenti al movimento contadino e ai suoi dirigenti. Nei primi mesi del ’48, infatti, furono assassinati in rapida sequenza Epifanio Li Puma a Petralia (2 marzo 1948), Placido Rizzotto a Corleone (10 marzo 1948) e Calogero Cangelosi a Camporeale (1 aprile 1948). Un tentativo di decapitare il movimento contadino, privandolo dei suoi dirigenti più combattivi. Li Puma, Rizzotto e Cangelosi, infatti, erano tutti e tre socialisti e dirigenti della Camera del lavoro in comuni strategicamente importanti nella lotta al latifondo.

La mappa della mafia a Corleone

Ai tempi di Biagia Birtone e Placido Rizzotto, a descrivere il “gotha mafioso” di Corleone fu un illuminante rapporto «riservatissimo» del vice-brigadiere dei carabinieri Agostino Vignali, redatto negli anni Cinquanta. Secondo il sottufficiale dell’Arma in servizio a Corleone, oltre a Luciano Liggio, Vincent Collura, Antonino Governali e Giovanni Trumbaturi, le figure più importanti, i vari «compari» legati al capomafia Michele Navarra, erano i fratelli Antonino, Luciano, Innocenzo e Giulio Raia, i fratelli Giovanni e Salvatore Saporito, i fratelli Antonino e Biagio Governali, i fratelli Carmelo, Giovanni e Pasquale Lo Bue (figli di don Calò), i fratelli Pasquale e Andrea Criscione, i fratelli Vincenzo e Francesco Leggio, i fratelli Pietro, Giovanni e Innocenzo Ferrara, i fratelli Filippo, Leoluca e Antonino Bonanno, i fratelli Arcangelo, Francesco Paolo e Antonino Streva, i fratelli Liggio, detti «i Ficateddi», i fratelli Antonino, Vincenzo e Giovanni Maiuri, detti «i Pagghiareddi», Giovanni Di Miceli e i suoi figli, i fratelli Angelo, Matteo e Antonino Vintaloro, i fratelli Giuseppe, Antonino e Antonio Mancuso Marcello, Carmelo Pennino e fratelli, Leoluca Scalisi e fratelli, Pasquale Cutrera e fratelli, Giacomo Riina, Francesco Pomilla, i fratelli Leoluca e Gaetano Pomilla, i Savona e i Ciravolo. In quegli anni, la situazione dell’ordine pubblico a Corleone si era fatta davvero drammatica. Nel 1944 furono denunciati 278 furti, 120 danneggiamenti, 22 rapine e 11 omicidi; nel 1945 si registrarono 143 furti, 43 danneggiamenti, 22 rapine ed estorsioni e ben 16 omicidi; nel 1946, 116 furti, 29 danneggiamenti, 10 rapine ed estorsioni e la cifra-record di 17 morti ammazzati. Ma sono solo dati ufficiali. La realtà, invece, dovette essere ben più allarmante, se appena si pensa che non tutti i reati venivano denunciati.

In un simile contesto, donne come Biagia Birtone, insieme a tante altre donne e tanti uomini “senza nome”, hanno dimostrato una grande capacità di resistere ai soprusi e alla violenza della mafia e del padronato agrario, dando inizio alla costruzione di una nuova società libera, democratica e solidale, come previsto dalla giovane Costituzione della Repubblica Italiana.

SCHEDA BIOGRAFICA A CURA DI DINO PATERNOSTRO

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