martedì, febbraio 10, 2026

La confusione offende le vittime. Separare la Shoah dalle foibe


Daniele Susini

L'unico vero elemento in comune tra questi due eventi è il contesto generale della Seconda guerra mondiale. Al di fuori di questo contenitore storico, non esistono analogie strutturali

Già in passato è stato più volte criticato l'accostamento improprio tra il 27 gennaio, Giorno della memoria e il 10 febbraio il Giorno del ricordo: due ricorrenze dotate di una propria autonomia storica e identitaria, vicine soltanto sul piano cronologico ma profondamente diverse sotto ogni altro aspetto. Differiscono per la natura degli eventi ricordati, per il contesto geografico, per la tipologia delle vittime e, soprattutto, per la portata storica e simbolica dei fatti cui fanno riferimento. In origine questo accostamento forzato era promosso da associazioni locali o da piccoli gruppi periferici. Oggi, invece, ciò che si osserva nel grande villaggio globale dei social media è una vera e propria istituzionalizzazione di questo rapporto. Sempre più spesso sono i comuni e le amministrazioni locali a proporre iniziative congiunte, mettendo sulla stessa locandina – e quindi sul medesimo piano simbolico – ricorrenze che non condividono né genesi né significato.

È legittimo interrogarsi sulle motivazioni di questa scelta, che siano esse economiche, storiche o politiche; ciò che è certo è che una simile sovrapposizione produce ulteriore confusione storica e politica, alimentando l'ennesima melassa vittimaria che tutto confonde e nulla spiega. 

Collegamento innaturale

Questo collegamento innaturale tra la Shoah e i crimini di matrice comunista è stato analizzato anche dall'IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), che lo individua come una delle principali forme di distorsione della memoria.

Nel manuale divulgativo Affrontare la distorsione della Shoah sui social media si legge: «Ciò che caratterizza le forme di distorsione prevalenti in alcuni paesi dell'Europa orientale è, ad esempio, il tentativo di sostenere un'equivalenza tra i crimini nazisti e quelli comunisti, insieme al bisogno, in queste nuove democrazie, di eroi che furono ex collaboratori o autori del genocidio ebraico».

Da un lato abbiamo la Shoah, un evento senza precedenti nella storia dell'umanità: un progetto genocidario di stato, industriale e sistematico, che ha portato all'uccisione di sei milioni di ebrei, rendendolo diverso persino all'interno del ristretto novero dei genocidi universalmente riconosciuti. Dall'altro lato vi sono crimini di guerra che coinvolsero circa cinquemila italiani e il successivo esodo delle popolazioni giuliano-dalmate dalle loro regioni d'origine.

L'unico vero elemento in comune tra questi due eventi è il contesto generale della Seconda guerra mondiale e dei suoi strascichi. Al di fuori di questo contenitore storico, non esistono analogie strutturali, né sul piano delle intenzioni, né su quello delle modalità, né su quello degli esiti. 

Il "Treno del ricordo"

Eppure, negli ultimi anni, il Giorno del ricordo del 10 febbraio sembra subire un processo che potremmo definire, con un brutto ma efficace neologismo, di "olocaustizzazione". Nell'impianto comunicativo di questa giornata ricompaiono infatti simboli, immagini e linguaggi direttamente mutuati dall'immaginario della Shoah.

Emblematico è il caso del "Treno del ricordo", che richiama esplicitamente i "Treni della memoria", i quali a loro volta rimandano ai convogli dei deportati diretti verso i centri di sterminio nazisti. Il treno ministeriale, concepito per raccontare la storia del confine orientale attraverso la metafora del viaggio forzato, finisce così per costruire un'assonanza immediata: i giuliano-dalmati come gli ebrei, entrambi deportati, entrambi vittime, dei nazisti e dei comunisti. Ma questa equivalenza non regge sul piano storico. Solo gli ebrei furono deportati verso luoghi di annientamento sistematico; gli altri, pur colpiti da una tragedia reale e dolorosa, non furono deportati e non furono destinati ai lager nazisti.

Particolarmente significativo è poi l'accostamento con un episodio ancora oggi controverso: il cosiddetto "treno della vergogna", un convoglio del 1947 partito da Ancona e che avrebbe subito, a Bologna, una dura contestazione da parte di ambienti comunisti locali. In questo modo il cliché patriottico e anticomunista si compone in maniera quasi perfetta. 

Egea Haffner

Accanto al treno, non si può non ricordare un'altra figura simbolica che salda Shoah ed esodo: la bambina con la valigia con la scritta "esule giuliana", al secolo Egea Haffner. L'immagine, per posa, estetica e costruzione dell'innocenza, richiama in modo evidente la bambina con il cappottino rosso del film Schindler's List di Steven Spielberg, divenuta uno dei simboli più potenti e riconoscibili della Shoah.

Anche in questo caso, però, l'analogia non regge: la signora Egea, pur tra mille sofferenze e difficoltà, è sopravvissuta ed è ancora viva; la bambina di Cracovia, simbolo dell'infanzia violata dalla Shoah, è perita come circa un milione e mezzo di bambini ebrei.

A questo elenco va aggiunto l'uso di slogan e parole-chiave legate al Giorno del ricordo: dall'espressione – oggi in parte abbandonata – di "genocidio degli italiani", all'impiego di immagini come il filo spinato, fino alla definizione di "martiri italiani".

In questa stessa ottica va ricordato come nel 2021 Fratelli d'Italia abbia depositato un disegno di legge volto a estendere alle foibe il reato di negazionismo, mutuandolo direttamente dalla Shoah. Tutti elementi che rimandano, ancora una volta, all'universo simbolico della Shoah, nel tentativo evidente di attingere alla sua forza morale, alla sua legittimazione internazionale e alla sua riconoscibilità globale. 

È tutto casuale?

È davvero tutto casuale? Difficile sostenerlo. Si tratta piuttosto di un disegno politico preciso, portato avanti da attori ben individuabili, volto da un lato ad accreditarsi attraverso una strategia di vittimizzazione – la retorica degli underdog – e dall'altro a veicolare i valori di una specifica parte politica mediante una lettura ideologizzata della storia delle foibe.

Questa olocaustizzazione istituzionale delle foibe appare come un ulteriore passo verso la totale equiparazione tra Shoah e Foibe, già emersa durante il dibattito parlamentare che portò all'istituzione della legge sul Giorno del ricordo. Emblematica, in tal senso, è la dichiarazione del senatore Piergiorgio Stiffoni (Lega nord), che sostenne: «Quali le differenze tra chi è responsabile di queste uccisioni di massa e i campi di sterminio? Non c'è alcuna differenza, se non per il modo con cui è avvenuta l'eliminazione. (…) Non esistono massacri di serie A o di serie B».

La destra nazionale sembra così rifiutare il confronto con la Storia e con la propria identità, dimenticando la svolta di Fiuggi e rivendicando, invece, una tradizione politica che ha contribuito ad avvelenare il confine orientale, alimentando nazionalismi esasperati e odi etnici che hanno messo a ferro e fuoco quella regione.

Si torni a rispettare il calendario civile, si separino queste due date in ogni senso: nelle locandine, nella narrativa, nella simbologia e nella rappresentazione. Ingarbugliare i fatti, mistificare la storia, serve solo a chi vuole rimestare nel torbido e continuare a fare polemica su una vicenda che deve essere sanata. Ricordandoci sempre che la confusione non permette la comprensione e la mancata comprensione offende le vittime, della Shoah e del confine adriatico.

Domani.it, 10/2/26

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