
L’aula bunker di Palermo nel giorno della sentenza
A Palermo, del 10 febbraio del 1986, un lunedì, ricordano soprattutto la pioggia che bagnava l’astronave di cemento e vetro costruita in sei mesi al carcere dell’Ucciardone: l’aula bunker messa su per ospitare 400 imputati di mafia nelle apposite gabbie in quello che poi sarebbe diventato famoso con il nome di «maxiprocesso». Per gli amici (e i nemici): il maxi. O meglio,’u maxi. Presidente Alfonso Giordano, a latere Pietro Grasso. I pm d’aula erano Giuseppe Ayala e Domenico Signorino. La prima udienza fu tecnica: molte eccezioni. E qualche colpo di teatro: Pippo Calò con il famoso cappotto sulle spalle, Luciano Liggio che chiede di poter seguire le udienze «in compagnia», qualcuno dà di matto, un altro ingoia chiodi, c’è chi si cuce le labbra.
IL PRIMO grado finirà 638 udienze e 35 giorni di camera di consiglio dopo, il 16 dicembre del 1987, con 346 condanne e 114 assoluzioni, 19 ergastoli e 2.655 anni di pene. La Cassazione confermerà quasi tutto nel 1992. Non era scontato e molti non se l’aspettavano. Cosa nostra in testa, che reagì con la violenza che gli è propria: l’omicidio di Salvo Lima. E Capaci e via D’Amelio, due stragi che fanno parte di quella storia (ma non solo di quella storia).
PRIMA DI TUTTO questo, però, quando la mafia sembrava invincibile, ’u maxi andava costruito. Nel 1982 nel codice penale arriva il 416 bis, l’associazione mafiosa. E poco dopo il principale artefice di quella legge, il comunista Pio La Torre, viene ammazzato. Poi, nel 1983, toccherà a Rocco Chinnici cadere, con un’autobomba. Dirigeva il pool antimafia di Palermo: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. Andrà a sostituirlo, da Firenze, Antonino Caponnetto che porterà avanti – e completerà – il lavoro. «Se ne sono dette tantissime sul maxiprocesso, ma la verità è molto semplice: tutto nasceva da un’indagine fatta come si deve». Dentro al telefono, da Palermo, la voce di Peppino Di Lello, 85 anni, che quel processo lo istruì, è come sempre: calma. Il tono è quello dell’abruzzese trapiantato in Sicilia mezzo secolo fa: ne ha viste molte, ne vede ancora parecchie, la sa lunga e la sa raccontare.
Prima le indagini non erano fatte come si dovrebbe?
Faccio un esempio. Quando nel 1978 i corleonesi ammazzano il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, gli trovano addosso un mazzo di assegni circolari e vaglia del banco di Napoli. Ovviamente viene mandato tutto alla procura di lì, che se li tiene due anni e poi li rimanda a Palermo. È lì che scopriamo che le ricevute sono intestate a vari mafiosi.
Gli armadi pieni di assegni dell’ufficio istruzione sono passati alla storia.
È così che lavoravamo. Il segreto bancario, in Italia, in fondo non è mai esistito. E Falcone riusciva a trovare collaborazione anche in Svizzera. Avevamo capito che, partendo da lì, potevamo arrivare lontano.
«Follow the money» è ormai una formula notissima.
Era tutto lì. Ma ci sono voluti anni per arrivarci. Quando ammazzano a Montreal Michael Pozza, un faccendiere che andava e veniva tra il Canada e la Sicilia, addosso gli trovano un pizzino con due nomi: Zummo e Civello. L’appunto viene passato alla polizia di Palermo che però lo tiene in un cassetto per anni. Solo in seguto capimmo che quei due nomi erano costruttori legati a Vincenzo Ciancimino. E allora Guarnotta andò a Montreal e cominciammo così a scoprire ilsuo tesoro… Poi Giuseppe Montana e Ninnì Cassarà, pure uccisi prima dell’inizio del maxi, si misero a cercare i latitanti. Nessuno lo faceva. Loro li trovarono.
E poi vennero i pentiti: Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno.
Soprattutto Buscetta fu decisivo. Non tanto per le indagini, già sapevamo moltissimo, infatti, quasi tutto; quanto perché spiegò a tutti il significato di Cosa nostra e chi ne faceva parte. Molti erano ritenuti dei trafficanti di tabacco o poco più, invece erano molto altro. Bisogna dire inoltre che Buscetta aprì la strada a molti altri collaboratori di giustizia, anche giovani: si passò dalla cultura dell’omertà a quella, direi, della vita. In fondo il discorso era quello: se non avesse collaborato, Buscetta sarebbe stato ucciso appena messo piede in carcere… E poi la credibilità dell’inchiesta di certo lo spinse a collaborare.
«Credibilità». In che senso?
C’era grande professionalità. Dopo lo avrebbero chiamato «il metodo Falcone»e ci fu anche del «turismo giudiziario»: investigatori che venivano a vedere come lavoravamo.
E fuori dal tribunale?
In città c’era un clima favorevole. Palermo reagiva bene al nostro lavoro, la società civile partecipava. C’era simbiosi. C’era speranza. Poi a un certo punto tutto finì. Per paradosso il maxi processo verrà utilizzato dalla politica locale come alibi, come se la mafia fosse solo un problema giudiziario.
Si è anche parlato del maxi processo come di un’illusione giudiziaria. Davvero è tutto qui?
In parte. I risultati ci furono e furono importanti. La mafia «militare» è stata sconfitta: i «grandi nomi», quelli ancora vivi almeno, sono tutti all’ergastolo, a Palermo c’erano centinaia di omicidi l’anno e ora non ci sono più. Mi pare una grande conquista di civiltà. E ancora oggi: la mafia c’è, ma ci sono anche tanti arresti per 416 bis, la macchina funziona a pieno ritmo. È una cosa che fa riflettere: da un lato si esaltano Falcone e Borsellino, dall’altro si dice che il loro lavoro non è servito a nulla. Insomma l’illusione un po’ resta. Lo dicevamo anche allora che la repressione non basta. Oggi lo vediamo ancora meglio.
Cosa vediamo?
I discorsi su quella che chiamavamo delinquenza minorile sono impressionanti. Qui a Palermo stiamo assistendo a un’esplosione di questo fenomeno, ma il problema è che la città non offre nulla come alternativa, capisco bene che un giovane qui non veda prospettive. Quindi chi può fugge dalla Sicilia, mentre tanti altri finiscono nella criminalità. Parlo della mafia ma non solo.
Di leggi repressive, in effetti, se ne fanno parecchie.
Aumentare le pene o inventare strani decreti non serve a niente. Da Caivano alle ultime cose sulla sicurezza: pura propaganda. Come del resto fare un campetto o una palestra non è che risolva in problema, figuriamoci. Mi viene da ridere quando leggo progetti come quello di dare 1000 euro per ogni nuovo nato. Con quella cifra ormai non ci si paga più manco il battesimo… Sono problemi vecchi, è vero, ma nessuno li ha mai risolti. Inutile dopo nascondersi dietro i processi e le indagini…
Aggiornamenti
Il Manifesto, 10/02/2026, 00:38 articolo aggiornato

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