
Le proteste davanti al Congresso (Ansa/Epa)
di Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Via libera della Camera al progetto che riscrive le regole del lavoro in vigore dal 1974, con banca ore, nuove norme sui licenziamenti e meno tutele per le piattaforme digitali. Sciopero generale e scontri davanti al Congresso
Se si guarda alle radici ideologiche del governo, l’esito dell’ultimo voto alla Camera argentina non sorprende. L’ultraliberismo ha un faro chiaro: il profitto prima del benessere dei lavoratori, la flessibilità prima delle tutele, il mercato prima del patto sociale. Dunque, la riforma del lavoro voluta dal presidente Javier Milei ne è una traduzione concreta e senza troppi filtri.
Nel cuore di una crisi economica che dura da anni, Buenos Aires ha infatti approvato una revisione profonda del regime del lavoro in vigore dal 1974. Il progetto è passato alla Camera con 135 voti favorevoli e 115 contrari, dopo una maratona parlamentare di quasi dieci ore, e ora tornerà al Senato per il via libera definitivo dopo le modifiche introdotte dai deputati. Una maggioranza costruita grazie al sostegno di settori dell’opposizione «dialogante» ha consentito al governo di portare a casa uno dei pilastri della sua agenda economica.
La giornata fino a dodici ore e il lavoro che cambia forma
Il punto simbolicamente più forte — e socialmente più esplosivo — è l’introduzione della cosiddetta banca ore. In nome della flessibilità produttiva, le giornate lavorative potranno arrivare fino a dodici ore, con lo straordinario compensato da riposi successivi o riduzioni di orario.
Il datore di lavoro potrà inoltrefrazionare le ferie in periodi minimi di sette giorni e modulare i periodi di riposo secondo le esigenze aziendali. Una logica che guarda alla produttività come priorità assoluta, ridisegnando il tempo del lavoro come variabile economica prima che come spazio di vita.
Accanto a questo, la riforma estende i periodi di prova in diversi settori e introduce un regime specifico per i lavoratori delle piattaforme digitali, che vengono considerati autonomi: niente ferie pagate, niente tredicesima, meno tutele.
Licenziamenti più leggeri e diritti più sottili
Il provvedimento prevede anche un fondo alternativo alle tradizionali indennità di licenziamento, finanziato attraverso la sicurezza sociale, che di fatto alleggerisce il costo dell’uscita dal rapporto di lavoro per le imprese.
Vengono inoltre derogati diversi statuti professionali, compreso quello dei giornalisti,segnale chiaro di una volontà di uniformare — verso il basso — il sistema delle garanzie.
Solo all’ultimo momento il governo ha ritirato una norma particolarmente contestata: quella che avrebbe consentito di ridurre lo stipendio dal 50 al 75% in caso di malattia o infortunio non professionale. Una concessione che, però, non ha cambiato la filosofia complessiva del progetto.
La piazza contro il Parlamento
Mentre nell’aula si votava, fuori il Paese ovviamente si fermava. La Confederazione generale del lavoro ha proclamato uno sciopero generale che ha paralizzato trasporti, scuole, servizi pubblici e attività commerciali.
Davanti al Congresso migliaia di manifestanti hanno protestato contro quella che considerano una demolizione dei diritti conquistati in mezzo secolo. La risposta del governo è stata muscolare: schieramento delle forze federali, idranti, scontri e una capitale trasformata per ore in zona blindata.
È il volto sociale della riforma (autoritaria?): una modernizzazione annunciata dall’alto, ma vissuta in basso come una perdita di protezione.
La scommessa economica di Milei
Per l’esecutivo, la riforma è uno strumento necessario per combattere il lavoro informale — che coinvolge oltre il 40% della forza lavoro — attrarre investimenti e rendere l’economia più competitiva. Meno rigidità, meno contenziosi, più libertà contrattuale: nella visione presidenziale è questa la strada per uscire da decenni di stagnazione.
Ma la posta in gioco è alta. Perché il modello sposta in modo netto il baricentro del rapporto di forza tra impresa e lavoratore, riducendo la funzione protettiva dello Stato in favore dell’efficienza di mercato.
Modernizzazione o precarizzazione
Il nodo politico e sociale sta tutto qui. Per i sostenitori si tratta di una riforma coraggiosa, necessaria, finalmente allineata alle economie più dinamiche. Per i critici è un arretramento storico che rischia di trasformare flessibilità in precarietà strutturale.
In un Paese segnato da crisi cicliche, inflazione cronica e povertà crescente, il lavoro è sempre stato uno degli ultimi argini di sicurezza sociale. Smontarlo in nome della competitività è una scelta che può produrre (forse) un po’ di crescita, ma anche nuove fratture. La riforma del lavoro non è soltanto una legge. È il cuore della scommessa di Milei: dimostrare che lo shock liberista può rimettere in moto l’Argentina. Se fallirà, il prezzo non sarà solo economico, ma sociale.
Corriere della sera, 20 febbraio 2026
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