martedì, febbraio 10, 2026

La lezione del Maxi processo quarant’anni dopo: “I pm restino autonomi”

L’aula bunker del maxiprocesso del 1986

di Salvo Palazzolo

L’aula bunker piena di studenti per l’anniversario del processo. “Quella fu la dimostrazione che se lo Stato vuole ottiene risultati”

Quarant’anni fa, l’aula bunker dell’Ucciardone era stracolma di imputati dietro le sbarre — ce n’erano 221 — oggi invece è piena di studenti, arrivati per l’evento organizzato da Addiopizzo Travel in collaborazione con il tribunale di Palermo. È emozionato Giuseppe Ayala, era uno dei pubblici ministeri di quel processo: «Quando terminai la requisitoria, che durò otto giorni, non riuscii ad alzarmi dalla sedia. Aspettai che l’aula si svuotasse e poi due carabinieri mi sorressero e mi fecero camminare: questo per dire che sforzo anche fisico fu».

Ayala ricorda soprattutto la “sensazione” che quel processo portò: «Per la prima volta si capì che lo Stato quando davvero vuole i risultati li ottiene». Il maxi processo segnò le basi per la sconfitta della mafia militare. «La mafia non è forte come allora, ma non bisogna abbassare la guardia», avverte il presidente della corte d’appello Matteo Frasca.

Il presidente del tribunale Piergiorgio Morosini dice invece agli studenti: «Davanti ad un fenomeno così terribile noi abbiamo guardato negli occhi il mostro e non siamo diventati come il mostro, abbiamo risposto con le regole democratiche e con la Costituzione. Questo — sottolinea — è stato possibile anche perché i magistrati che hanno sintetizzato quel lavoro hanno potuto operare in piena autonomia e indipendenza, con passione civile e con qualità professionale». Autonomia e indipendenza, le parole che in queste settimane ricorrono di più nella battaglia dei magistrati contro la riforma della giustizia che vorrebbe separare le carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici.


Il presidente della commissione regionale antimafia Antonello Cracolici ricorda il grande corteo della società civile il giorno dell’inizio del maxiprocesso: «La spinta dell’opinione pubblica ha consentito alla nostra terra di fare grandi passi avanti nella lotta alla criminalità organizzata — commenta a margine dell’iniziativa organizzata da Addiopizzo — ma attenzione a non sottovalutare una mafia che è tornata ad essere attrattiva con una cultura improntata all’uso disinvolto delle armi, alla sopraffazione e alla violenza». Anche Cracolici invita «a non abbassare la guardia: perché, come diceva Giovanni Falcone, se vogliamo sconfiggere la mafia dobbiamo tenere sempre alta quella tensione civile».

In questi giorni di ricordo e riflessione sulla lotta alla mafia, un contributo importante arriva dall’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, che dialogando con “Repubblica” rivendica i risultati importanti raggiunti dopo le stragi Falcone e Borsellino, sulla scia del metodo e delle risultanze del maxiprocesso, ma va anche oltre: «Molto sovente, nel nostro Paese, alla magistratura sono stati delegati a ripetizione gravi problemi, che la politica non ha saputo o voluto affrontare e risolvere. Dalla lotta al terrorismo alla mafia, dalla corruzione alla sicurezza sui posti di lavoro, dall’evasione fiscale alla tutela dell’ambiente. Però, è una delega con riserva».

Caselli parla di una «asticella non scritta, chiara a tutti». E quando «si oltrepassa, toccando alcuni poteri forti e certi interessi che non ci stanno ad essere controllati, scatta un meccanismo di difesa, la magistratura viene accusata di invasione di campo o addirittura di golpe». Così, nella lotta alla mafia, sulla scia del maxiprocesso, i magistrati della procura di Palermo protagonisti insieme a Caselli dei processi alla politica, furono messi sotto accusa. Caselli ricorda che dopo il processo Andreotti, «concluso in Cassazione con il riconoscimento della penale responsabilità dell’imputato fino all’inizio del 1980» fu fatta una «legge ad personam per impedirmi di concorrere al posto di procuratore nazionale antimafia». Come dire, la politica non ha voluto fino in fondo la verità che avevano iniziato a cercare i magistrati del maxi. Nell’aula bunker, gli studenti ascoltano attenti. «Nel museo di Capaci MuSt23 — dice Dario Riccobono — si potrà rivivere l’esperienza del maxi attraverso la realtà virtuale».

La Repubblica Palermo, 09 FEBBRAIO 2026

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