lunedì, febbraio 16, 2026

Palermo, No mafia Memorial: incontro con il direttore Ario Mendolia

Palermo, palazzo Gulì, sede del No mafia Memorial

Ario Mendolia

LUOGHI/INTERVISTA Nel tratto di Via Vittorio Emanuele che unisce i Quattro Canti alla Cattedrale di Palermo, nel pieno del percorso arabo-normanno patrimonio Unesco, sorge Palazzo Gulì. Qui, nel 2018, Umberto Santino e Anna Puglisi, in accordo con Leoluca Orlando, decisero di realizzare uno spazio museale polisemantico: incontro con il direttore Ario Mendolia

Andrea Meccia

PALERMO. Nel tratto di Via Vittorio Emanuele che unisce i Quattro Canti alla Cattedrale di Palermo, nel pieno del percorso arabo-normanno patrimonio Unesco, sorge Palazzo Gulì. Qui, nel 2018, Umberto Santino e Anna Puglisi, in accordo con Leoluca Orlando, sindaco della città al quinto mandato, decidono di realizzare il No mafia Memorial, uno spazio museale polisemantico.

Ario Mendolia, cosa vuol dire visitare oggi il No Mafia Memorial da lei diretto? 

Vivere un’esperienza di memoria, non solo culturale.

Con quale intento nasce il museo?

Restituire memoria agli eventi più lontani nel tempo e a tutte le vittime, non solo a quelle più note. La tendenza generale ci porta su Falcone e Borsellino. È un fenomeno fisiologico. Ma la storia della mafia è più complessa.

Che tipo di narrazione lo attraversa? Come è stato progettato? 

La cosa più interessante è proprio questa: narrazione. Nel No Mafia Memorial sono state realizzate installazioni didattiche ed emozionali. La sfida era riempire, senza avere oggetti da mostrare, i 600 metri quadrati di un palazzo vuoto. Il Centro Impastato aveva accumulato studi, esperienze, ricerche ma non oggetti. Rendere interessante l’esperienza museale non era semplice, ma guardando tutto quello che avevano accumulato Umberto e Anna, abbiamo trovato una miniera da cui estrarre valori narrativi da rendere fruibili.

Una bella sfida…

Chiunque li conosce sa che attingere a questo loro sapere è abbastanza complicato. Ma il nostro è un vero museo di narrazione. Abbiamo creato un percorso multimediale comprensibile ed affascinante partendo dalle loro analisi sul fenomeno mafioso. I percorsi sono corredati da meravigliose fotografie. Tra i soci fondatori del Centro c’erano Letizia Battaglia e Franco Zecchin.

Niente male da un punto di vista di memoria e costruzione di un immaginario…

È stata una sfida che abbiamo accolto e, credo, siamo riusciti a vincere.

Mendolia, da visitatore nel No Mafia Memorial, pensa che al suo interno prevalga più la storia o la memoria? 

Questa domanda me la pongo spesso e devo dire che mi do risposte differenti perché affrontiamo entrambi gli aspetti. La memoria è un fatto straordinario ma assai labile. Dipende da chi ricorda e con quale posizione ideologica si guarda ad un evento. La memoria, pur partendo da dati oggettivi, si evolve in relazione alle interpretazioni che ciascuno può dare. Noi abbiamo mostre più legate alla memoria e altre più legate all’analisi storico-sociologica. Un esempio è la mostra sulle lapidi e le epigrafi apposte negli anni per gli eventi delittuosi siciliani. Questa è una mostra di memoria perché commemorativa, ma è anche un’analisi semantica perché nel leggere lapidi ed epigrafi, vediamo come il linguaggio si sia evoluto nel tempo e come ciascuna istituzione abbia raccontato l’evento con una sintassi diversa. Anche con casi di omissione della parola «mafia».
Qualche esempio?

Molte lapidi recitavano: «Qui cadde». Come se uno avesse potuto inciampare sul marciapiede. La più famosa era quella del giudice Costa. Ci siamo battuti per farla sostituire e ci siamo riusciti. Nel caso di Libero Grassi, invece, non c’è una lapide ma un cartello scritto a pennarello. La negazione della retorica è una contestazione forte della commemorazione istituzionale. Abbiamo poi mostre che sfruttano la forza delle immagini con una componente emotiva. Alle immagini, affianchiamo sempre una relazione, un testo che contestualizzi i fatti.

Palermo come ha accolto e come vive questo luogo? C’è stato un pregiudizio iniziale?

Purtroppo sì e lo dico con dolore. Dobbiamo comunque separare la città per tipologia di visitatori. La parte adulta pensa di sapere tutto perché quelle cose le ha vissute, le ha viste, le sa e dice: «Ma di cosa parliamo?». Questa indifferenza a noi fa male. Per scuole e giovani il dato che registriamo è assolutamente positivo. Gli studenti hanno accolto il No Mafia con affetto e ci sono riconoscenti. Dopo averlo visitato, dopo essersi emozionati, tornano a casa, ne parlano, creando finalmente un dialogo su un argomento messo da parte. Molti ragazzi dicono ai genitori: «Ma voi avete vissuto una Palermo dove vi svegliavate con un morto sotto casa ogni giorno e non ne abbiamo mai parlato?».

Il No Mafia Memorial riceve studenti da tutta Italia. Da loro che tipo di risposta arriva?

Molto positiva e devo dire, anche qui con dolore, che quando riceviamo le scuole del Nord registriamo un livello di attenzione maggiore di quelle del Sud. E la colpa non può essere solo dei ragazzi ma anche di noi adulti. Abbiamo comunque ricevuto più di 70.000 visitatori in un anno. Un numero importante che ci dà una responsabilità e la voglia di affrontare nuovi temi, rivolgendoci a nuovi pubblici con i nuovi linguaggi mediali e la diffusione dei social. Ad esempio il racconto delle nuove droghe da far arrivare anche ai ragazzi di 11, 12 e 13 anni.

Alias (il manifesto), 13/02/2026

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