di Lucio Luca
Da più di trent’anni il pittore siciliano realizza quadri di impegno civile: “Ho cercato di dare voce a molte persone dimenticate. I bambini, le donne, le forze dell’ordine, i magistrati e gli attivisti uccisi”
Combattere la mafia con un pennello. Impresa ardua, certo, ma spesso la cultura riesce dove inchieste e processi fanno fatica. “Basti pensare a quello che ha realizzato padre Pino Puglisi a Brancaccio – spiega il pittore siciliano Gaetano Porcasi, da più di trent’anni impegnato con le sue opere a denunciare violenza e criminalità – Lui affrontava i boss con la forza della parola e della fede, io con la mia arte”.
La pittura di Porcasi è impegno civile: “Mi sarebbe piaciuto fare il giornalista – racconta – ma dipingere per me è sempre stato più naturale. E così ho cominciato, dopo le stragi del ’92, a raccontare la mia terra con i colori. Del resto, la mia passione per la pittura nasce da quando avevo cinque anni, quando chiedevo ai miei genitori di regalarmi sempre colori e matite. Mio padre un giorno mi comprò due piccole tele, fu il dono più bello della mia vita”.





































