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Bruno Contrada (a sinistra) con Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo poi assassinato da Cosa nostra nel 1979
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DI LIRIO ABBATE
Ci sono storie che Palermo non riesce mai a chiudere davvero. Restano lì, sospese tra verità accertate e ombre che tornano a galla ogni volta che qualcuno riapre un fascicolo. Dentro quelle storie, quasi sempre, compare lo stesso nome: Bruno Contrada.
Per più di vent'anni è stato uno dei poliziotti più potenti di Palermo. Un funzionario ben introdotto, con una carriera costruita dentro gli apparati che combattevano la mafia: Squadra mobile, Criminalpol, Alto commissariato antimafia, fino al Sisde, il servizio segreto civile. La sua figura attraversa la stagione più oscura della storia siciliana: dagli anni Settanta delle prime grandi guerre di mafia agli anni Ottanta delle stragi interne a Cosa nostra, fino alle bombe che hanno ucciso Falcone e Borsellino.
Contrada si porta nella tomba soprattutto zone d'ombra, più che verità definitive: la prima riguarda l'estensione reale dei suoi rapporti con Cosa nostra. La seconda riguarda Paolo Borsellino. Prima della strage di via D'Amelio il magistrato aveva appreso da Gaspare Mutolo notizie sui rapporti di Contrada con ambienti mafiosi.