Nei giornali dopo il referendum i titoli erano sui giovani ma più per evocarli e non per ascoltarli davvero
Alessia Arcolaci
Si organizzano, fanno inchieste, scrivono proposte di legge, aprono spazi di aggregazione. Li hanno definiti Gen Z per dargli una collocazione temporale, per chi nasce tra il 1997 e il 2012, generazione Gaza, generazione Fridays For Future per appiccicargli un contenuto addosso, ma nessuno li ha capiti davvero. Adesso gli adulti, le istituzioni, la politica, sembrano vederli solo per l'apporto che hanno dato al referendum sulla giustizia andando a votare in massa.
Ma loro c'erano anche prima. «Siamo sempre stati qui e abbiamo partecipato in modo attivo al dibattito pubblico, per esempio manifestando». Alice Spilla, 26 anni, ha all'attivo due lavori tra pubblico e cooperazione mentre frequenta un master. Francesca Cantagallo, 22 anni, si collega dalla stanza in cui vive a Roma, dove studia Giurisprudenza. Sabrina Fanelli, 18 anni, è appena rientrata da scuola e risponde dal terrazzo di casa a Bari. Michele Saraceni, 25, è al lavoro nella cooperativa sociale dove fa l'educatore a Perugia, infine Giulia Tiommi, 18 anni, risponde appena uscita da scuola.
Invisibili e precari





































