Così scrisse Giovanni Falcone. Trentaquattro anni dopo la strage di Capaci, riproponiamo il suo ultimo editoriale su "La Stampa", pubblicato il 7 gennaio del 1992
di GIOVANNI FALCONE
Non sono ancora sbiadite le immagini dell'ennesimo funerale di Stato, toccato questa volta al sovrintendente di polizia Salvatore Aversa e alla sua sventurata moglie, uccisi dalla mafia. Immagini, è doloroso doverlo ammettere, che ci hanno rimandato una chiara sensazione di "già visto".
Come se fosse stato riproposto un copione scritto da tempo e "buono" per tutti gli omicidi eccellenti, abbiamo sentito autorevoli opinionisti sollevare pesanti interrogativi sull'efficacia con cui le istituzioni combattono, così si dice, la criminalità organizzata nel nostro Paese. Il Presidente della Repubblica, in particolare, interpretando lo sdegno dell'intera collettività, ha rimarcato la necessità di affrontare in modo serio il problema, prima di dover cedere alla tentazione di ricorrere a leggi eccezionali. Eventualità già "bocciata" da più di un esponente delle istituzioni e della cultura e definita rimedio peggiore del male. Nel bozzetto di prammatica non sono mancate le diatribe tra politici locali e la "ferma e incrollabile decisione" di perseguire esecutori e mandanti della efferata esecuzione mafiosa, rivendicata dalle autorità centrali.









































