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| La Sala dei Nomi al memoriale dell'Olocausto di Gerusalemme |
Il Giorno della Memoria fu istituito per non dimenticare le vittime della Shoah. Ma questa data è anche un invito all'esercizio della responsabilità. Per opporsi al disprezzo dei social con la StoriaDI MICHELA PONZANI
«Cara, sono vivo. Sono arrivati i russi. Porterò (spero) in Italia il numero di matricola tatuato sul braccio sinistro, documento di infamia non per noi, ma per coloro che ora cominciano ad espiare. Ma la maggior parte dei miei compagni portano, nelle carni, più gravi segni delle sofferenze patite». Con queste parole, scritte il 27 gennaio 1945, Primo Levi comunicava alla sua amica Bianca Guidetti Serra, di essere sopravvissuto al lager di Auschwitz-Birkenau. Era stata una spia italiana a venderlo ai nazisti, nel dicembre 1943, per la sua attività di partigiano combattente nelle brigate del Partito d'azione. E ora, per chi come lui aveva sofferto la deportazione, iniziava la lunga marcia per tornare nel mondo dei vivi. Un infinito, logorante cammino, che obbligava a ridiscendere in un limbo fatto di ricordi indicibili e a trasformare l'orrore in un testamento per le generazioni future (anche a costo di rivivere l'abisso).
Per Primo Levi e tanti come lui, era stata la fiaccola della lotta antifascista, a dare alle gambe la forza per non crollare. Attraversare mezza Europa di patrie e confini, fra le macerie della guerra totale, ma avendo in tasca il sogno di una nuova Patria fondata su libertà, giustizia sociale, rispetto dei diritti umani.