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| Leoluchina Sorisi |
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| Placido Rizzotto |
DINO PATERNOSTRO
«Io fidanzata di Placido Rizzotto? Assolutamente no. Certo, lo conoscevo, veniva spesso a casa nostra perché era amico fraterno di mio nipote, Vincenzino Benigno. Ma tra me e lui non c’è mai stato niente, nessuna storia».
Comincia così la conversazione con
Leoluchina Sorisi, la donna che da quasi sessant’anni viene indicata come la fidanzata "segreta" di Rizzotto, il segretario della Camera del lavoro di Corleone, sequestrato e assassinato dalla mafia di Michele Navarra e Luciano Liggio, la sera
del 10 marzo 1948. Il sequestro del capolega corleonese avvenne davanti la chiesa di San Leonardo. Quella sera, Liggio e i suoi "picciotti" lo trascinarono a forza su una «Fiat 1100» scura, che partì, sgommando, verso un casolare di contrada "Malvello". Qui fu picchiato a sangue e poi ucciso. Il suo cadavere venne
successivamente buttato in una "foiba" di Rocca Busambra, il "cimitero" della mafia. Venne trovato, nel dicembre del ‘49, dall’allora capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, che denunciò quali autori del delitto Luciano Liggio,
Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, assolti per insufficienza di prove in tutti i gradi di giudizio.
Ma si racconta, addirittura, che lei abbia pronunciato la frase “Mangerò il cuore a chi ha assassinato il mio Placido!"
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| Luciano Liggio in una foto segnaletica degli anni ‘50 |
Placido è pieno di falsità. Io non l’ho visto, non lo vedrò mai, ma me l’hanno
raccontato ed è uno schifo…».
Però, è stato l’allora colonnello dei carabinieri Ignazio Milillo ad accreditare la tesi secondo cui Rizzotto non era stato assassinato per fatti di mafia, ma perché "eterno fidanzato della Sorisi", che non voleva più sposare. Liggio sarebbe intervenuto, su richiesta della sua famiglia, per convincerlo ad "onorare" l’impegno, ma poi la discussione sarebbe degenerata, fino all’omicidio. L’investigatore raccolse informazioni sbagliate? Volle depistare le indagini, usando la
classica "pista passionale"?
«Non m’intendo di queste cose – replica stizzita – io so soltanto che non è vero niente, che non sono mai stata la fidanzata di Placido Rizzotto».
Da qualche anno, Leoluchina Sorisi è tornata a Corleone in punta di piedi, quasi clandestinamente, dopo avere peregrinato in Inghilterra, in Germania e in Svizzera, per fermarsi infine a Genova. «Ormai ho 86 anni, sono rimasta sola e non potevo più vivere in una grande città. Per me era diventato pericoloso salire su un autobus, restare sola in appartamento, persino fare la spesa al super mercato. Allora, ho deciso di tornare a Corleone. Ma il mio paese non lo riconosco più, è troppo cambiato. E poi, la gente è curiosa, non si fa i fatti propri. Sono
una credente, ma non vado più nemmeno a messa. L’ho fatto una domenica, sono andata nella chiesa di Santa Maria, ma la gente, piuttosto che assistere alla cerimonia religiosa, guardava continuamente me, con insistenza, con una curiosità morbosa, che mi ha molto indisposto».
Li porta bene i suoi anni Lea Sorisi. Ne dimostra meno di quelli che ha. I suoi occhi scuri e vivacissimi scrutano l’interlocutore, mentre muove in continuazione le mani e continua a parlare in un italiano, intercalato da frasi in dialetto. Poi, improvvisamente, la rivelazione. «Vuole sa-
pere con chi ero fidanzata? Glielo dico
subito: con Pasquale Criscione. Si, ero fidanzata con Criscione, quello che la sera del 10 marzo di 57 anni fa consegnò Rizzotto nelle mani di Liggio…».
Vorremmo dire qualcosa, ma lei non ci lascia parlare, è come un fiume in piena. «Eravamo fidanzati come si era fidanzati allora, con sguardi scambiati dal balcone, con qualche parola scambiata furtivamente. Come potevo amare un mafioso? Ma io non l’amavo. Sapevo che dovevo sposarmi, che ormai avevo l’età per farlo e che lui poteva essere un buon partito. Allora si ragionava così. Fin da piccole, le ragazzine venivano "addestrate" ad essere pronte per il matrimonio. E poi non si sapeva
che era un mafioso. Si "annacava", questo sì, ma nella Corleone di allora tanti lo facevano. Era amico di Liggio e di altri mafiosi? In paese ci si conosceva tutti. Anch’io conoscevo Liggio, era mio vicino di casa. La sua abitazione distava dalla mia solo poche decine di metri…».
E’ forte la tentazione di chiederle subito perché nel 1963-64 accettò di nascondere nella sua casa di cortile Mangiameli un Liggio latitante da circa 15 anni. Ma lei parla ancora di Criscione. «Subito dopo la scomparsa di Rizzotto, Pasquale Criscione, tramite una mia parente, mi
fece sapere che avrebbe gradito che io dichiarassi ai carabinieri che il 10 marzo era stato tutta la notte con me. Ma io rifiutai con decisione! Voleva che gli fornissi un alibi, ma io non accettai. Evidentemente, aveva cose da nascondere! Anzi, allora pensai subito che si fosse fidanzato con me proprio per potere avvicinare più facilmente Rizzotto, senza destare sospetti. I malacarne sono capaci di
queste tragedie…».
Si spieghi meglio...
«Qualcuno si è stupito che quella maledetta sera del 10 marzo mio nipote abbia lasciato Rizzotto solo con Criscione. Ma lui non pensava che lo portasse da Liggio. Si era convinto, forse sperava, che voleva restare solo con Placido per "spiegare" il
suo fidanzamento...».
Secondo lei, perché fu ucciso Rizzotto?
«Che domanda! Ma perché con quelli
del sindacato andava all’occupazione
delle terre. Le terre erano dei mafiosi e
lui gliele voleva togliere... non era un
motivo più che sufficiente per uccide-
re?».
Che tipo di persona era Rizzotto?
«Uno serio, di poche parole, né bello né brutto, simpatico. Ripeto, non era fidanzato con me, aveva una simpatia per un’altra. Chi? Non glielo dico, non lo posso dire. Una semplice simpatia, però. Nient’altro. Forse, se non moriva...».
E adesso veniamo al punto. Perché nascose Luciano Liggio a casa sua?
«E come potevo rifiutarmi? Avevo un nipote, Vincenzino Benigno, che faceva politica con i socialisti, avevo un fratello che stava sempre in campagna con gli animali. Mi fecero capire che li avrebbero assassinati, se non avessi accettato. Ho avuto paura, tanta paura. E accettai di nasconderlo...».
E dei carabinieri, della polizia, non aveva paura? Non pensava che potessero scoprire il nascondiglio e lei sarebbe stata accusata di essere complice di un latitante?
«No, non pensavo che potesse accadere. Penso che non l’avrebbero mai scoperto, se qualcuno non lo tradiva. Nella mia casa Liggio rimase poche settimane, qualche mese. Mi diceva che sarebbe andato via molto presto, che mi avrebbe lasciato in pace. E mi faceva capire che avrebbe saputo ricompensarmi. Poi le cose
andarono male, Liggio fu arrestato, fu
arrestato mio nipote Vincenzino, che
morì qualche anno dopo di crepacuore, fu arrestata mia sorella Maria Grazia e fui arrestata anch’io».
Quanto tempo rimase in carcere?
«Un paio d’anni. Mi portarono alle Benedettine, il carcere femminile di Palermo. Che giorni terribili! Una suora, durante un colloquio in carcere, mi disse che, nonostante le minacce, avrei dovuto rifiutarmi di ospitare
Liggio. Che piuttosto avrei dovuto farmi uccidere. Facile a dirsi... e poi, più che me, loro minacciavano di uccidere dei miei familiari...».
E quando uscì dal carcere?
«Uscita dal carcere, per sopravvivere, andai a fare la cameriera a Palermo, presso la casa di una famiglia nobile. Mi volevano bene. Nel 1970, però, seppi che la polizia e i carabinieri volevano mandarmi a soggiorno obbligato e allora anticipai
tutti e scelsi io di andare via. Sono stata in Inghilterra, in Germania e in Svizzera. Infine, a Genova dove incontrai una persona anziana, che aveva bisogno di qualcuno che badasse per lui. Io avevo bisogno di soldi ed ero stanca di fare la cameriera. Lui se la passava discretamente, aveva la pensione, la casa di proprietà... insomma, lo sposai. Sì, è vero, lo sposai per interesse. Il nostro matrimonio è du-
rato poco più di due anni, perché poi lui è morto. Adesso è facile giudicarmi. Ma la gente conosce le rinunce e le sofferenze di una donna sola? Di una donna che, ancora giovane, per sopravvivere, sposa un uomo molto più anziano di lei? Giudicare è facile...».
Prima di lasciarci, Lea Sorisi ci mostra alcune sue foto in bianco e nero di
quand’era ragazza. Non era bella, ma un tipo sicuramente sì. Bruna, con i capelli neri, gli occhi scurissimi, vivaci e una vaga rassomiglianza con Anna Magnani. Glielo diciamo e lei sorride. E’ l’unico sorriso che riusciamo a strapparle. Mentre ci salutiamo, ci raccomanda di non pubblicare questa "chiacchierata". «Ormai a me interessa solo essere lasciata in pace, essere dimenticata da tutti», dice.
Lea è stanca e si vede. Il «clima» di paese sa essere impietoso nei confronti di chiunque - nel bene o nel male - ne violi le “regole”. E lei le ha ampiamente violate. Per anni, a torto o a ragione, è stata considerata la fidanzata del sindacalista assassinato dalla mafia. Poi, è stata sorpresa a dare ospitalità al suo carnefice. Un tradimento bell’e buono. Ci sembra, però, che Lea Sorisi, nonostante gli sbagli che abbia potuto commettere nella sua vita, meriti almeno di raccontare la "sua" verità. Per questo ci assumiamo la responsabilità di "trasgredire" la sua raccomandazione.
HA DETTO LEA SORISI: «Su di me sono state dette tante falsità. Io ero la fidanzata di Pasquale Criscione, l’uomo che lo consegnò. Mi chiese di dire che avevamo trascorso insieme quella notte del 10 marzo, ma io rifiutai di dargli un alibi. Perché accolsi poi Liggio in casa? Per paura, solo per paura»
Il personaggio
(d. p.) Leoluchina Sorisi è nata a Corleone il 12 febbraio 1919, da Pietro e Giuseppina Costanzo. La sua era una famiglia numerosa, composta dal padre, dalla madre,
da 5 fratelli e 4 sorelle. Il nipote Vincenzino Benigno, militante socialista e amico fraterno di Placido Rizzotto, era figlio della sorella Maria Grazia. Entrambe furono arrestate il 14 maggio 1964 per favoreggiamento, perché proteggevano la latitanza di Luciano Liggio esponente di spicco della mafia di Corleone. Maria Grazia Sorisi rimase in
carcere 7 mesi. Leoluchina, invece, in galera ci rimase per 2 anni e 7 mesi. Ma, al processo di Bari del 1969, fu assolta per
insufficienza di prove dalle accuse di favoreggiamento e associazione a delinquere. Quel processo vide alla sbarra anche il gotha della mafia di Corleone (circa 140 imputati), a cominciare da Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano. Ma, con una sentenza-scandalo, furono
tutti assolti. Chi con formula piena, chi per insufficienza di prove. Era ancora il tempo in cui i giudici discettavano sulla reale esistenza della mafia come
organizzazione criminale.
Maggio 2012: trovato il corpo di Rizzotto in una “ciacca” di Rocca Busambra.
Gli esami del DNA danno la certezza che si tratta del sindacalista. Il 24 maggio nella chiesa madre di Corleone si svolgono i funerali di Stato alla presenza di Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica. Il corpo di Rizzotto viene sepolto in una tomba del cimitero di Corleone che il comune concede in comodato d’uso gratuito alla Cgil. Ancora oggi è meta di pellegrinaggio di tante persone italiane e straniere che vogliono portare un fiore sulla sua tomba.





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