mercoledì, febbraio 11, 2026

L’INTERVISTA. Orlando: “Con il maxi processo, da capitale della mafia Palermo diventò capitale dell’antimafia”

Leoluca Orlando (foto di Mike Palazzotto) 

di FABRIZIO LENTINI

Intervista al sindaco della Primavera: “Non mi accontento della sola verità giudiziaria. Abbiamo il diritto di cercare la verità storica e di denunciare le responsabilità degli uomini delle istituzioni” 

Mentre nell’aula bunker lo Stato portava alla sbarra boss e picciotti, in quell’inverno di quarant’anni fa si combatteva un’altra guerra. La guerra contro l’idea che l’antimafia generasse disoccupazione, che “con la mafia c’era lavoro”, come scrissero nei loro cartelli gli operai licenziati quando il Comune di Palermo non rinnovò gli appalti per i servizi pubblici al gruppo Cassina. 

«Come dimenticare quei giorni?», dice Leoluca Orlando, che all’epoca aveva 38 anni ed era stato da poco eletto sindaco per volere di Sergio Mattarella, commissario provinciale della Democrazia cristiana. «Lunedì 10 febbraio si aprì il maxiprocesso. Due giorni dopo, il 12 febbraio, mercoledì delle Ceneri, il governo Craxi, su mia richiesta e grazie all’impegno del ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro, varò il decreto legge 24/86 che consentì di far lavorare per il Comune i primi mille operai edili di imprese mafiose che avevano perso il posto».

Antimafia giudiziaria e antimafia sociale di pari passo…

«C’era il fondato sospetto che in coincidenza con l’apertura del maxiprocesso ci potesse essere una rivolta popolare motivata dalla perdita di tanti posti di lavoro. Era una questione, non solo di ordine pubblico, che affrontammo insieme con Scalfaro. E quel Dl 24 è un passaggio che segna l’inizio dell’uscita di Palermo dal tunnel del governo mafioso mediante la rottura dell’alleanza storica tra imprenditori collusi e classe operaia desiderosa di un lavoro».

Al “Maxi” il Comune si costituì parte civile contro i mafiosi. Fu una delle prime volte – aveva cominciato Elda Pucci – e non era una scelta scontata.

«Non c’era una giurisprudenza consolidata, ma la corte riconobbe la necessità della rappresentanza in giudizio di una città che da capitale della mafia voleva trasformarsi in capitale dell’antimafia. Voglio ricordare i nostri legali: l’avvocato La Marca, che era il capo dell’ufficio legale del Comune, e accanto a lui Pietro Milio e Giovanni Maria Flick, futuro presidente della Corte costituzionale, che accettò l’incarico a condizione di non essere retribuito, in segno di solidarietà con Palermo che voleva liberarsi dal giogo della mafia».

Qual era il rapporto tra il sindaco della “capitale dell’antimafia” e il pool antimafia?

«Il pool era un soggetto di riferimento continuo per l’amministrazione comunale. Il rapporto nasceva da una condivisione di impegno, ma anche dalla consapevolezza che magistrati, politici e imprenditori, nel contrasto al sistema di potere mafioso, i propri avversari li avevano non di fronte ma accanto. I miei più feroci avversari erano i cianciminiani e gli andreottiani, così come per Caponnetto, Falcone, Borsellino, Guarnotta e Di Lello venivano dal mondo della magistratura. Non è un caso che Gaetano Costa e Rocco Chinnici, al palazzo di giustizia, quando volevano parlare di cose riservate, lo facevano nell’ascensore».

Il prosieguo della storia è noto: le condanne definitive, la reazione di Cosa nostra con le stragi, i misteri intorno ai rapporti tra boss e aree opache dello Stato. Oggi, quarant’anni dopo, cosa manca per chiudere la stagione dei maxiprocessi?

«La verità giudiziaria sulla mafia che uccide ha raggiunto importantissimi risultati. Meno importanti sono i risultati ottenuti nei confronti della mafia che non spara, della borghesia mafiosa, dei politici collusi. Il sistema giudiziario a volte deve fermarsi di fronte al rispetto delle regole dello Stato di diritto che impediscono di arrivare alla verità storica. Io però non mi accontento della verità giudiziaria, che pure è fondamentale e va perseguita dando sostegno alla magistratura e alle forze dell’ordine. Abbiamo il diritto, e il dovere, di cercare la verità storica e di denunciare le responsabilità degli uomini delle istituzioni, dei protagonisti di trame eversive e dei membri di logge segrete che hanno condizionato la storia d’Italia e possono continuare a condizionare la democrazia».

La Repubblica, 9 febbraio 2026

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