venerdì, febbraio 20, 2026

Il piano Amap per riprendere il controllo dell’acqua allo Zen


Davide Ferrara

Una ricognizione puntuale della rete idrica stradale, verifiche sul campo, estensione delle condutture e la realizzazione degli allacci regolari per le utenze: è il piano operativo proposto da Amap al tavolo del Comitato per l’ordine e la sicurezza coordinato dal prefetto Massimo Mariani con il quale la società Acquedotto punta a riprendere il controllo della rete idrica allo Zen 2, finora gestita dalla mafia. 

Un sistema che negli anni ha garantito profitti per centinaia di migliaia di euro a Cosa nostra e alla famiglia Lo Piccolo attraverso estorsioni e minacce agli abitanti del quartiere, che altre soluzioni non avevano se non pagare l’obolo alle famiglie mafiose per ricevere l’acqua corrente. Un business illecito che le istituzioni tentano ora di smantellare partendo da un elemento chiave: la conoscenza precisa della rete di tubazioni e condutture, stratificate nel tempo in modo disordinato, che sarebbero state già in parte individuate.

Mentre le indagini spulciano i dossier e riavvolgono il filo della storia, l’Amap guarda al futuro e mette a punto un piano per riportare la legalità tra i casermoni. La prima cosa da fare è «una ricognizione di dettaglio della rete idrica stradale e di tutte le tubazioni di allacciamento». Una volta che tutto sarà mappato e consegnato formalmente, per la prima volta in assoluto nelle mani di Amap, si potranno fare «interventi urgenti e di manutenzione ordinaria». Allo Iacp, allo stato reale l’unico titolare della rete idrica ufficiale alla quale la mafia ha sovrapposto le sue opere, l’onere di pagare gli interventi di manutenzione straordinaria e di «estensione della rete». 

Solo a quel punto si potranno realizzare gli allacci ufficiali, che saranno assegnati solo alle famiglie che risulteranno avere reale diritto ad abitare tra i padiglioni. Nel quartiere, tra le opere urbanistiche mai completate, figura anche la rete idrica. Su questa lacuna si sono inseriti Cosa nostra e i Lo Piccolo, costruendo un sistema parallelo che, di fatto, ha sopperito alle carenze dell’infrastruttura ufficiale, come documentato dal Giornale di Sicilia. La rete abusiva si innesta su quella esistente, alimentata dai vasi di immissione di via Fausto Coppi e via Rocky Marciano. L’acqua scorre nelle condotte realizzate dallo Iacp, ma viene deviata attraverso uno shangai di allacci illegali costruiti dalla mafia, che si sviluppano nei cunicoli sotto i casermoni, dove siamo stati per documentare tutto. 

Proprio queste tubazioni abusive sono ora al centro delle indagini di polizia e carabinieri. Gli investigatori stanno cercando di chiarire perché la rete ufficiale non sia mai stata formalmente affidata alla società Acquedotto, permettendo invece la gestione totale di Cosa nostra fin dal primo giorno. E cioè da quando da Borgo Nuovo migliaia di famiglie si sono trasferite nei nuovi alloggi popolari ancora in fase di definizione. 

Le indagini sono supportate anche dallo stesso Istituto autonomo case popolari, che sta lavorando per definire i confini tra la rete pubblica e quella realizzata illegalmente e per comprendere chi abbia realmente diritto ad abitare nelle case delle insulae e chi, invece, c’è finito attraverso il circuito illegale del racket, che per decenni ha venduto e affittato gli alloggi a chi era disposto a pagare mettendosi a disposizione delle famiglie.

GdS, 20 febbraio 2026

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