giovedì, febbraio 05, 2026

Morto l'ex giudice Carnevale, la toga "ammazzasentenze"

 

Già presidente di sezione della Cassazione, aveva 95 anni. Le condanne cassate ai boss. Imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, è stato sempre assolto

DI LIRIO ABBATE

Corrado Carnevale è morto, ma le sue sentenze restano. E con esse una pagina opaca, forse la più scivolosa, della storia della nostra giustizia. La morte non rappresenta una assoluzione. Non per chi ha tenuto in mano la leva più alta del giudizio penale e l'ha usata come un coltello affilato. Tagliando processi, svuotando condanne. Un uomo solo, in cima alla Cassazione, che decideva se i mafiosi dovevano restare in carcere o tornare a comandare. E spesso tornavano. Lo chiamavano l'ammazzasentenze. Perché i processi agli uomini di Cosa nostra evaporavano, una volta giunti da lui. Bastava un refuso, una virgola, una data sbagliata. Tanto era sufficiente. E le condanne, anche quelle agli ergastoli dei boss, venivano annullate. Carnevale lo faceva in nome della forma. Ma la sostanza la capivano tutti: la mafia poteva dormire sonni tranquilli.

Carnevale aveva 95 anni, a 55 divenne presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione, il più giovane del Paese. È scomparso a Roma, dove viveva, e per tutta la sua vita di togato non è stato un incapace. Al contrario. Primo in ogni concorso, una mente giuridica d'acciaio, un iper-garantista. Amava definirsi "puro esecutore della legge", ma la legge, nei suoi uffici, finiva spesso stravolta. Non credeva ai collaboratori di giustizia, non credeva alla cupola mafiosa, non credeva a Tommaso Buscetta. Non credeva a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino. Però credeva nel formalismo giuridico come maschera della sostanza: smontava i processi con la tecnica, mai con l'etica. E, come sostengono i collaboratori di giustizia, i boss credevano in lui. Secondo i giudici di Palermo, che lo hanno processato prima che la Cassazione lo assolvesse definitivamente, Carnevale, pur non affiliato a Cosa nostra, avrebbe piegato la funzione pubblica per favorire imputati eccellenti. Era la teoria dell'accusa. Era imputato per "concorso esterno in associazione mafiosa", con un impianto accusatorio impressionante: pressioni sui colleghi, manipolazione della composizione dei collegi, scarcerazioni di massa (per Michele Greco annullamenti a catena). Fu condannato in appello nel 2001, poi assolto in Cassazione nel 2002: "Il fatto non sussiste". Negli anni Ottanta, Falcone sapeva com'era fatto Carnevale. Lo temeva. E alla fine lo disinnescò. Quando, nel gennaio del 1992, il maxiprocesso arrivò in Cassazione, non c'era il giudice apprezzato dai boss. Perché Falcone, nel frattempo diventato direttore degli Affari Penali al ministero, aveva fatto in modo che il processo venisse assegnato ad altra sezione e non a quella del giudice "ammazzasentenze". Carnevale fu sostituito prima che potesse mettere mano al lavoro di una vita del pool antimafia. E proprio lì si giocò un frammento della storia giudiziaria del Paese. Perché il maxiprocesso non fu annullato. Carnevale non perdonò mai Falcone per quella sconfitta. Si difese, si disse perseguitato. Ma mentì, secondo la procura: sui rapporti con Andreotti e Vitalone, sugli avvocati che fungevano da tramite con Cosa nostra, sui legami (tesi e pieni di rancore) con lo stesso Falcone. C'è una distanza, nella vicenda di Carnevale, tra la verità processuale e quella pubblica. La prima ha detto che il fatto non sussiste. La seconda, che i fatti restano. Carnevale ha avuto il diritto alla sua difesa, alla sua assoluzione. Ma chi guarda oggi quel tratto di strada lo fa sapendo che la magistratura ha camminato pericolosamente sul ciglio dell'abisso. E lì lui era presente. 

Giudicare un uomo è sempre affare arduo. Ma giudicare la funzione che ha ricoperto è dovere civile. Carnevale non è stato solo un magistrato. È stato un simbolo, pur controverso, discusso, di un'epoca in cui la legge poteva servire tutto, anche l'opposto della giustizia. E non basta una sentenza per archiviare la memoria.

La Repubblica, 5 febbraio 2026

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