Da domani in edicola con Repubblica un saggio firmato dallo storico più amato dai lettori
DI ILARIA ZAFFINO
Tutti conosciamo quei «tornanti decisivi e sanguinosi» della storia, in cui il corso degli eventi cambia improvvisamente. Svolte epocali rimaste nella nostra memoria come la Rivoluzione inglese del Seicento e poi, ancora, quelle americana e francese del Settecento. Ma prima? Non c'erano state forse altre rivoluzioni degne di nota, prima? In realtà, la storia d'Europa è piena di momenti critici in cui una moltitudine di persone prova a cambiare un futuro che non piace. A raccontarlo nello stile avvincente che lo contraddistingue e che ne ha fatto uno dei divulgatori più amati, anche sul web, proprio per la sua capacità di ricostruire eventi accaduti secoli fa in modo accessibile e coinvolgente, è lo storico Alessandro Barbero nel saggio All'arme! All'arme! I priori fanno carne!, in edicola domani con Repubblica.
Specializzato in storia del Medioevo è proprio lì, a quelli ricordati come i "secoli bui" del nostro passato, che anche in questo caso il professor Barbero ci vuole portare, rivolgendo la sua attenzione agli ultimi decenni del Trecento. Quando in poco più di trent'anni il Vecchio Continente conosce, una dopo l'altra, quattro importanti insurrezioni da riscoprire. Certo non passarono alla storia come le grandi rivoluzioni che vennero dopo. Ma non fosse altro per il breve lasso di tempo in cui si sono concentrate, tanto da essere considerate un'anomalia, meritano l'attenzione di Barbero — e la nostra. Vediamo perché.
Dalla Jacquerie — scoppiata nelle campagne francesi nell'estate del 1358 quando «un po' di gente dei villaggi cominciò a riunirsi, un po' dappertutto, senza capi» come scrissero i cronisti del tempo — alla rivolta fiorentina dei Ciompi, dalla Peasants' Revolt inglese a quella, ancora una volta italiana, dei Tuchini piemontesi tra il 1386 e il '91, tutte e quattro le insurrezioni furono represse nel sangue e liquidate per molto tempo, secondo la storiografia dominante, come «rivolte di pezzenti», spinti dalla miseria e dalla fame a opporsi ai "priori", ovvero i signori. Sono proprio loro, al centro della rivolta dei Ciompi nella Firenze premedicea, che danno il titolo a questo saggio: i priori che «fanno carne», cioè uccidono e torturano gli insorti, come grida l'orologiaio chiamato a riparare l'orologio di Palazzo Vecchio nell'udire dalle segrete del palazzo fuoriuscire le urla dei prigionieri torturati.
Sarà lui a lanciare l'allarme, che è anche una chiara chiamata alle armi. E con lui tanti sono i personaggi che escono da queste pagine ai quali, attingendo direttamente alle cronache del tempo, Barbero regala tridimensionalità, nello stile che gli è proprio e lo ha fatto diventare uno dei divulgatori più seguiti. Lo dimostrano le centinaia di migliaia di visualizzazioni che i suoi interventi ottengono sul web e il successo riscosso dai suoi libri: l'ultimo, San Francesco, uscito a settembre scorso è ancora in classifica dopo cinque mesi.
Ma il merito di questo saggio è anche nella nuova, affascinante interpretazione di quanto accaduto nel Medioevo, che il professore costruisce confutando le ipotesi più accreditate e facendo piazza pulita degli stereotipi. Non è vero che i ribelli fallirono perché non sapevano quel che facevano, non avevano coscienza di classe o erano manovrati dall'alto in un gioco machiavellico sopra le loro teste. Non c'è niente di più falso, dice Barbero chiamando in causa la storiografia marxista. Perché una coscienza di classe c'era già tra i rivoltosi del Trecento, che avevano rivendicazioni precise e si battevano per realizzarle. E soprattutto non fu la fame ad armarli, ma un innalzamento del tenore di vita giunto dopo decenni di quelle carestie, guerre, peste che tutti di quell'epoca ricordiamo.
Non è forse accaduto lo stesso negli anni Sessanta e Settanta in Italia e in Europa nel pieno del boom seguito alla fine della Seconda guerra mondiale, con la grande stagione delle lotte sindacali e delle conquiste dei lavoratori? Lo suggerisce Barbero con un ardito accostamento. Perché — eccola la sua conclusione — non è quando non si arriva alla fine del mese, ma quando si comincia a stare meglio che si acquista consapevolezza dei propri diritti. Oggi come ieri.
la Repubblica, 5 febbraio 2026


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