lunedì, febbraio 23, 2026

Corrado Lorefice, arcivescovo evangelizzatore on the road


Don Francesco Romano

Don Cosimo Scordato

Fa grande piacere avere in mano alcuni discorsi dell’arcivescovo Corrado Lorefice (Il vangelo per le strade, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2025; 144 pp., 17 euro) del decennio del suo servizio alla città di Palermo. Il volume, curato attentamente dai vicini collaboratori (Giuseppe Oliveri, Salvatore Biancorosso, Giovanni Salonia, Schiera, con la prefazione di Domenico Battaglia, cardinale di Napoli) raccoglie il Discorso di ingresso a Piazza Pretoria, i Discorsi degli ultimi 10 anni del Festino di Santa Rosalia a Piazza Marina e il Discorso per il Dies academicus nel decennale della consacrazione a Palazzo Steri.

In essi si avverte quell’afflato particolare che tradisce il desiderio di festa e di speranza che don Corrado (come ama farsi chiamare) vuole condividere con la comunità degli uomini di buona volontà. Egli propone non un Festino alienazione dalla vita (il termine siciliano allianarisi, divertirsi però, ha valore positivo!), ma un Festino chiamato a creare le condizioni di festa autentica per Palermo, per l'Isola, per l'Italia, per l’Europa, sapendo che «lo Spirito non è un’esclusiva dei cristiani. Soffia dove e quando vuole».

Sottolineiamo solo qualche aspetto. Un primo tratto va colto in quella «laicità», che non si alimenta della separazione tra sacro e profano, piuttosto attesta la sacralità della vita di tutti gli uomini come dato unificante. Discorsi fatti all'aperto, ma soprattutto aperti perché inclusivi del desiderio, del lamento e dell'aspirazione di ogni persona umana. Non a caso egli cita la Costituzione per ricordare la pari dignità di tutti i cittadini e l’impegno della Repubblica a «rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (articolo 3). Il suo è un pensare al positivo tra Vangelo e Costituzione, interessato a incrementare lo spazio della partecipazione e della relazionalità autentica tra i cittadini. 

Un secondo tratto è la «contemporaneità», riferita non solo all'attualità dei fatti che ci interpellano, ma, ancora più profondamente, alla consapevolezza della interdipendenza tra di essi. In particolare, a proposito delle migrazioni del nostro tempo, don Corrado sottolinea il fatto che esse, in buona parte, sono frutto di quelle politiche del passato con le quali l'Occidente, sfruttando e spogliando tanti Paesi dell'Africa, ha favorito l'attuale situazione di deprivazione e di scompensazione politica; da qui la fuga di migliaia di persone dalla fame, dalla povertà, dalla persecuzione politica, alla ricerca di una sopravvivenza bussando alle porte dell’Europa, «predone dell’Africa».

A fronte del neo colonialismo che tradisce l’ospitalità e che è pronto a «creare un nemico da combattere», l'arcivescovo denunzia, in maniera vibrante, la contraddizione di tanti Paesi che spesso si sono sviluppati a spese del sottosviluppo degli altri secondo il terribile detto mors tua, vita mea, la tua morte è la mia vita. 

Un terzo tratto è il rapporto Palermo-Santa Rosalia. La Santa assurge a icona, ovvero a bella copia di ciò che la città di Palermo dovrebbe essere. In questo orizzonte, la bellezza è chiamata in causa non come semplice ornamento, ma piuttosto come qualità permanente del bel pensare, agire e vivere rappresentato da Rosa-lia, bella e profumata come la rosa, eretta e aitante come il giglio. Palermo e la Sicilia portano in grembo tanta bellezza e tanta capacità di accoglienza, tutte potenzialità che debbono essere portate ancora alla luce. Il richiamo a Rosalia, da un lato, aiuta a rimuovere tutte le «pesti» che prendono diverse forme nella società: le varie dipendenze (droga, alcool, ludopatia...), le mistificazioni del denaro e le varie forme distorte del potere (politico, mafioso, finanziario…); dall’altro lato, la sua condizione di donna che ha vissuto una esperienza di libertà, aiuta a ridimensionare ogni allettamento per guardare e andare oltre, attingendo sempre più in alto, a Monte Pellegrino metafora del Monte di Dio. Ma il suo volto resta rivolto alla città, ai più piccoli, ai deprivati, ai giovani richiamati altrove per realizzare i loro sogni… ed è un appello alla politica (arca della politica) che non rinunzi al suo alto compito. In questo modo la Santuzza annunzia uno sguardo di Dio, che include in sé il volto stesso della città, desideroso di riflettersi in essa. 

Azzeccato il titolo: Il Vangelo per le strade. I discorsi, sapientemente orchestrati, non ci hanno portato fuori strada, in una sorta di visione misticheggiante; piuttosto, ci accompagnano per le strade dove l'Umanità, sposata da Dio, vuole essere incontrata: «Alzati amica mia, mia bella e vieni».

GdS, 21/2/2026

Nessun commento: