Non era il coraggio a mancare ai contadini siciliani nel secondo dopoguerra. Occuparono le terre incolte o malcoltivate degli agrari. E resistettero alle intimidazioni e alla violenza della mafia, tollerate dallo Stato.
A Camporeale il 28 marzo 1948, su ordine del proprietario terriero don Serafino Sciortino, il capomafia Vanni Sacco e i suoi “picciotti” rapirono il segretario della camera del lavoro, Calogero Cangialosi. Ma i contadini suoi compagni, armati di tutto punto, riuscirono a liberarlo. Un gesto eroico perché non era facile mettersi contro i mafiosi. Purtroppo, quattro giorni dopo, la sera del primo aprile 1948, un gruppo di fuoco della mafia armato di mitra sparò all’impazzata contro Cangialosi e quattro suoi compagni: Calogero morì all’istante e due suoi compagni rimasero feriti gravemente.

L’intervento di Mario Ridulfo
Francesca Serafino rimase nella disperazione con i suoi quattro figli, di cui Vita, la più piccola, di soli due mesi. E per sfamarli fu costretta ad andare a lavorare nei campi come un uomo. Ma poi emigrò in Toscana in cerca di futuro. E lì si stabilì per sempre.
A Calogero Cangialosi, 36mo sindacalista della Cgil ucciso dalla mafia in Sicilia, ieri mattina abbiamo portato dei fiori sulla sua tomba per ricordarlo nel 78mo anniversario del delitto. C’eravamo io e Mario Ridulfo della Cgil, il dirigente scolastico dell’I.C. “L. Sciascia” Giuseppe Ferina, la sua vice Mariella Strada, il sindaco Luigi Cino e il vicecomandante della stazione dei carabinieri. Poi, al teatro "Paolo Vinci", abbiamo tenuto un convegno per ricordare Calogero Cangialosi e gli altri sindacalisti uccisi dalla mafia, a cui hanno partecipato gli alunni della scuola. Ed è intervenuta, emozionata, in collegamento da Grosseto dove vive, Sonia Grechi, figlia di Vita, la bambina che nel 1948 aveva due mesi. I ragazzi hanno visto anche il documentario “La strage ignorata” realizzato nel 2015 dalla Fondazione “Argentina Altobelli” della Uila-Uil, con la consulenza storica e le interviste realizzate da me e da Pierluigi Basile. Un’emozione anche vedere ed ascoltare le testimonianze di persone che adesso non ci sono più come Giuseppina e Placido Rizzotto Jr., Giuseppe Casarrubea Jr., Antonella Azoti, Pietro Li Puma, Antonio Pipitone, gli ultimi testimoni della strage di Portella Mario Nicosia, Giacomo Schirò e Serafino Petta.
Quand’ero piccolo e abitavo con i miei a Corleone in una casetta a piano terra nella costa S. Giovanni, ricordo che nella casa a fianco della nostra abitava la “zia” Vita col marito Giovan Battista. Due bravissime persone, con due bambini, Nardo e Peppino. Allora non lo sapevo, poi ho scoperto che la zia Vita di cognome faceva Cangialosi, era sorella di Calogero, si erano trasferiti a Corleone in cerca di fortuna…
Incredibili incroci di vita. Nel 2018 a Grosseto ho conosciuto anche altri figli ed alcuni nipoti e pronipoti di Calogero Cangialosi: oltre Vita, anche Michela e Giuseppe, con i loro figli. Fu allora che ci fecero scoprire come il conome corretto era Cangialosi (non Cangelosi). E, su iniziativa del segretario generale Cgil Claudio Renzetti, intitolammo il salone della Cgil di Grosseto a Cangialosi, stavolta col cognome giusto.
La “scintilla” per l’organizzazione della manifestazione di ieri in ricordo di Cangialosi l’ha data il caro compagno Enzo Rotolo (purtroppo non era presente per un intervento che ha dovuto subire in ospedale: gli auguriamo una pronta guarigione). A marzo Enzo mi aveva detto: “perché non si organizza qualcosa per Cangialosi?”. E, grazie al contatto con la prof.ssa Almerico (parente di quel Pasquale Almerico, sindaco democristiano di Camporeale, anch’egli ucciso dalla mafia nel 1957 perché non voleva i mafiosi nella Dc); grazie alla disponibilità del dirigente scolastico prof. Giuseppe Ferina, originario di Chiusa Sclafani, residente a Sciacca e con una lunga esperienza nelle scuole del nord, alla preziosa collaborazione della vicepreside Mariella Strada, grazie alla consueta gentilezza e disponibilità del sindaco Luigi Cino, la Cgil Palermo ha potuto dare il via all’iniziativa.
I ragazzi hanno seguito il dibattito, ma più ancora l’interessante documentario sui sindacalisti uccisi dalla mafia. Uno degli alunni si è alzato in piedi ed ha chiesto: ”perché la bara di Rizzotto era così piccola?”Una domanda, magari ingenua, che dimostra però attenzione. Abbiamo spiegato che i resti di Rizzotto, recuperati dopo 64 anni, erano ormai poche ossa contenuti in un’urna.
La sinergia e la collaborazione con la scuola - l’abbiamo sottolineato tutti - è fondamentale per trasmettere e conservare la memoria viva dei nostri territori. Lo stiamo sperimentando a Palermo e in tanti comuni della provincia. Dalla scuola passano tutti i cittadini. Fare in modo che incrocino la storia del movimento dei lavoratori, del sindacato e delle lotte per i diritti è fondamentale ed aiuta a dare concretezza alla nostra Costituzione.
L’ha sottolineato il preside Ferina: la parola sindacato deriva da due parole greche: “sun“ insieme e “dike” giustizia. Significa “insieme per la giustizia”. Non si sarebbe potuto dire meglio.
Dino Paternostro





















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