Quando cantava in italiano brani celebri come «Amore di plastica», i suoi compaesani si stupivano di quei toni sussurrati, ma in siciliano Carmen Consoli tira fuori la voce, e non solo: «E quasi un urlare il disappunto e oggi – dice la cantantessa presentando il suo nuovo disco «Amuri luci» – ci sono vari motivi per manifestarlo».
Mercoledì sera, per esempio, «sono stata sveglia fino alle 4 a seguire le manifestazioni, mio figlio che ha 12 anni ha saltato scuola per partecipare». «Avevo urgenza di dirlo» sottolinea la cantautrice catanese, spiegando che «oggi prenderei la mia imbarcazione posteggiata ad Acitrezza e raggiungerei Gaza, ci metterei tempo perché non ho i mezzi del Governo italiano, ma lo farei – dice tra gli applausi – convinta d’avere il diritto di navigare in acque internazionali».
Guardando le manifestazioni per Gaza, «è la conoscenza – riflette – il motivo per cui stiamo scendendo in piazza, poi magari sbagliamo e la Flotilla è finanziata da Hamas, ma allora se parto con la mia barca sono finanziata da Hamas anche io?». In ogni caso, per lei, la priorità adesso è una: «Come dice la mia grandissima amica e supercantante Elisa nel suo appello, sbrigatevi perché è vero che la gente muore». Un messaggio rivolto alla premier Giorgia Meloni che, a suo avviso, su Gaza e la Flotilla «fa 3 oru 3 oru, il gioco delle tre carte». Ma aggiunge anche: «Ho molti amici israeliani che si ribellano a questa situazione e la cui voce non sta venendo fuori, io sono con il popolo di Israele che è contrario alla guerra e beffato perché accomunato ai sionisti suo malgrado, il che genera odio e intolleranza in una situazione già molto complessa».
Parole piene di passione come lo è questo nuovo lavoro di studio, il primo di una trilogia in tre lingue diverse, che inizia con quella che le è più cara, il siciliano, che «tira fuori il mio spirito critico, la mia parte più impegnata socialmente e politicamente, è una lingua che – riflette – mi fa diventare polemica. Il siciliano è lingua di terra, i canti popolari esprimevano un disagio e non c’erano microfoni, bisognava cantare facendosi sentire». Come fa lei nell’inno alla ribellione «Parru cu tia», scritto dal poeta Ignazio Buttitta, e cantato insieme a Jovanotti, «che accusa chi fa l’indifferente, nascosto dietro una visiera e si lamenta, ma non fa nulla per cambiare le cose, mentre le parole, come dice Lorenzo, si devono fare azione, bisogna riprendere se stessi in pugno per manifestare ciò che non va, perché siamo noi a pagarlo ed è inutile nascondersi nelle nostre casette, quando possiamo fare la differenza ogni giorno».
Contro «i giochi di potere sulla nostra pelle» insieme a Mahmood, nel brano «La terra di Hamdis», ispirato dai versi di Ibn Hamdis, poeta siculo-arabo dell’XI secolo, Carmen denuncia «il fatto che stiamo obbedendo al Dio denaro e al suo esercito di diavoli armati che stanno causando tutto questo e oggi, politicamente, sono il mio vero nemico». Non sarà un caso che l’artista scherzi sul fatto che, con un album tutto in dialetto, sarà assai difficile passare in radio, ma tanto «in radio non ci vado nemmeno in italiano, però il lavoro di ricerca mi sta dando tante soddisfazioni». Coltissimo, infatti, questo nuovo disco in 11 pezzi, un mosaico di memoria e coscienza civile che rivisita temi antichi trasformandoli in metafore contemporanee, affronta temi universali come la guerra e la ribellione, le migrazioni e la memoria in un siciliano impastato di latino, greco e arabo, che si fa strumento di memoria e resistenza, fin dalla canzone del titolo, dedicata a Giovanni Impastato, che ha consacrato la vita alla lotta, eredità del fratello Peppino.
Gioia Giudici
GdS, 3/10/25

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