sabato, gennaio 17, 2026

“Liberi di scegliere”, il protocollo pronto a diventare legge nazionale


Giuseppe Lo Re

Reggio Calabria - Ora che finalmente si vede il traguardo, è il momento della volata per “Liberi di scegliere”. E i presupposti ci sono tutti: il testo bipartisan, l’impegno politico, la spinta della società civile. 

«Ci daremo da fare», garantisce il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, che da padrone di casa ha aperto ieri a Montecitorio la conferenza di presentazione della proposta di legge nazionale nata dall’esperienza del giudice Roberto Di Bella, per affrancare donne e bambini dai contesti di criminalità organizzata. «Il sentiero è stretto ma necessario, doveroso, e sono certo che la Repubblica saprà percorrerlo», ha confermato il presidente del Senato, Ignazio La Russa. 

L’obiettivo è proteggere minori e giovani sotto i 25 anni, figli di famiglie mafiose, e anche quei genitori - spesso madri - che vogliono allontanarsi dai contesti di ’ndrangheta, cosa nostra, camorra. La norma ha origine calabro-sicula dal protocollo ideato nel 2012 da Di Bella, oggi presidente del Tribunale per i minorenni di Catania ma all’epoca a Reggio Calabria, che ha assicurato a tanti una concreta alternativa di vita. Sei i distretti giudiziari coinvolti nel primo protocollo: Catania, Reggio Calabria, Napoli, Palermo, Catanzaro e Milano. Con la proposta di legge, che trova il favore sia delle forze di maggioranza che di opposizione, l’obiettivo è strutturare ed estendere i metodi virtuosi del protocollo a livello nazionale, inquadrando i percorsi in un modello organico e certo che garantisca tutto il sostegno necessario. 

Ad oggi, a “Liberi di scegliere” hanno aderito più di 200 ragazzi, 34 donne - sette delle quali diventate collaboratrici o testimoni di giustizia - e 3 boss con ruoli apicali nella ’ndrangheta e nella mafia, che hanno avviato percorsi per proteggere i loro figli. Ma quanto fatto finora non basta: troppi, ancora, gli ostacoli materiali ad una vera e piena libertà di scelta. Uno su tutti è il cambio del cognome, senza il quale la nuova vita diventa un rischio quotidiano. Sotto i riflettori le storie di mamme con bambini sballottati e nascosti da una località all’altra, le battaglie quotidiane per l’assistenza sanitaria e la frequenza scolastica, il diritto al lavoro con l’incubo che mariti, padri, nonni o i loro scagnozzi possano trovarli. Come accaduto a Lea Garofalo uccisa dall’ex marito a Milano o a Maria Concetta Cacciola, “costretta” dalle pressioni familiari a suicidarsi ingerendo acido muriatico. In questo senso rappresenta una svolta la proposta firmata dalla deputata FdI Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare antimafia, e dalla senatrice Pd Enza Rando, che presiede il comitato dell’Antimafia dedicato ai minori.

Questa legge «disegna la terza via della lotta alla mafia», ha sottolineato ieri Colosimo. «Il percorso non può rimanere un protocollo ma deve avere uno strumento giuridico importante», ha aggiunto Rando. Non a caso, l’auspicio di Di Bella è che l’iter legislativo porti a un’approvazione definitiva entro il 2026: «È necessario che tutte le forze politiche uniscano le energie su questa legge senza perdere tempo. È un precedente assoluto a livello mondiale, può diventare una pietra miliare nel contrasto alla criminalità organizzata, colmando un vuoto di tutela. Finora abbiamo messo in piedi un “progetto Erasmus della legalità“ che ha portato figli e madri lontano da contesti mafiosi». C’è «in gioco la vita delle persone e di tanti ragazzi», ha avvisato il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, ricordando le prime esperienze di riscatto durante la guerra di mafia a Reggio negli anni ’80 legate a figure come don Italo Calabrò e all’allora presidente del Tribunale per i minorenni, Ilario Pachì. 

Il procuratore generale della Corte di Cassazione, il reggino Piero Gaeta, ha parlato di «una scelta coraggiosa che supera l’idea dell’intangibilità dell’isola familiare da parte dello Stato e del diritto», individuando nella proposta di legge «i presupposti che la pongono al riparo da qualsiasi dubbio di costituzionalità».

La proposta di legge è composta da 12 articoli. Le misure previste sono sia “di protezione e assistenza personale” sia “di assistenza economica”. Schematizzati “il trasferimento immediato in luoghi protetti”, “l’adozione di misure urgenti di vigilanza e protezione” o “l’eventuale utilizzazione di documenti di copertura”. E ancora interventi per “il supporto pedagogico e psicologico”, per “l’accesso all’istruzione obbligatoria” e per “favorire il reinserimento sociale e l’integrazione del minore e del familiare di riferimento nella nuova realtà sociale”. 

«Lo Stato oggi sceglie consapevolmente di essere presente, perché una scelta sia davvero possibile, per spezzare l’inganno prima di tutto culturale di un destino inevitabile», ha commentato Angela Verbaro, figlia del primo testimone di giustizia reggino a fine anni ’90, che ha avuto il compito di coordinare la presentazione alla quale è intervenuto anche l’attore Alessandro Preziosi, protagonista della fiction Rai “Liberi di scegliere”. Pieno il sostegno di associazioni e mondo del volontariato in un percorso che, già da tempo, ha anche l’adesione della Società Editrice Sud Gazzetta del Sud-Giornale di Sicilia, rappresentata ieri a Roma dal presidente Lino Morgante.

Tirano perfettamente le somme le parole della pm Alessandra Cerreti, oggi a Milano dopo una lunga esperienza a Reggio: «Ogni volta che riusciamo a salvare un bimbo o una donna dalla mafia rendiamo la morte di Maria Concetta Cacciola meno inutile. Lo dobbiamo a lei e alle donne come lei».

GdS, 16/1/2026

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