mercoledì, gennaio 14, 2026

Solarino, terra di San Paolo, e Giuseppe Antonio de Requesens, il vescovo che costruì una comunità

GIUSEPPE ANTONIO DE REQUESENS - O. S. B.

di LAURA LIISTRO

Nel cuore della Sicilia sud-orientale del Settecento, la nascita del borgo di San Paolo Solarino non può essere compresa senza richiamare la figura del vescovo Giuseppe Antonio de Requesens, uno dei presuli più autorevoli e lungimiranti della diocesi di Siracusa. Monaco benedettino della Congregazione Cassinese, già abate di San Martino delle Scale a Palermo e Grande di Spagna, de Requesens fu vescovo di Siracusa dal 1755 al 1772 e legò il proprio episcopato non solo alla riforma della Chiesa locale, ma anche alla costruzione concreta di nuove comunità.

Nato a Palermo ma cresciuto in parte a Siracusa, de Requesens conosceva profondamente il territorio e le sue fragilità sociali. Quando giunse alla guida della diocesi, portò con sé una visione pastorale maturata nella spiritualità benedettina e nella cultura post-tridentina: per lui la Chiesa non doveva limitarsi all’amministrazione dei sacramenti, ma farsi promotrice di ordine, stabilità e coesione sociale. 

mma sul pavimento prospiciente la tomba di Giuseppe Antonio de Requesens (1703-1772), vescovo di Siracusa, nella Cappella di Santa Lucia, nel Duomo di Siracusa. (Foto di Giovanni Dall'Orto)


È in questo quadro che va collocata la fondazione del borgo di San Paolo Solarino.

Il nuovo centro abitato non nacque come un semplice progetto agricolo né come una classica iniziativa feudale. La fondazione ufficiale, affidata sul piano giuridico e amministrativo al nipote del vescovo, il principe don Giuseppe Antonio de Requesens, si inserì in un disegno più ampio, fortemente sostenuto e guidato dallo zio vescovo, che ne fu l’ispiratore spirituale e il principale garante morale e operativo.

Le difficoltà economiche iniziali avrebbero potuto arrestare il progetto. 

Al principe fondatore venne infatti negato il prestito bancario richiesto presso un istituto di credito di Palermo. Ma proprio questo rifiuto mise in luce la determinazione della famiglia Requesens e, soprattutto, il ruolo decisivo del vescovo. 

Il 22 agosto 1755 il principe designò formalmente quale suo procuratore generale lo zio paterno, Giuseppe Antonio de Requesens, conferendogli ampia procura con “potestate ampliandi et substituendi”.

Da quel momento, furono gli interventi forti, diretti e talvolta spregiudicati del vescovo a rendere possibile la prosecuzione dell’impresa. Esiste una relazione evidente tra le visite pastorali che de Requesens compiva nel territorio della diocesi e il reperimento dei fondi necessari alla fondazione e al popolamento di Solarino. Attraverso la sua autorevolezza episcopale, egli riuscì a ottenere prestiti obbligazionari da importanti comunità religiose: dalla città di Noto furono concesse 2052 onze, mentre a Lentini il vescovo ordinò in modo coercitivo il recupero di crediti vantati da chiese, monasteri e opere pie, per un totale di 1880 onze.

A queste somme si aggiunsero ulteriori contributi: 400 onze furono prestate da suor Maria Lombardo da Floridia, 600 onze dal sacerdote Giuseppe D’Angelo — di probabile origine buscemese — che nel 1764 sarebbe divenuto il primo parroco di Solarino. 

Questi dati confermano come la fondazione del borgo non fu frutto di improvvisazione, ma il risultato di una strategia consapevole, sostenuta dall’autorità ecclesiastica e da una rete di relazioni costruite dal vescovo nel corso del suo ministero.

La scelta di intitolare il borgo a San Paolo Apostolo rafforza ulteriormente il significato dell’intervento di de Requesens. 

Siracusa era città paolina per eccellenza e Solarino divenne una sua naturale estensione spirituale. 

San Paolo, apostolo missionario e fondatore di comunità, rappresentava il modello ideale per un paese che nasceva come comunità cristiana organizzata attorno alla chiesa, al lavoro e alla solidarietà.

In questo senso, Solarino appare chiaramente come una creazione pastorale, prima ancora che feudale. 

La centralità della chiesa, l’organizzazione del borgo, la nomina del primo parroco e il sostegno diretto del vescovo al popolamento rivelano una visione coerente: edificare una comunità stabile, fondata su valori cristiani e inserita pienamente nel tessuto della diocesi siracusana.

Quando Giuseppe Antonio de Requesens morì nel 1772, Solarino era ormai una realtà viva e riconoscibile. 

Il borgo aveva ricevuto dal suo vescovo non solo un sostegno economico determinante, ma soprattutto una direzione spirituale e sociale. 

Col passare del tempo, questo legame si è in parte affievolito nella memoria collettiva, ma le sue tracce restano evidenti nelle origini stesse del paese.

Eppure, proprio questa origine così chiaramente cristiana e paolina di Solarino è quella che, nel corso dei secoli, si è progressivamente offuscata. 

Il paese nato come San Paolo Solarino, voluto e sostenuto da un vescovo che concepiva la fondazione di una comunità come atto di responsabilità evangelica e sociale, ha finito col percorrere una strada sempre più laica, talvolta distratta, talvolta inconsapevole delle proprie radici storiche più profonde.

La cancellazione del nome originario rappresenta forse il segno più evidente di questa frattura con la propria identità fondativa. 

Non si è trattato soltanto di una semplificazione toponomastica, ma di un atto simbolico che ha progressivamente separato il paese dalla sua matrice cristiana e paolina, contribuendo a far scivolare nell’oblio i protagonisti reali della sua nascita: il vescovo Giuseppe Antonio de Requesens, il clero coinvolto, le comunità religiose che sostennero economicamente l’impresa, e quella visione pastorale che fece di Solarino una comunità prima ancora che un centro abitato.

Parallelamente, anche la tradizione religiosa ha conosciuto una trasformazione significativa. 

Il culto di San Paolo, pur non essendo mai scomparso del tutto, si è progressivamente svuotato del suo significato storico e spirituale originario, assumendo connotazioni sempre più folkloristiche, spesso scollegate dalla memoria dell’antico culto paolino e dal progetto cristiano che ne aveva ispirato la fondazione. 

Una devozione che sopravvive nei riti e nelle feste, ma che raramente viene ricondotta alla sua radice storica e teologica.

In questo processo di smemoratezza collettiva, Solarino ha finito per ricostruire la propria identità su basi fragili, talvolta più ideologiche che documentarie, trascurando le fonti archivistiche e il contesto storico che raccontano con chiarezza come e perché il paese nacque. Così facendo, non solo si è impoverito il racconto delle origini, ma si è anche sottratta alla comunità la possibilità di riconoscersi in una storia autentica, complessa e profondamente radicata nel cristianesimo siciliano del Settecento.

Riscoprire oggi la figura di Giuseppe Antonio de Requesens e la Solarino “terra di San Paolo” non significa compiere un’operazione nostalgica o confessionale, ma restituire verità alla storia. Significa comprendere che l’identità di una comunità non si rafforza cancellando le proprie radici, bensì riconoscendole, studiandole e valorizzandole. Solo così Solarino può sottrarsi all’oblio e ritrovare il filo originario che lega la sua nascita a un progetto cristiano lucido, concreto e profondamente umano, capace di trasformare una visione di fede in una comunità destinata a durare nel tempo.

Laura Liistro

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