Il prossimo martedì 13 febbraio, alle ore 10,30, nell’Auditorium dell’I.I.S.S. Don G. Colletto, sarà ricordato Oliviero Toscani e la sua esperienza a Corleone, con la presentazione del libro di Paolo Landi, la proiezione di documentari, una mostra fotografica e un dibattito. Di quella esperienza irripetibile, fatta nel 1996/97 a Corleone, scrive Landi allora principale collaboratore di Toscani
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Ricordo bene quei giorni…
di Paolo Landi
Ricordo bene quei giorni del 1996, quando con Oliviero Toscani andammo a Corleone, su invito dell'allora sindaco Giuseppe Cipriani, per fotografare trenta ragazzi e ragazze di quella città. Oliviero aveva trasformato i cataloghi di moda della Benetton in un'altra occasione per fare informazione. Erano gli anni in cui l’Italia cercava di rialzarsi dopo le stragi e Toscani accolse l'idea del sindaco e del suo assistente Raffaele Turtula, di raccontare la Sicilia oltre il suo marchio più ingombrante, la mafia. Andare proprio lì, in quel luogo-simbolo, non era un gesto neutro: lo sapevamo. Eppure fu proprio questo il motivo che spinse Oliviero a fotografare uno dei suoi cataloghi più belli.
L’idea era semplice ma rischiosa: mostrare un’altra immagine di Corleone, non quella dei clan, dei processi, delle latitanze, ma quella di una generazione che con la mafia non aveva nulla a che fare. Al di là del paternalismo di mostrare dei giovani "come tutti" - come se esistesse un modello implicito di normalità a cui conformarsi - quello che cercavamo era più sottile: raccontare che in ogni territorio esiste una realtà che l’immaginario riesce a cancellare: i media avevano restituito per anni una certa immagine di Corleone, città natale di Totò Riina. Che a Corleone ci fossero ragazze e ragazzi che vivevano una vita come quella dei loro coetanei in altre parti d'Italia, piena di desideri, timori, speranze, sogni di studio o di lavoro altrove, sembrava non interessare.
Toscani - che in quegli anni trasformava la pubblicità Benetton in una sorta di laboratorio antropologico - voleva mostrare la realtà dentro un contenitore commerciale che continuava a nutrirsi di stereotipi. Era la sua ossessione: togliere la patina artificiosa e portare la vita vera nella pubblicità, senza abbellimenti, senza compiacenze. Ma proprio questa operazione, all’epoca, attirò anche molte critiche. C’era chi diceva che, nel tentativo di rompere gli stereotipi, Toscani finiva per crearne altri: tutto, nelle fotografie che scattava per Benetton, diventava immagine-simbolo sotto lo stesso marchio, con lo stesso maglione colorato, dentro la stessa narrazione globale: un'estetica della "differenza" che rischiava di appiattire tutto in un unico messaggio morale e consumista.
Anche il lavoro su Corleone fu letto così da alcuni: come se fotografare quei ragazzi significasse inglobarli dentro la retorica Benetton, trasformarli in un prodotto, omologare persino la loro distanza dalla mafia in un gesto pubblicitario. Ricordo discussioni accese, anche con amici: "State ripulendo un’immagine? State vendendo una storia più rassicurante di quella reale?". Erano domande legittime, e lo capivo. Ma per me - e credo anche per Toscani - il senso di quel lavoro era un altro.
In quegli scatti non c’era un messaggio univoco, non c’era la volontà di assolvere un paese o di indicare un modello. C’era la consapevolezza che la rappresentazione costruisce immaginari, e che un luogo schiacciato da decenni sotto un unico marchio - mafioso, violento, monocorde - aveva il diritto di esistere anche mostrando un'altra realtà, attraverso i suoi volti quotidiani. Quelle cinquanta ragazze e ragazzi non erano il "nuovo brand" di Corleone. Erano individui, ciascuno con la propria storia: chi voleva restare, chi voleva scappare, chi sognava l’università, chi il calcio, chi la fotografia. Toscani non dava loro un copione: li metteva semplicemente davanti all’obiettivo, lasciando che ognuno fosse semplicemente sé stesso.
A rivedere oggi quelle immagini, ciò che colpisce non è tanto un’idea di "normalità", né tantomeno una retorica del riscatto. È piuttosto il loro modo di occupare lo spazio: con una naturalezza che smentiva l’idea - allora molto diffusa - che nascere a Corleone significasse portare un destino incollato addosso. Nessuno di loro rappresentava "Corleone che cambia": nel rappresentare sé stessi, senza saperlo, si sottraevano alla logica del simbolo e questo forse, era il punto più forte di questo bellissimo progetto.
La pubblicità non è un territorio innocente. Ogni operazione visiva rischia di sovrapporre un punto di vista esterno su un mondo che non ci appartiene. Ma, in quei giorni, la sensazione era che quelle fotografie servissero più a togliere un velo che a imporne uno nuovo. Mostravano la banalità della vita, là dove per decenni era stata negata dalla violenza.
E se qualcuno ha letto queste immagini come un’operazione di omologazione, capisco la critica. Ma per me resta l’esperienza di aver incontrato una generazione che non doveva "smentire" la mafia, semplicemente perché non ne era nemmeno sfiorata. Ed è questo, credo, che le foto riuscivano a dire: non una normalità da imitare, ma una normalità in essere, che chiedeva soltanto di essere finalmente guardata.
Tornare dopo trent'anni a Corleone e ritrovare i protagonisti del catalogo vuol dire che quel cammino, intrapreso allora, non si è mai interrotto. È importante che sia Corleone a ricordare Toscani il prossimo 13 gennaio, nel primo anniversario della sua morte. Se ci saranno altre celebrazioni e altri ricordi, questo di Corleone sarà particolarmente significativo perché testimonia dell'impegno civile di Oliviero, che non è mai venuto meno durante tutta la sua esistenza. Ci saranno le persone di allora, con i loro percorsi di vita - chiamate a raccolta dal sindaco Cipriani - e le nuove generazioni; saranno coinvolte le scuole e la cittadinanza, per tenere viva quell'esperienza e farne viatico per il futuro.
In questo c’è forse il significato più vero della giornata: non un tributo formale ma la restituzione di un gesto civile che ha lasciato un segno. Ricordare Toscani a Corleone vuol dire riconoscere che quella sfida - guardarsi negli occhi, esporsi, prendere parola - può ancora generare responsabilità e consapevolezza. È questo, oggi, a renderla viva.
Paolo Landi



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