Dopo la lettera del presidente degli Stati Uniti al premier norvegese dove sostiene di “disinteressarsi alla pace perché non ha ricevuto il Nobel” si torna a sollevare il tema della sua salute mentale
“Anche per gli standard di Donald Trump, la lettera al premier norvegese è così pericolosa e delirante che non c'è più dubbio sul fatto che il presidente sia mentalmente ‘incapace di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio’, come stabilito dal 25° emendamento della Costituzione”. All’indomani della lettera del presidente americano al primo ministro della Norvegia Jonas Gahr Støre, quella in cui Trump afferma che non avendo ricevuto il Nobel se ne infischia della pace – il Daily Beast, l’affidabile sito d’informazione fondato dalla mitica Tina Brown, s’interroga apertamente sullo stato di salute mentale dell’inquilino della Casa Bianca, attraverso la corrispondente da Roma Janna Brancolini, che scrive: “È chiaramente irrazionale iniziare una guerra perché i propri sentimenti sono stati feriti per non aver vinto un premio per il quale non si era nemmeno idonei. È certamente irrazionale sabotare la sicurezza nazionale del Paese – incoraggiando Russia e Cina – a causa di sentimenti feriti”. Il sito americano, d’altronde, non ci gira intorno: “Il presidente non è un uomo sano” scrive: “Si nutre di fast food e aspirina, resta sveglio fino a notte fonda scorrendo post di sventure sui social, e ha trascorso pure il giorno di Natale a postare, infuriato, sulla sua piattaforma Truth Social».
In realtà, di peggioramento dello stato di salute del presidente, che ha ormai 79 anni, i giornali di mezzo mondo parlano già da un pezzo. E un medico americano, il professor Bruce Davidsondell'Elson S. Floyd College of Medicine,braccio della Washington State University, ha pure sostenuto che: “Donald Trump ha avuto un ictus diversi mesi fa e ha tenuto nascosta la notizia al pubblico”: esponendo diverse “prove a sostegno” della sua tesi, comprese le macchie sulle mani del tycoon, notate dai reporter di tutto il mondo perché malamente nascoste col cerone. Del suo stato fisico e mentale, d’altronde, si discute fin dal 2016; quando a 70 anni entrò in carica come la persona più anziana ad assumere la presidenza (superando il record di Ronald Reagan): salvo essere poi battuto da Joe Biden, che ha 4 anni più di lui, ed entrò in carica a 78 anni.
Che Trump possa soffrire di malattie mentali gravi è voce comune. E a denunciarlo sono stati membri della sua stessa famiglia. Parenti stretti, come il nipote Fred Trump III (figlio del fratello maggiore di Donald Fred, morto alcolizzato): che nel suo libro All in the Family: The Trumps and How We Got This Way ovvero “Tutto in famiglia: i Trump e come siamo arrivati fin qui” descrive dettagliatamente una dolorosa storia di demenza familiare. Raccontando poi pubblicamente nel 2024 di aver notato nello zio segnali già visti in suo nonno (il papà di Trump, Fred Sr.): morto nel 1999, otto anni dopo la diagnosi di Alzheimer. Una malattia di cui ha sofferto anche la zia Maryanne, la sorella di Donald morta nel 2023. Il nipote racconta di aver notato nello zio un pattern comune agli altri parenti: compreso il “mumbling”, il blaterale tipico di Trump: quell’incapacità di concentrarsi su un argomento specifico, che lo porta ad allungarsi e a divagare.
Anche un’altra nipote del presidente, la psicologa clinica Mary Trump – sorella di Fred III – nel suo libro Too Much and Never Enough: How my Family Created the World’s Most Dangerous Man(ovvero "Troppo e mai abbastanza, così la mia famiglia ha creato l’uomo più pericoloso del mondo”, in uscita anche in Italia) conferma che, a suo giudizio, l’illustre parente non sta affatto bene. Spiegando pure che certi tratti della sua personalità sono da attribuire al modo duro in cui lo trattava il patriarca della famiglia, Fred Senior appunto, da lei descritto come un “sociopatico autoritario e patriarcale” che ha trasformato il secondogenito in una persona “bisognosa e avida, in cerca di conferme continue”. Spiegando che, “a un livello molto oscuro mio zio sa che la lezione del padre che il denaro è l’unica cosa che conta è falsa e niente può sostituire l’amore. Se ne rende conto nei suoi momenti di maggior terrore e tutti noi ne paghiamo il prezzo”.
Tutte osservazioni confermate pure dalla francese Elisabeth Roudinescostorica della psicanalisi, famosa per essere stata la biografa di Jacques Lacan: “I migliori psichiatri americani definiscono Trump un mélange di sociopatico, narcisista, sadico e pericoloso, incapace di governare il suo Paese” disse già nel 2017. Peccato che oggi, almeno negli Stati Uniti, molti meno professionisti sono pronti a ripeterlo: ben ricordando il furioso dibattito che si accese nel 2018, dopo la pubblicazione del saggio The Dangerous Case of Donald Trumpcurato da Bandy Xenobia Lee: dove 27 fra psicanalisti e psichiatri sostennero che The Donald era inadatto a guidare il Paese. All’epoca esplose un putiferio. E si dibatté a lungo sull’applicazione della cosiddetta regola Goldwater: quella teorizzata nel 1964 dopo che anche all’epoca un gruppo di psichiatri aveva messo in dubbio la salute mentale del candidato presidenziale Barry Goldwater. E’ da allora infatti che fra le regole etiche dell'American Psychiatric Association c’è pure quella che di fatto vieta di diagnosticare pubblicamente o discutere diagnosi di personaggi pubblici senza il loro consenso ed un esame diretto.
A porre però di recente dubbi sulla salute mentale del presidente sono state diverse figure pubbliche. Qualche settimana fa, dopo l’incredibile risposta di Trump all’assassinio del regista Robert Reiner e sua moglie per mano del figlio – accaduto, a sentire il presidente, perché avevano una “ossessione rabbiosa” contro di lui, l’ ex ministro del Lavoro (ai tempi di Bill Clinton) Robert Reich ha affermato lapidario: “Se mai Trump è stato razionale, ora non lo è più”. E perfinoSusie Wiles, la sua fedelissima Chief of Staff, in una recente intervista a Vanity Fair ha parlato di Trump dicendo che ha una “personalità da alcolista: pensa che non ci sia assolutamente nulla che non possa ottenere”.
La Repubblica, 20 GENNAIO 2026

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