
Luciano Violante
di Luciano Violante
Non ho ancora letto il nuovo libro del ministro Carlo Nordio, Una nuova giustizia, ma mi riprometto di farlo al più presto. Tuttavia sono stato colpito da una frase contenuta nel libro, che più commentatori hanno riportato a riprova delle finalità della riforma. «Poiché è presumibile che prima o poi l'onere del governo spetti a loro (all'attuale opposizione) è abbastanza singolare che, per raccattare qualche consenso oggi, compromettano la propria libertà di azione domani».
Peraltro il ministro dev'essere particolarmente convinto che la riforma serva per dare libertà di azione a chi governa perché aveva proposto il tema in termini pressochè identici il 3 novembre 2025, in una intervista a questo giornale:
«Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo».
Conosco da molti anni il ministro Nordio e ne apprezzo soprattutto la finezza culturale e la competenza storica. Non me ne vorrà quindi se mi permetto di sollevare qualche obiezione alle sue affermazioni e alla legge che porta il suo nome.
So bene che ogni governo, di qualsiasi colore, aspira alla libertà di azione, più precisamente all'assenza del controllo giurisdizionale e di quello dei mezzi di comunicazione. Tuttavia perché una democrazia funzioni, la libertà di azione dei governi deve muoversi all'interno della separazione dei poteri e deve sottoporsi al controllo giurisdizionale e dell'opinione pubblica. Si tratta di controlli che non servono solo da freno, ma possono essere anche di ausilio, individuando errori che lo stesso governo potrebbe poi correggere.
Porre la «libertà di azione» come obbiettivo politico della riforma, se bisogna dar credito al ministro, ed io glielo riconosco pienamente, svela una preoccupante verità, ma è vanificata dalla sua stessa riforma che riconosce ai nostri circa 2.000 pubblici ministeri piena, incontrollata, autogovernata ed effettiva
libertà di azione. Infatti i pm attraverso il proprio Csm, separato da quello dei giudici, si governeranno e si promuoveranno da soli; senza vincoli gerarchici decideranno discrezionalmente quali processi avviare e quali tenere nell'armadio;
attraverso il principio della obbligatorietà dell'azione penale avranno per ogni iniziativa, per quanto discutibile, l'alibi dell'«atto dovuto».
Non ho alcuna prevenzione nei confronti dei pm. Ma se la politica costituisce un ceto professionale come superpotere, quel superpotere prima o dopo si manifesterà.
In pratica il governo, con questa legge assicura libertà di azione non a sé stesso ma ai pm e mette sé stesso e i cittadini nelle mani di una casta autogovernata, incontrollata, che ha alle sue dipendenze la polizia giudiziaria e al suo seguito la cronaca giudiziaria. Si chiama eterogenesi dei fini.
La Stampa, 20/01/2026
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