![]() |
| Alberto Trentini |
Colui il cui nome è sempre pronunciato è sempre in vita». Era l'11 giugno 2025 quando don Luigi Ciotti pronunciò queste parole di Gianni Rodari per parlare di Alberto Trentini durante una conferenza stampa. Che giorno era? Sono andato a vedere. Era il giorno 208 dall'arresto in Venezuela, il 15 novembre 2024. Uno dei tanti di questi 423 che sono passati. Un giorno senza tempo, senza orizzonte, per la mamma di Alberto Armanda e per suo papà Ezio. Mi sono tornate in mente queste parole ieri mattina, quando all'alba è arrivata la notizia che il cooperante italiano era stato liberato dalla prigione di El Rodeo 1 a Caracas. Una buona notizia, in questi mesi che tremiamo ad alzarci la mattina: le stragi di Gaza, i bombardamenti di Kiev, l'orrore dei ragazzi bruciati a Crans-Montana. Il bullismo globale di Trump. E le nostre polemiche quotidiane, meschine. E gli attacchi ai giornalisti, una mattina ci siamo svegliati anche con la bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci. Alberto Trentini libero, finalmente.
A chi dire grazie? Pochi istanti dopo la notizia ufficiale è partita l'auto-gratificazione governativa. «Un successo per il governo», ha detto a caldo il ministro Antonio Tajani, seguito da un diluvio di «grazie Meloni» e «grazie Trump». Si è ripetuto quanto si era già visto dopo la tregua su Gaza, quando è stato detto che Trump aveva fatto più di chi sventolava bandiere. I governi lavorano, ci mancherebbe, sono lì per questo la presidente del Consiglio e i ministri, per questo sono pagati dalla collettività. I governi possono contare sull'intelligence, gli ambasciatori, i canali riservati, le sedi diplomatiche, gli apparati di sicurezza, strumenti e contatti di cui nessun cittadino normale può disporre. E hanno funzionato. È naturale ringraziare, come ieri ha fatto Alberto Trentini appena liberato, come fa ogni cittadino rispettoso delle istituzioni, ma aggiungere che hanno compiuto il loro dovere, per cui hanno giurato fedeltà sulla Costituzione repubblicana. E sottolineare che in questa vicenda kafkiana sono stati commessi errori anche gravi, su cui si dovrà discutere. Per liberare Trentini, mentre gli ostaggi spagnoli erano già a casa, è stata necessaria una pubblica dichiarazione di Giorgia Meloni di sostegno nei confronti della presidente venezuelana ad interim Delcy Rodríguez, durante la conferenza stampa del 9 gennaio, a riparare, in una sede ufficiale, la troppo frettolosa telefonata della premier con Maria Corina Machado.
Il punto è che non ci sono solo i governi, con il loro potere e spesso con la loro inazione, incapacità o mancanza di volontà di agire. Questa cosa chiamata società esiste, checché ne pensino i conservatori di ogni tempo e di ogni luogo. Ce lo dice proprio il caso di Alberto Trentini. Il primo cui dire grazie è lui. Un italiano normale, dunque straordinario, che ha passato i confini non per invadere un altro popolo, ma per aiutare chi era in difficoltà. Ha vissuto quattordici mesi da prigioniero senza uno straccio di capo di imputazione, in mano al potere assoluto e dispotico degli aguzzini di Maduro, secondo il metodo che Michel Foucault descrisse in una pagina di Sorvegliare e punire : «In prigione il governo dispone della libertà e del tempo del detenuto: la veglia e il sonno, l'uso della parola e quello del pensiero. L'isolamento assicura il colloquio, da solo a solo, del detenuto con il potere che si esercita su di lui».
Così è stato per Alberto. Un italiano normale, figlio di una famiglia normale. Le altre persone cui dire grazie sono Armanda e Ezio, con la loro dignità, e l'avvocata Alessandra Ballerini. Una ricorrenza della storia italiana: tocca alle famiglie, al vincolo più sacro e più puro colmare il vuoto dello Stato, a nome di tutti e non solo per il loro caro. Lo abbiamo visto con Paola e Claudio Regeni. Solo la loro tenacia è riuscita a far aprire dopo tanti anni un processo per gli esecutori del delitto di Giulio Regeni che a distanza di dieci anni speriamo possa riprendere e concludersi presto: sarebbe un'altra bellissima notizia di questo inizio anno.
Uno dei momenti per me più emozionanti è stato vedere Armanda Colusso Trentini sedere in tribunale, a Roma, nel pubblico che assisteva a una delle udienze del processo Regeni. Di fronte a lei, Paola e Claudio prendevano appunti, come sempre, accomunati dal dolore di un figlio perduto per sempre o scomparso in una prigione, figli come Giulio e Alberto che sono figli di tutti, cittadini del mondo. Così hanno sentito gli italiani e le italiane sconosciute che accanto alle associazioni, a un pugno di testate, trasmissioni e singolo giornalisti, in questi mesi hanno manifestato, hanno digiunato, hanno pregato per la liberazione di Alberto Trentini, non hanno mai smesso di contare i giorni e di pronunciare il suo nome, non lo hanno mai dimenticato, non lo hanno mai abbandonato, anche quando i responsabili sembravano farlo. Lo hanno fatto per uno sconosciuto, senza volere nulla in cambio. Sono la riserva etica di questo paese, l'alternativa allo sfascio, la recriminazione, il rancore. La dimostrazione che la società esiste, a saperla vedere e incontrare. A loro il paese deve dire grazie. Colui il cui nome è pronunciato è sempre in vita: bentornato Alberto.
Marco Damilano
Domani.it, 13 gennaio 2026


Nessun commento:
Posta un commento