lunedì, gennaio 05, 2026

Leo Gullotta: "Sono felice perché ho amato e sono rimasto libero"


L'INTERVISTA. Il racconto intimo dell'attore, 80 anni il 9 gennaio: l'omosessualità, la carriera, le battaglie civili e nessun rimpianto
 Leo Gullotta compirà 80 anni il 9 gennaio. Una lunga carriera divisa tra palco cinema e tv 

DI SILVIA FUMAROLA

Non ho rimpianti, sono grato di quello che ho avuto». Dal teatro al cinema d'autore, con Nanni Loy e Giuseppe Tornatore, alla tv ultra pop targata Pingitore con il Bagaglino e la signora Leonida, Leo Gullotta il 9 gennaio arriva al traguardo degli 80 anni con il sorriso.

Tempo di bilanci?

«Inevitabilmente. Ottanta è un numero importante, segna anche gli 80 anni della nascita della Repubblica, difesa in modo perfetto dal nostro presidente Sergio Mattarella. Poi ci sono i bilanci personali. Sono fortunato, ultimo di sei figli, papà faceva l'operaio pasticciere, mamma era casalinga. Ci hanno mandato a scuola tutti. Per chi nasce in un quartiere popolare, le difficoltà della vita si presentano prima».

Che ricordo ha?

«Non c'era nulla, lavoravano tutti nel mio quartiere. Con il sorriso».

Il momento più felice?

«Per avere la felicità devi metterti in gioco. L'importante è se hai dato. Io ho dato e ricevuto, nessuno sottolinea la parola riconoscenza. Ho 65 anni di carriera, ringrazio Randone, Turi Ferro, Glauco Mauri, Franco Enriquez e il siparista dello stabile di Catania».

La svolta?

«Quando Ave Ninchi, per incentivarmi a venire a Roma, mi ospitò sei mesi a casa sua. Allora c'erano le grandi compagnie, oggi è doloroso vedere che tutto questo è scomparso. Il governo non aiuta gli artisti e crea lenzuolate di problemi. Persino un premio come il David di Donatello, che riceve una somma dallo Stato, chiede soldi. Tutti i vincitori, che nel tempo diventano giurati, devono pagare 90 euro. Uno schiaffo».

Lei e suo marito Fabio Grossi state insieme da una vita, cosa ha imparato?

«Che in coppia vale il rispetto per l'altro, non esiste la proprietà. Stiamo insieme da 46 anni, ci siamo uniti civilmente nel 2019. Sul lavoro ci confrontiamo, fa il regista. C'è un dialogo aperto, profondo». 

Sono passati 30 anni da quando dichiarò di essere omosessuale, c'è ancora discriminazione?

«C'è tanto da fare. La censura, velata e non, esiste. Il nostro Paese è ipocrita».

Le è mancato un figlio?

«Ho avuto tanti nipoti, un numero industriale, e mi sono dedicato ad alcuni di loro da vicino. Mi trovo bene con i giovani, mi vogliono bene. Oggi sono stati lasciati soli, combattono nelle università».

Ha lavorato con grandi maestri: cosa le hanno lasciato?

«Lo stupore dell'incontro. Se penso a Tornatore, a Loy, a Nino Manfredi, ognuno mi ha regalato qualcosa, e a ognuno ho rubacchiato. Da piccolo non volevo fare l'attore. La curiosità è scattata quando ho frequentato il Cut, il Centro universitario teatrale. Mi avevano preso come uditore. Alla fine volevo recitare. Al saggio finale, quello che sarebbe diventato il direttore dello Stabile di Catania, Mario Giusti, mi affidò il ruolo del tenentino in Questa sera si recita a soggetto. Ringrazio ancora il siparista: di giorno faceva lo spazzino, ma la sua passione era il teatro. Da lui ho imparato i tempi». 

È sereno ricordando le difficoltà?

«I tempi un po' duretti a Roma, ci sono stati. Dopo la meravigliosa carezza di umanità della mia grande amica Ave Ninchi, andai nella pensioncina in via Panisperna. Ma non ricordo con negatività neanche il periodo in cui andavo avanti con cappuccino e biscotti».

Cosa ha significato il successo popolare? Negli anni del Bagaglino i politici applaudivano in prima fila. 

«Lo spettacolo faceva ascolti incredibili, si rideva dei politici e questo piaceva agli spettatori. In chiusura, i politici dovevano far ridere noi. Tutto l'arco costituzionale ha fatto cose da pazzi. Tristi, non sapevano far ridere, tranne due; il ministro Mammì e Andreotti. Se mi avessero chiesto: "Nel 2026 ti mancherà Andreotti?", avrei risposto: "Siete pazzi". Invece...».

Moriremo democristiani?

«Siamo vigliacchi, ci accontentiamo del primo biglietto omaggio». 

Quando Berlusconi veniva al Bagaglino e portava doni, lei spariva. Oggi l'ha rivalutato?

«Mai. Per un fatto di coerenza, sempre con civiltà e educazione. Io grazie a uomini come Giuseppe Fava ho imparato a rispettare la libertà, anche quella degli altri». 

Se avesse il potere cosa farebbe?

«Combatterei per i diritti: lo ius soli, il fine vita. I politici non si vogliono accostare a questi temi, hanno paura. Un po' come quando si parlava del divorzio: la famiglia è la famiglia. Avevano le amanti sotto il letto. Vigliacchi».

È un uomo libero?

«Ho sempre pagato le tasse, sono un buon cittadino, cerco di non parlare male del prossimo. Questo parlare male di continuo è deprimente».

Come festeggerà?

«Non è tempo di festeggiamenti. Guardi che succede nel mondo: io ho paura di Trump, è un affarista non un uomo di Stato, dice cose imbarazzanti, mi terrorizza cosa sta facendo contro gli immigrati».

Pensa mai alla fine, le fa paura?

«Una cosa che non si conosce fa sempre paura. La morte mi fa anche arrabbiare perché amo molto la vita. Se dovessi dire grazie a qualcuno, ringrazierei mio padre. Aveva portato la Cgil a Catania nel dopoguerra, mi ha trasmesso i valori, tante cose positive. Mi è morto tra le braccia, avevo 18 anni. Gli chiederei: sei contento di me?».

La Repubblica, 4 gennaio 2026

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