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| Piersanti Mattarella ed Aldo Moro |
di Gaetano Montalbano
Filippo Piritore, ex prefetto della Repubblica ed ex funzionario della Squadra Mobile di Palermo, è agli arresti domiciliari dall’ottobre 2025 con l’accusa di aver 𝗱𝗲𝗽𝗶𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗹𝗲 𝗶𝗻𝗱𝗮𝗴𝗶𝗻𝗶 𝘀𝘂𝗹𝗹’𝗼𝗺𝗶𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗣𝗶𝗲𝗿𝘀𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗠𝗮𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲𝗹𝗹𝗮, presidente della Regione Siciliana ucciso il 6 gennaio 1980. Salvo Palazzolo, giornalista del quotidiano La Repubblica, con un video sui social ripercorre i 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗶 𝗼𝘀𝗰𝘂𝗿𝗶 di un’inchiesta che dopo 46 anni continua a rivelare depistaggi e omissioni.
𝗟’𝗼𝗺𝗶𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼 𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝗲𝗹𝗲𝗯𝗿𝗲 𝗳𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮
Piersanti Mattarella, allievo di Aldo Moro e fratello dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fu assassinato il 6 gennaio 1980 in via della Libertà a Palermo mentre si recava a messa con la moglie e la figlia. La foto di Letizia Battaglia che immortala Sergio Mattarella mentre tiene tra le braccia il fratello in fin di vita è diventata un 𝘀𝗶𝗺𝗯𝗼𝗹𝗼 𝘁𝗿𝗮𝗴𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝘀𝗶𝗰𝗶𝗹𝗶𝗮𝗻𝗮.
A distanza di quasi mezzo secolo, gli inquirenti non hanno ancora accertato con certezza 𝗹’𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹 𝗸𝗶𝗹𝗹𝗲𝗿 né del complice che guidava la Fiat 127 bianca abbandonata poco dopo l’agguato.𝗜𝗹 𝗴𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝘀𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝗿𝘀𝗼 𝗲 𝗹𝗲 𝗳𝗮𝗹𝘀𝗲 𝗱𝗶𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶
Il punto cruciale dell’accusa contro Piritore riguarda 𝘂𝗻 𝗴𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗱𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗮𝗶 𝗸𝗶𝗹𝗹𝗲𝗿, all’interno della Fiat 127, sequestrato dalla polizia scientifica sul luogo del ritrovamento dell’auto e poi 𝗺𝗶𝘀𝘁𝗲𝗿𝗶𝗼𝘀𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘀𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝗿𝘀𝗼.
Piritore, che all’epoca era funzionario della Squadra Mobile, ha dichiarato in una relazione e successivamente nel settembre 2024 di aver affidato il reperto a un agente della scientifica di nome Di Natale, perché lo consegnasse al sostituto procuratore Piero Grasso. Tuttavia, 𝘀𝗶𝗮 𝗗𝗶 𝗡𝗮𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗹 𝗺𝗮𝗴𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗻𝗲𝗴𝗮𝘁𝗼 di aver mai ricevuto il guanto.
𝗟𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝗱𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗲 𝗹’𝗶𝗻𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗟𝗮𝘂𝗿𝗶𝗰𝗲𝗹𝗹𝗮
Interrogato nuovamente, Piritore ha modificato la propria versione dei fatti, affermando di aver consegnato il guanto a un certo 𝗟𝗮𝘂𝗿𝗶𝗰𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗰𝗶𝗲𝗻𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮, su disposizione di Grasso. Secondo la Procura di Palermo, però, queste dichiarazioni sono “𝗱𝗲𝗹 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗶𝘃𝗲 𝗱𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼” e costituiscono un tentativo di sviare le indagini, poiché 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻 𝗟𝗮𝘂𝗿𝗶𝗰𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗵𝗮 𝗺𝗮𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼 al gabinetto regionale di polizia scientifica di Palermo. Per i magistrati, “Filippo Piritore, consegnatario del guanto sin dal momento del suo ritrovamento, pose in essere un’attività che ne fece disperdere ogni traccia”.
𝗜 𝗽𝗲𝘇𝘇𝗶 𝗺𝗮𝗻𝗰𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗣𝗮𝗹𝗲𝗿𝗺𝗼
Come evidenziato dal giornalista di Repubblica nel video, il 𝗴𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗸𝗶𝗹𝗹𝗲𝗿 𝗱𝗶 𝗣𝗶𝗲𝗿𝘀𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗠𝗮𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲𝗹𝗹𝗮 si aggiunge alla lunga lista dei “𝗽𝗲𝘇𝘇𝗶 𝗺𝗮𝗻𝗰𝗮𝗻𝘁𝗶” della storia giudiziaria palermitana.
L’agenda rossa di Paolo Borsellino, portata con sé fino all’ultimo momento prima della strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992 e scomparsa dalla sua borsa trovata intatta dopo l’esplosione, rappresenta uno dei casi più eclatanti. Nel prezioso taccuino il magistrato annotava spunti investigativi su incontri con collaboratori di giustizia e rappresentanti delle istituzioni, elementi determinanti per individuare “𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗽𝗲𝘇𝘇𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗡𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮”.
𝗔𝗹𝘁𝗿𝗶 𝗱𝗼𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝘀𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝗿𝘀𝗶
Il diario di Giovanni Falcone, che il giudice stava compilando sul suo computer portatile prima della strage di Capaci annotando “tutto quello che mi sta succedendo”, non fu mai ritrovato sui suoi dispositivi, risultati 𝗺𝗮𝗻𝗼𝗺𝗲𝘀𝘀𝗶 𝗱𝗼𝗽𝗼 𝗹’𝗮𝘁𝘁𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗼. Anche l’agenda di Ninni Cassarà, il commissario ucciso il 6 agosto 1985 mentre indagava sugli investimenti dei capimafia e sui loro complici insospettabili, scomparve insieme ai suoi ultimi appunti. Gli appunti dell’agente Nino Agostino, assassinato il 5 agosto 1989 insieme alla moglie incinta mentre indagava su latitanti e legami tra mafia e settori deviati dello Stato, rappresentano un altro tassello mancante. Anche l’archivio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo ucciso il 3 settembre 1982, fa parte di questa inquietante sequenza di 𝗽𝗿𝗼𝘃𝗲 𝘀𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝗿𝘀𝗲 dopo gli omicidi eccellenti.
𝗨𝗻𝗮 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗻𝗾𝘂𝗶𝗲𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲
“Dopo gli omicidi eccellenti sono sempre scomparse delle prove”, sottolinea Salvo Palazzolo nel suo reportage. “E 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗶 𝗯𝗼𝘀𝘀 𝗺𝗮𝗳𝗶𝗼𝘀𝗶 a portarle via”. Questa affermazione punta il dito su un 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗱𝗲𝗽𝗶𝘀𝘁𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 che coinvolge apparati dello Stato, come dimostrato dall’arresto di Piritore per la scomparsa del guanto. L’intreccio tra passato e presente di Palermo continua a emergere, rivelando responsabilità che vanno oltre Cosa Nostra e che chiamano in causa 𝗽𝗲𝘇𝘇𝗶 𝗱𝗲𝘃𝗶𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶.
10 gennaio 2026
𝐒𝐞𝐠𝐮𝐢 𝐑𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚 𝐍𝐨𝐭𝐢𝐳𝐢𝐞, 𝐢𝐥 𝐛𝐥𝐨𝐠 𝐝𝐞𝐢 𝐬𝐢𝐜𝐢𝐥𝐢𝐚𝐧𝐢!

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