mercoledì, gennaio 07, 2026

L’ira di Lorefice allo Zen: «Chi spara è un balordo»

Connie Transirico


La voce tuona e fa tremare i banchi dei fedeli, arrivati questa volta in massa nella chiesa di San Filippo Neri, rimasta semivuota domenica, tre giorni fa, ma non ieri. L’arcivescovo fa la sua potente arringa contro «i balordi che sparano e che sono solo perdenti, sagome, ombre gonfiate». 

Ma anche contro la politica, qualunque sia la casacca indossata: in modo diverso gli uni dagli altri, ma tutti hanno la responsabilità nel destino di questo quartiere martoriato. Ci sono parole chiave del discorso di Corrado Lorefice, pieno di indignazione davanti al proliferare incontrollato della violenza e alla mancanza di interventi delle istituzioni. Passaggi che vengono salutati da applausi scroscianti. A scena aperta. Ben sei.

Comincia la Pasqua, la Pasqua che è rinascita e lo Zen torna a crederci. Ieri la chiesa sembrava un quadrato magico in mezzo al buio e alla desolazione delle strade. La stella e le luci, la gente sul piazzale accanto ai segnali lasciati dai proiettili sparati sulla facciata, è ancora l’unico faro acceso nella notte più buia del quartiere che è rimasto perlopiù avvolto nel silenzio. «L'uomo diventa lupo e mangia i suoi fratelli», dice l’arcivescovo dall’altare.

La metafora perfetta di quanto sta accadendo da giorni tra i padiglioni popolari. Sul pulpito con l’arcivescovo 33 sacerdoti e le suore: figlie delle Croci e collegine di Ballarò. «Risvegliati e sarai inondato di luce», leggono con il coro ad accompagnare l’invito ai fedeli. E poi l’omelia di Lorefice che arriva come una sferzata a tutta la città. Uomini e donne non impongano il loro disumano giogo sopra altri uomini e donne. 

«Betlemme e lo Zen: periferia geografica, urbana, esistenziale. Eppure centro, se li guardiamo alla luce della fede. I piccoli, i marginali. Il Bambino Gesù è donato a tutti, anche qui - dice l’arcivescovo -. A Palermo, che in questo giorno fa memoria dell’atroce omicidio del presidente della Regione Piersanti Mattarella. A Palermo, che oggi conosce una recrudescenza di violenza». Chi spara allo Zen o a Monreale, all’Albergheria o all’Olivella, a Borgo Nuovo o a Borgo Vecchio, «è un nulla, un meschino, un fifone, un codardo che si vuole mettere in mostra per guadagnare visibilità e incutere timore ostentando la forza delle armi e il potere dei piccioli, frutto di traffici illeciti e criminali. Convertitevi a Dio - aggiunge -. Cambiate vita, sennò sarete solo dei perdenti. Dei falliti. Dei fuggiaschi che non possono venire alla luce del sole. Siete costretti a vagare nella notte». Il riscatto è ancora possibile.

«Essere qui oggi per nessuno può essere una passerella - continua Lorefice -. È un’assunzione definitiva di responsabilità. Da parte di tutti noi, a cominciare dal vescovo di questa città. Siamo qui per prendere posizione a favore della città, per lo Zen e per tutte le periferie del mondo». L’isolamento è frutto di una politica di ieri e di oggi che ha creato e mantiene quartieri ghetto. «Le periferie le abbiamo create noi con la nostra indifferenza, con l’idolatria del potere e del profitto, con le nostre scelte politiche, urbanistiche, perfino con una religiosità folkloristica e disincarnata». Sui banchi il presidente dell’Antimafia regionale, Antonello Cracolici (ma gli strali non sembrano indirizzati a lui), assessori comunali e il vicesindaco Giampiero Cannella con la fascia tricolore. «La politica si fa strada servendosi dei poveri (Lorefice cita Lorenzo Milani, ndr). Concentra poteri e privilegi, quando non è anche connivente con la mafia. Non frequenta i vicoli e le case delle periferie, se non in tempo di elezioni. La piazza accanto alla chiesa è da anni al servizio della malavita, spazio della bruttezza che rende bruti». «La luce si è spenta - aveva detto all’inizio don Giovanni Giannalia -. Ma alla violenza bisogna rispondere col coraggio. Il quartiere non va isolato o cancellato, deve risorgere assieme alla città di cui è misterioso specchio».

GdS, 7/1/2026

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