sabato, gennaio 17, 2026

Il debutto di Repubblica con l'atto d'accusa di Pio La Torre e Cesare Terranova


LA MEMORIA. Il dossier con le accuse a Ciancimino e Lima pose le basi del riconoscimento giuridico di Cosa nostra e della legge sui patrimoni

DI LIRIO ABBATE

Nel giorno in cui la Repubblica uscì per la prima volta in edicola, il titolo che bucava la prima pagina era un atto d'accusa: "antimafia, un documento segreto". Rimandava all'interno ad un titolo ancora più forte: "Dopo 13 anni di silenzio esplode la santabarbara". Bruno Corbi e Roberto Chiodi firmavano un'esclusiva che avrebbe messo in imbarazzo più di un salotto politico: la pubblicazione integrale di un dossier segreto che una parte della Commissione parlamentare antimafia aveva scritto. Era la prima volta che un organo dello Stato riconosceva, con nomi e responsabilità, il patto organico tra mafia e politica. Nomi, metodi, alleanze. Una rete che partiva da Palermo attraversa le stanze della Democrazia Cristiana e arrivava fino a Roma. Era la relazione di minoranza del Pci firmata da Pio La Torre e Cesare Terranova, due uomini che in Sicilia la mafia la conoscevano per averla sfidata nei tribunali e nelle piazze.

La relazione verrà depositata ufficialmente il 4 febbraio 1976, ma è già pronta. Nel dossier ci sono accuse precise a Vito Ciancimino, Salvo Lima, Giovanni Gioia, politici con incarichi di governo, nomi che contano. La mafia, raccontano La Torre e Terranova, non è un fenomeno isolato, ma una componente stabile del sistema di potere. In quelle pagine c'è già l'intuizione che diventerà legge antimafia solo anni dopo. Dopo gli omicidi, dopo il sangue. L'idea che concretizzano in quella relazione è che la mafia è un'organizzazione da colpire anche economicamente, e che l'associazione mafiosa ha caratteristiche proprie, riconoscibili, punibili. Quella verità, scritta allora, è ancora oggi una pietra miliare dell'antimafia moderna. E il fatto che ad aprire con quella notizia sia stato un giornale al suo primo giorno di vita, non è un dettaglio. È una scelta. È l'inizio di un racconto scomodo che ancora non è finito. La Torre e Terranova scrivono un documento che non è solo una denuncia, ma un atto di fondazione dell'antimafia moderna, dell'analisi sul sistema criminale, della battaglia per la legalità come parte del conflitto sociale.

L'antimafia diventa politica

La Commissione antimafia vota la relazione ufficiale. Ma in quel voto c'è una spaccatura. La relazione del presidente è asciutta, anodina, evita accuratamente di nominare politici, si limita a riferimenti generici. Nessuna responsabilità, nessun nome, nessun partito. Il Pci la vota, ma affianca il loro testo. È una dichiarazione di rottura politica, non solo metodologica. 

Nella relazione di minoranza ci sono i nomi dei politici che trattano, proteggono o convivono con i mafiosi. C'è la mappa delle speculazioni edilizie, delle trattative private per gli appalti pubblici, dei patrimoni nascosti. C'è il sospetto, inquietante e fondato, che la mafia sia stata funzionale anche alla strategia della tensione, ai movimenti eversivi di destra. La mafia non è un corpo estraneo: è una parte del sistema.

Un preludio che diventa legge (troppo tardi) La Relazione del 1976 non è un epilogo. È un inizio. È il primo atto di un progetto che La Torre avrebbe tradotto, pochi anni dopo, in una proposta di legge rivoluzionaria. Nel marzo del 1980, deposita alla Camera il testo che introduce due concetti mai esistiti fino ad allora nel diritto penale italiano: l'articolo 416-bis, ovvero l'associazione di tipo mafioso e la confisca dei patrimoni dei mafiosi.

È un cambio di paradigma. Per la prima volta, la mafia è definita per legge, nel Codice penale, e non solo riconosciuta come devianza. Ma La Torre non vedrà mai approvata quella norma. Lo uccideranno a Palermo il 30 aprile 1982. Come avevano già ucciso Cesare Terranova nel 1979. Come uccideranno il generale Dalla Chiesa pochi mesi dopo, che di La Torre era il naturale alleato.

Soltanto dopo tutto quel sangue, il Parlamento approverà la Legge Rognoni-La Torre, nell'ottobre del 1982. Sarà la base su cui si fonderanno tutte le strategie antimafia dei decenni successivi.

Cinquant'anni dopo

Siamo a gennaio 2026, ed è passato mezzo secolo da quella prima verità scritta e anticipata da Repubblica. E mentre si celebrano i cinquant'anni dalla nascita del giornale fondato da Eugenio Scalfari, il 4 febbraio ricorre un'altra data che merita memoria civile: i cinquant'anni esatti dal deposito della relazione di minoranza di La Torre e Terranova. Non è un anniversario qualsiasi. È il ricordo di un atto che ha cambiato il modo in cui l'Italia guarda a sé stessa. Quel documento, nato come "relazione di minoranza", è diventato testo di maggioranza morale, e fondamento della cultura giuridica e politica del contrasto alle mafie. Era un atto solitario, scomodo, anticipatore. Ma ha resistito al tempo. Ancora oggi quelle pagine sono lette da studiosi, magistrati, studenti, giornalisti. Sono un atlante del potere mafioso prima che i pentiti raccontassero, prima che il pool antimafia di cui faceva parte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino disegnasse i flussi di denaro, prima che la società italiana accettasse di guardare il volto vero della mafia. Le due ricorrenze, la relazione di La Torre e il primo numero di Repubblica, saranno celebrate insieme a febbraio dalla commissione antimafia siciliana guidata da Antonello Cracolici.

Un'eredità viva

Nella scrittura sobria e tagliente di quella relazione si legge già tutto ciò che sarebbe venuto: la lotta per l'autonomia della magistratura, la necessità di strumenti normativi incisivi, l'importanza della confisca dei beni come risarcimento sociale, il dovere di rompere i patti oscuri tra potere politico e criminalità organizzata.

Pio La Torre e Cesare Terranova hanno scritto molto più di un documento parlamentare. Hanno scritto una pagina di verità che ha saputo sopravvivere alla menzogna, al cinismo, alla paura. Per questo, mezzo secolo dopo, quella relazione di minoranza è un patrimonio del nostro Paese, che troppo spesso sceglie di dimenticare. Ricordare quel gesto politico, civile e culturale è un dovere. La verità scritta allora è ancora una chiave per leggere il presente. E forse anche per salvarlo.

La Repubblica, 17/1/2026

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