Marina Turco
Palermo - Una vita dedicata alla giustizia ma anche un'esistenza attraversata dal dolore di avere perso una sorella cui era legatissimo, assieme al cognato, che da collega si era fatto familiare. Alfredo Morvillo racconta poco di sé perché schivo da sempre. Gente così.
Lo era anche la madre, stretta ai due figli che avevano seguito le orme del marito (mancato prima della strage di Capaci): tutti e tre magistrati, studiosi e appassionati di giustizia. Nello studio di casa Morvillo le pareti sono una pinacoteca di ricordi, che raccontano la forza di chi ha saputo ricominciare pur nella insanabile frattura emotiva: Francesca saltata in aria nell'attacco di Cosa nostra, il cui obiettivo era Giovanni Falcone. Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro sono morti anche loro per proteggere un patrimonio di conoscenza e metodologia antimafia.
Un dramma che ancora non dà pace. A Tgs Sette Morvillo concede una lunga intervista (oggi alle 13,10 e in replica alle 20,10) nella quale va dritto al punto: «Non si è colta fino in fondo l'enormità di quanto accaduto nelle due stragi del 1992. Palermo doveva diventare la capitale mondiale dell'antimafia e invece è la capitale mondiale del compromesso politico-mafioso».
Duro il fratello di Francesca, anche quando ammette che sul piano repressivo i risultati sono innegabili. Altrettanto severo quando ragiona su una città spaccata nello schierarsi fra chi ancora farebbe il tifo per Falcone e Borsellino e chi si avvale del sostegno di personaggi di tutt'altra natura. Lo fa citando una celebre frase del cognato nella stagione del maxiprocesso, quando il sentimento attorno a quel gigantesco lavoro era ambiguo e spesso ostile. Quando una certa borghesia palermitana manifestava fastidio per le scorte e per il tramestio antimafia del quale non coglieva o non voleva cogliere il fine liberatorio.
Morvillo ne parla e a volte deve fermarsi, commosso. Avrebbe lavorato ancora, racconta. Forse è così che ha dato un senso a quello che è accaduto, continuando a stare dentro il mondo della giustizia. Adesso c'è ancora più tempo per guardare ai fatti recenti, ai guasti della politica, ai nomi ricorrenti che contano ancora nonostante condanne, guai e arresti: cita Cuffaro e Dell'Utri. Se ne lamenta con parole chiare: «Vorrei vedere candidati in grado di dire “no grazie, preferisco non essere eletto piuttosto che avere i tuoi voti”. Non ci si pacifica con il passato quando il presente ci sottopone alla negazione della possibilità per giovani di talento. Non dico nulla di nuovo - sottolinea Morvillo - quando ricordo come l'accesso alle carriere per i giovani medici venga negato, costringendoli ad andare via perché la sanità è nelle mani di pochi».
Restano poi tanti interrogativi sulle indagini, sulla presunta pista nera e i misteri che ancora gravano sulle stragi. Alfredo Morvillo cita ancora Falcone e il suo riferimento alle «menti raffinatissime», evocate dopo il fallito attentato all'Addaura. Riferisce due fatti, li ricorda come fossero la prova (mai provata) che qualcosa non ha funzionato ripetutamente dal 23 maggio del '92 in poi. «La cattura di Riina è uno di quegli episodi - dice - e la mancata perquisizione del covo resta un fatto inaudito. Qualsiasi investigatore dopo un'operazione del genere si sarebbe precipitato in quel luogo». E ancora, venendo ai giorni successivi a Capaci e ricordando Borsellino, isolato come Falcone e persino consapevole di non essere stato informato del fatto che il tritolo era arrivato anche per lui: «Come si può accettare, anche a distanza di tanto tempo, che non fu protetto nei suoi percorsi abituali? Paolo sapeva di andare incontro alla morte, non chiese di tornare all'Asinara e avrebbe potuto farlo. Era in pericolo. Lo sapeva lui e lo sapeva anche chi poteva salvarlo».
GdS, 24 maggio 2026

Nessun commento:
Posta un commento