giovedì, maggio 07, 2026

È possibile la resistenza alla guerra attraverso l’obiezione di coscienza


Don Francesco Romano e 
Don Cosimo Scordato

Di fronte a quanto sta accadendo sotto i nostri occhi, tutti, chi più chi meno, siamo presi da un senso di sgomento e di impotenza. Lo sgomento è provocato dal fatto che tante conquiste, che ci sembravano acquisite irreversibilmente (diritto internazionale, prospettiva del disarmo, uguaglianza tra i popoli…), sono stati messe in crisi da interventi destabilizzanti a livello internazionale. 

L’impotenza nasce dal senso di incapacità a poter agire nei confronti di uno squilibrio geopolitico che ridimensiona le possibilità stesse dei singoli Stati. Di fronte a questo stato di cose può insorgere la tentazione di lasciarsi andare a un senso di ‘realismo rinunciatario’ rispetto alla ineluttabilità del presente. 

Noi riteniamo, invece, che ci sia bisogno di un atteggiamento critico e reattivo che da un lato, prende le distanze da ciò che avviene per smascherarne le inconsistenze, gli interessi scomposti e gli imbrogli; dall’altro lato, si dispone ad assecondare le iniziative che, seppure in maniera modesta, aprono la strada verso un futuro non imprigionato dal presente. Vale la pena ricordare le tante manifestazioni che si sono svolte in questi ultimi anni e che, al di là di alcuni aspetti esasperati, hanno evidenziato il desiderio di partecipazione e la voglia di pace prorompente dalla moltitudine dei cittadini.

In questo contesto ci piace ricordare un fatto particolarmente significativo promosso a livello istituzionale. Qualche giornale ha dato la notizia che il sindaco di Capaci, Pietro Puccio, ha preso una iniziativa che meriterebbe di essere assecondata da tanti altri sindaci: al compimento dei 17 anni il municipio dovrebbe comunicare ex officio al Ministero della Difesa la lista dei ragazzi che potrebbero essere chiamati alle armi in caso di (malaugurata) guerra. Ebbene il sindaco, di fronte a questo adempimento, ha ritenuto opportuno di proporre ai giovani contrari a detto (eventuale) arruolamento di potere avvalersi della possibilità di comunicare al Municipio la loro scelta del servizio civile. L’iniziativa ci sembra valida almeno per due motivi che si incrociano a vicenda. 

Il primo ha il valore politico di manifestare pubblicamente in che direzione si vuole andare. I giovani hanno la possibilità di dichiararsi contrari alla guerra e con una semplice comunicazione possono manifestare la loro ‘resistenza’ a essa in quanto la considerano non adeguata a risolvere i conflitti tra i popoli. Si tratta di una ‘resistenza’ potenzialmente alimentata dalla Costituzione Italiana, la quale ripudia la guerra come metodo di soluzione dei conflitti e riconosce la validità del servizio civile. 

Il secondo motivo è di carattere antropologico. La resistenza alla guerra non è un modo di tirarsi indietro rispetto a impegni verso la collettività ‘imboscandosi’; al contrario essa va in direzione contraria al metodo bellico in quanto mette a disposizione le risorse fisiche, psichiche, intellettuali, creative dei giovani a servizio dei cittadini bisognosi (piccoli, anziani, diversamente abili…). Infatti, il servizio civile si rende disponibile nei confronti del Comune o delle tante associazioni impegnate in campo sociale a favore delle persone disagiate, oltre che dei vari problemi che assillano la popolazione (dal decoro urbano alle iniziative di convivenza e di miglioramento ambientale). Si tratta di una svolta culturale che si potrebbe esprimere nel nome “Ministero della Difesa e della Promozione civile”, diversamente da quanto hanno fatto gli Stati Uniti che lo hanno rinominato “Ministero della Guerra”! Ben venga allora papa Leone a ricordarci di costruire una pace “disarmata e disarmante” caratterizzata anche dalla promozione di tanti benefici per tutti.

GdS, 7 maggio 2026

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