sabato, maggio 30, 2026

LA NUOVA MAFIA, IL MANCATO SVILUPPO DEL SUD E QUELLE PAROLE DI BORSELLINO: "LA REPRESSIONE DA SOLA NON BASTA"


di Roberto Leone

Pochi giorni fa, Antonello Cracolici, presidente della commissione regionale Antimafia rispondendo alle domande di Noemi La Barbera in un’intervista pubblicata sulle pagine palermitane di Repubblica ha dato una lettura complessiva degli ultimi avvenimenti violenti per molti versi inquietanti che hanno caratterizzato la cronaca cittadina. 

“Sono atti non isolati, tipicamente mafiosi. Non di cani sciolti, fuori controllo, ma al guinzaglio, che avvengono con il consenso delle famiglie di appartenenza. La mafia sfida le istituzioni per riavere consenso. Siamo di fronte a una strategia organizzata di un fenomeno che senza sparare non era più percepito”. Questa è la sintesi del suo pensiero che è molto più articolato. Partendo dagli episodi più eclatanti Cracolici arriva poi alla violenza della movida per specificare che siamo di fronte a fenomeni diversi, che non bisogna sovrapporre, perché se tutto è mafia, nulla lo è: “Gli episodi come quello di via Lumia sono figli di violenza e degrado sociale. Quelli di Isola delle femmine, Sferracavallo e Tommaso Natale e Carini sono invece di una strategia mafiosa che sta tornando a comandare”.

Se possiamo essere d’accordo sull’analisi che distingue due tipi di violenza che non nascono da un’unica matrice, c’è da sottolineare che il degrado sociale, il sottosviluppo, la mancanza di prospettive, il diffondersi di modelli sempre più violenti e prevaricatori sono invece l’humus, la base comune.

Se è vero, come è vero, che lo Stato è riuscito a vincere la battaglia contro il terrorismo mafioso grazie al maxiprocesso e all’onda emotiva e civile post stragi del 1992, non possiamo non andare a rileggere, con una certa preoccupazione, quello che il giudice Paolo Borsellino raccontava agli studenti incontrati il 26 gennaio del 1989 all’Istituto professionale di Stato per il commercio Remondini di Bassano del Grappa. Il magistrato era stato invitato da un docente di Castelfranco Veneto, Enzo Guidotto, per discutere di “Giustizia e di lotta alla mafia”. E davanti ai ragazzi, quel giorno di inverno di 37 anni fa, Paolo Borsellino pronunciava frasi che rilette oggi sono agghiaccianti: “Non illudiamoci che le azioni giudiziarie, per quanto penetranti, possono fare piazza pulita della mafia. Si potranno accertare l’esistenza di quello o di quell’altro mafioso, raggiungere le prove e arrivare alle condanne, ma se non si incide a fondo sulle cause che generano la mafia e fanno persistere la sua pericolosità, è chiaro che ce l’ritroveremo davanti, così come l’abbiamo avuta in tutti questi anni. Abbiamo assistito al grande clamore che si è fatta attorno al maxiprocesso di Palermo. Finito il quale si è cominciato da capo. Perché quando un’azione è soltanto giudiziaria e repressiva, e così soltanto poteva essere quella della magistratura, non incide sulle cause di fondo del fenomeno. La verità è che c’è stata una delega inammissibile a magistrati e alle forse di polizia di occuparsi essi soli della mafia. Però lo Stato non ha fatto sostanzialmente nulla.”

Sono passati 37 anni e ci ritroviamo la mafia che torna a manifestarsi con raffiche di kalashnikov o con attentati intimidatori, mentre la città. per anni divenuta tranquilla forse più di altre metropoli che invece avevano già subito la violenza della movida selvaggia, torna a respirare un’aria di paura. 

Il pensiero di Paolo Borsellino è ancora oggi illuminante. Riferendosi a una situazione che riguarda la sanità siciliana di allora, ma che purtroppo potrebbe essere riportata anche a quella di oggi, dice: “Le Usl siciliane subiscono e non resistono a enormi pressioni mafiose, decisive nella formazione degli esecutivi. Sostanzialmente anche nella sanità si sono inseriti pesantemente i boss mafiosi, perché nella sanità affluisce un’enorme quantità di denaro per quella che dovrebbe essere la tutela delle condizioni salute di tutti i cittadini, denaro che si disperde in mille rivoli, generando una sanità allo sfascio”.

Ma le parole del magistrato ucciso nella strage del 19 luglio 1992 proseguono con altre affermazioni drammaticamente attuali: “Che cosa si è fatto per dare allo Stato in queste regioni. e comunque dovunque in Italia. un’immagine credibile? Si è fatto ben poco o non ci si è posto questo problema. Sino a quando questo problema non verrà risolto, un problema che interessa tutti e non solo i siciliani, ci ritroveremo la mafia sempre più forte e sempre più preparata di prima, perché se è nata per ragioni storiche, prospera sulla mancanza di credibilità delle istituzioni statali. Questa mancanza di credibilità probabilmente c’è dovunque più o meno, ma in Sicilia è accentuata come mancanza di credibilità degli enti locali, quelli che stanno a più immediato contatto diretto con il cittadino “.

Insomma, ci ritroviamo gli stessi problemi, perché in quasi quarant’anni, c’è una parte d’Italia che ha fatto il suo dovere: magistrati, poliziotti, carabinieri, molti professionisti e qualche politico, alcuni dei quali sono anche morti in questa battaglia. Oggi possiamo aggiungere anche gli insegnanti perché Paolo Borsellino parlava in una scuola e nelle scuole oggi moltissimi professori spendono il loro tempo in una lotta di resistenza civile che cerca di formare coscienze nuove, educate alla vita democratica nel rispetto dei valori della nostra costituzione, mettendo al primo posto il lavoro, la sua dignità e il rispetto delle regole.

Ma c’è un’altra parte di Stato, i governi, le amministrazioni e molti enti locali, non tutti allo stesso modo, perché l’Italia è diversa sa Nord a Sud, che invece ha fallito il suo compito. Quando escono da scuola e università, i giovani affrontano una realtà che nelle regioni meridionali è la stessa di quarant’anni fa. Occupazione precaria o in nero, condizioni di sfruttamento al limite della schiavitù, scarso e nessun riconoscimento del merito. Attorno a loro pochi progetti con la visione del futuro, non ci sono piani di sviluppo economico e sociale, di inclusione o di aiuto alle parti più arretrate del Paese. Quelli che ci sono stati hanno subito il danno della gestione clientelare se non direttamente mafiosa. 

Una situazione che ha portato moltissimi ragazzi ad andar via alla ricerca di condizioni dignitose per il riconoscimento del loro valore, lontano dalle raccomandazioni e dalle violenze che determinano invece questo mercato malato e ristretto. E soprattutto lontano dai nuovi modelli che a cavallo degli anni Duemila hanno purtroppo dominato la cronaca italiana piena di scandali, di corruzioni, di inefficienze, Una situazione che ci consegna un inizio del Terzo millennio in cui mentre la mafia riemerge dove sembrava essere stata  sconfitta, lo scenario questa volta non solo nazionale, ci presenta modelli violenti, arroganti e prevaricatori che aggravano una crisi che non è solo economica ma soprattutto di valori. 

L’Ora, edizione straordinaria, 30/5/2026

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