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| Pietro Scaglione |
Il 5 maggio del 1971, in via dei Cipressi, a Palermo, furono uccisi il Procuratore della Repubblica, Pietro Scaglione, e l’agente Antonio Lorusso, entrambi riconosciuti con Decreto ministeriale “vittime del dovere e della mafia” e insigniti dal Presidente della Repubblica della “Medaglia d’oro al merito civile”. L’Anniversario del delitto sarà, tra l’altro, ricordato a Palermo nel salone della Società Siciliana per la Storia Patria, martedì 5 maggio, ore 16.30, nell’ambito del Convegno in memoriam sul tema “Mafia e Antimafia tra passato e presente”, organizzato dal Centro Studi sulla Giustizia Pietro Scaglione, dalla Società siciliana per la Storia Patria, dal Movimento per la Giustizia Art. 3-ETS e dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (sezioni di Sicilia e di Palermo).
Dopo gli indirizzi di saluto dello scrittore Salvatore Savoia (Segretario generale della Società Siciliana per la Storia Patria), dei magistrati Bernardo Petralia (Segretario del Movimento per la Giustizia-Articolo 3 e già capo del Dap) e Mario Conte (in rappresentanza dell’ANM di Palermo) e dopo l’introduzione del prof. Antonio Scaglione (Presidente del Centro Studi sulla Giustizia Pietro Scaglione) interverranno, come relatori: il giudice Antonio Balsamo (Presidente della Corte di Appello di Palermo), il sociologo Antonio La Spina (già ordinario dell’Università Luiss), il giornalista Roberto Leone (Vice Segretario Vicario Assostampa Sicilia) e il prof. Francesco Callari (Direttore del Centro Studi sulla Giustizia Pietro Scaglione e docente Unipa). Le conclusioni saranno affidate al regista Ottavio Terranova (Coordinatore dell’ANPI-Sicilia e presidente di “Anpi Palermo-Comandante Barbato”).
L’Ordine dei Giornalisti di Sicilia assegnerà n. 4 crediti formativi per i giornalisti partecipanti al convegno.
L'AssoStampa Sicilia inserirà l'evento del 5 maggio nella seconda edizione della "Settimana per la Libertà di Stampa".
Sul tema del giornalismo siciliano, in particolare, si soffermerà Roberto Leone con la relazione dal titolo: "Mafia, informazione e democrazia. La Sicilia trincea della libertà di stampa. Mauro De Mauro, Mario Francese e Pippo Fava: le verità nascoste".
Inoltre, l’Amministrazione penitenziaria organizzerà un evento commemorativo nella Casa circondariale Pagliarelli di Palermo intestata ad Antonio Lorusso.
Pietro Scaglione iniziò la sua lunga carriera di giudice e di pubblico ministero nel 1928, dimostrando “indipendenza di giudizio anche durante il ventennio fascista” (come scrissero i giornalisti Enzo Perrone e Rosario Poma nel volume “La mafia: nonni e nipoti”, Vallecchi, 1971).
“Magistrato integerrimo, dotato di eccezionali capacità professionali e di assoluta onestà morale, persecutore spietato della mafia, le cui indiscusse doti morali e professionali risultano chiaramente dagli atti” – così come è stato definito anche in sentenze irrevocabili dell’Autorità giudiziaria – Pietro Scaglione si occupò dei più gravi misteri siciliani, per accertarne la verità e assicurarne i colpevoli alla giustizia, impegnandosi anche attivamente in difesa dell’autonomia dei magistrati dal potere esecutivo
In particolare, con riferimento all’efferata strage di Portella della Ginestra del primo maggio del 1947, Pietro Scaglione, all’epoca Sostituto Procuratore generale, nel 1953 definì l’uccisione dei contadini come un “delitto infame, ripugnante e abominevole” e accreditò come principali moventi: la “difesa del latifondo e dei latifondisti”; la lotta “ad oltranza” contro il comunismo che Salvatore Giuliano “mostrò sempre di odiare e di osteggiare”; la volontà da parte dei banditi di accreditarsi come “i debellatori del comunismo”, per poi ottenere l’amnistia; la volontà di “usurpazione dei poteri di polizia devoluti allo Stato”; la “punizione” contro i contadini che occupavano le terre.
Da Sostituto Procuratore Generale, Scaglione si occupò degli omicidi di alcuni coraggiosi sindacalisti della Cgil, come Placido Rizzotto, segretario della Camera del Lavoro di Corleone, e Salvatore Carnevale, segretario della Camera del Lavoro di Sciara.
Nella requisitoria del 1956, Scaglione esaltò la coraggiosa figura dei sindacalisti uccisi e le lotte contadine, parlò di “febbre della terra” e scrisse che l’attività di Carnevale era temuta da coloro che avevano interesse al mantenimento del sistema latifondista.
Le requisitorie di Scaglione sui sindacalisti furono ricordate anche dal quotidiano L’Ora nell’editoriale del 1962, dove si leggeva, tra l’altro: “Pietro Scaglione ha percorso quasi tutta la sua brillante e rapida carriera presso la Corte di appello di Palermo, dapprima come Pretore e, quindi, come Sostituto procuratore generale. Con tale grado sostenne l’accusa in numerosi e gravi processi intervenendo attivamente anche nella fase istruttoria: va ricordato – a proposito - l’elevato contributo che, in veste di accusatore il commendatore Scaglione dette alla istruzione del processo per l’assassinio di Salvatore Carnevale…. Al valoroso magistrato che assume la responsabilità di dirigere la Procura della Repubblica di Palermo in un momento di innegabile difficoltà, “L’Ora” invia i più vivi rallegramenti e cordiali auguri di buon lavoro”.
Dopo avere assunto nel 1962 la carica di Procuratore della Repubblica di Palermo e dopo la strage mafiosa di Ciaculli del 1963, Pietro Scaglione, nonostante il precario apparato, all’epoca, di risorse normative, umane e materiali, promosse con il giudice istruttore Cesare Terranova (poi ucciso nel 1979 insieme con il maresciallo Lenin Mancuso), un’efficace azione giudiziaria, a seguito della quale Cosa nostra fu scardinata e dispersa e fu addirittura sciolta la Commissione provinciale, come è risultato dagli Atti del maxi processo del 1987 e della Commissione parlamentare antimafia.
In quella drammatica occasione della strage di Ciaculli, ad un generale dell’Esercito che invocava l’applicazione della legge marziale, Scaglione replicò che i responsabili della efferata strage sarebbero stati perseguiti nell’osservanza delle regole e delle garanzie dello Stato di diritto.
Il magistrato avviò, anche, numerose inchieste a carico di politici e di pubblici amministratori, come risulta dagli atti giudiziari e dalla testimonianza del giornalista Mario Francese (ucciso nel 1979). Scrisse infatti il giornalista, “Pietro Scaglione fu convinto assertore che la mafia avesse origini politiche e che i mafiosi di maggiore rilievo bisognava snidarli nelle pubbliche amministrazioni. E’ il tempo del cosiddetto braccio di ferro tra l’alto magistrato e i politici, il tempo in cui la linea Scaglione portò ad una serie di procedimenti per peculato o per interesse privato in atti di ufficio nei confronti di amministratori comunali e di enti pubblici”. Il grave riacutizzarsi del fenomeno mafioso, negli anni 1969-1971 esauritisi gli effetti del dopo Ciaculli dopo la disastrosa conclusione dei maxi processi svoltisi a Catanzaro e a Bari, “aveva indotto Scaglione ad intensificare la sua opera di bonifica sociale”, infatti, richieste di “misure di prevenzione e procedimenti contro pubblici amministratori ……hanno caratterizzato l’ultimo periodo di attività del Procuratore capo della Repubblica” (Il giudice degli anni più caldi, in il Giornale di Sicilia, 6 maggio 1971, p. 3).
Scaglione si occupò anche della misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro nel settembre del 1970: l’intervento della Procura della Repubblica, diretta da Pietro Scaglione fu “attivissimo” come è stato accertato in sede giudiziaria e come dichiarò, anche, la moglie del giornalista scomparso nel periodico “La Domenica del Corriere” del 13/6/1972.
Il Procuratore Scaglione svolse altresì, con impegno e dedizione, la funzione di Presidente del Consiglio di Patronato per l’assistenza alle famiglie dei detenuti ed ai soggetti liberati dal carcere, promuovendo, tra l’altro, la costruzione di un asilo nido; per queste attività sociali, gli fu conferito dal Ministero della Giustizia il Diploma di primo grado al merito della redenzione sociale, con facoltà di fregiarsi della relativa medaglia d’oro.
Le causali dell’omicidio del Procuratore Scaglione, nonostante il delitto sia rimasto impunito, furono sicuramente plurime come si ricava dagli atti giudiziari e dalla pubblicistica storica: punitive per il ruolo di inflessibile persecutore della mafia, svolto dal magistrato sin dagli anni cinquanta; preventive, per evitare future sue iniziative pericolose per “Cosa nostra” e i poteri collusi; eversive, in un contesto attuativo anche in Sicilia della “strategia della tensione” con il fallito golpe Borghese del 1970, come, tra l’altro, dichiararono anche i principali collaboratori di giustizia.
Secondo lo storico Giuseppe Carlo Marino, “l’integerrimo magistrato Pietro Scaglione fu il protomartire di un’Antimafia istituzionale che − con gli sviluppi nel tempo della consapevolezza civile, e delle conoscenze, delle opportunità e degli strumenti legislativi per la lotta al fenomeno mafioso − avrebbe visto tragicamente crescere e infoltirsi il suo martirologio….fino al terrificante culmine di fine secolo, segnato dai nomi di Falcone e Borsellino e da quelli delle vittime delle successive stragi del 1993”.
A sua volta, lo storico Francesco Renda scrisse che le causali dei delitti Scaglione e De Mauro erano “inequivocabili”: “Si trattava di una ripresa del terrorismo mafioso tipo 1946-1948, non più, però, contro dirigenti sindacali e politici del mondo contadino, bensì contro la stampa e un corpo essenziale dello Stato, come l’organo giudiziario” (Storia della mafia. Come, dove, quando, Palermo, Sigma edizioni, 1997, p. 374).
Palermo, 4 maggio 2025




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