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| Silvio Benedetto |
MARIA DI CARLO
1978, Piazza Pretoria. Palermo. A quell’epoca, Piazza (come la chiamavamo, senza ulteriore denominazione) era sede informale di varie tacche di persone. C’era la tacca sfasciallitti, forse quella femminista (che io comunque non frequentavo), quella politicizzata, quella omosessuale (non ancora anche lesbica), quella bucomane, senza compartimenti stagni e senza scandalo per nessuno da parte di nessuno. Succedevano le cose più svariate: alcuni ragazzi imparavano a lavorare a maglia, si leggevano libri, anche a voce alta e in gruppo (Castaneda andava per la maggiore), si politicava, si conversava, si ascoltava musica da gracchianti registratorini a batteria.
Semplicemente: si stava. Ogni giorno, forse 24 ore su 24, c’era gente. Ci approdavi e sapevi di trovare compagnia, sempre. Si stava seduti sui gradini, auto passavano fittamente (in una via Maqueda pedonalizzata decenni dopo) e da dentro di esse spesso qualcuno, senza fantasia, gridava al nostro indirizzo sempre la stessa frase: “Va’ iti a travagghiaaari!!”. Io magari mi ero seduta là da poco, proveniente da pomeriggi interi e talvolta giornate di lavoro come domestica. Ma agli occhi dei più ci passavamo sempre e comunque e tutti per degli spranzoni che campavano alle spalle di qualcuno, mangiapane a tradimento.
Un giorno, seduti sui gradini della scalinata, a Piazza, vedemmo uno striscione pubblicitario steso ai Quattro Canti, con su scritto “Escuriale, la scuola dei buffoni” di de Ghelderode, del Teatro autonomo di Roma, al Teatro del vicolo, in vicolo Marotta (fra Quattro Canti e cattedrale). Nino, io e altri della tacca ci presentammo al botteghino. Il biglietto ci sembrava caro. Forse non lo era ma sicuramente lo era per le nostre poverissime tasche di allora. Protestammo perché la cultura, sostenevamo, doveva essere accessibile a tutti. La ragazza che era al botteghino andò a chiamare il capo. Arrivò. Un tipo particolare, barba, un grosso anello al dito e un poncho nero, accento spagnoleggiante. Ci chiese quanti eravamo: nove. Con una certa simpatica prosopopea teatrale, scrisse sul cartoncino del programma “lasciapassare per nove persone, da presentare ogni sera per tutta la durata della rassegna” e ce lo consegnò. Lo conservo, fra le mie carte, da quasi cinquant'anni.
Lo spettacolo era molto diverso da come ce lo eravamo aspettato. Non c'erano una platea o un palcoscenico ma un edificio in parte senza tetto, che a naso avresti detto abbandonato, con scale e stanze e altri spazi ricavati con teloni divisori di stoffa nera. Lo “spettacolo”, che impropriamente così definisco, si svolgeva all’inpiedi. Gli attori corpo a corpo, alla lettera, con gli spettatori, trascinati, condotti, spostati o guidati in quei meandri bui anche solo attraverso l'uso di luci o di musiche (per la prima volta nelle nostre orecchie la magia dei Carmina Burana).
Ne fummo stregati e, sotto i fumi di questo ammaliamento, ne parlammo entusiasti agli altri di Piazza Pretoria. L'indomani al botteghino è inutile dire che ci presentammo in parecchi più che nove, e con simpatia (non per timore di chissà quale nostra reazione!) ci fecero entrare tutti. Da allora ogni sera, non so per quanto tempo, andavamo da quelli che ormai conoscevamo per nome e anche un po' di più: il grande capo Silvio, Alida, Adela, Massimo, Riccardo, Gloria, Lina, Filippo… E tutto il codazzo dei loro amici-partecipanti: Fiammetta, Guido, e Giovanni che era già allora un promettente giovanissimo violoncellista…
Si avvicendarono nel tempo varie performance: oltre a de Ghelderode, anche “Il signor X” di Perriera, in cui gli attori, nudi, fasciati di bende, come morti, giacevano dentro auto posteggiate in quelle stanze, con pochi spettatori seduti in auto accanto a loro, ad ascoltare il testo attraverso delle cuffie. O “Nel paese dei Tarahumara” di Artaud, o Mishima ne le “Confessioni di una maschera”. Talvolta le performances si svolgevano anche in saloni dell'Hotel Centrale, in Corso Vittorio, presso cui i teatranti romani erano ospitati, e per lungo tempo, in cambio degli spettacoli che offrivano (ma chi poteva inventare un'idea così balzana e geniale se non Silvio???). Inutile dire che anche noi accoliti palermitani cominciammo a entrare talvolta in qualcuna delle camere degli attori, o stazionavamo nella hall in attesa che Silvio scendesse per incontrarci. O, se non li trovavamo, lasciavamo pizzini al portiere perché glieli consegnasse. Impropriamente, consideravamo “nostro” anche l’hotel…
Gli spettacoli, per quanto fondati su testi, potevano essere diversi ogni sera. Il risultato dipendeva dall'osmosi che si sarebbe creata con gli spettatori, dalla loro reazione, dai loro interventi, in parte “subiti” dagli attori, e certamente stimolati da Silvio-il-mostro, che ci incoraggiava a prendere contatto, letteralmente, con loro.
A poco a poco anche noi convenuti cominciammo, via via, ad essere coinvolti sempre di più nell’ingranaggio, diventandone in qualche modo parte attiva, spett-attori.
Fra i vari che si aggiunsero al nostro nucleo iniziale anche uno strano personaggio, uno dei tanti di Piazza Pretoria, un austriaco (un po’) fuori di testa che, in un poco decifrabile italiano, parlava continuamente del diabòlo, e che per questo finimmo col chiamare, per l’appunto, così. Silvio lo introdusse al Teatro del vicolo non facendogli fare altro che se stesso, Diabòlo così com'era, che faceva discorsi inturciuniati sul diavolo e cantava in tedesco Lili Marleen.
Veniva ogni sera il ragazzo del bar accanto. O ogni sera anche Melina, un'anziana (ex?) prostituta del limitrofo vicolo Ragusi, allora costellato di apposite casette a piano terra, cui accorrevano frotte di militari in libera uscita. Si finiva (ben volentieri!) con l’essere inglobati in una sorta d’insolita famiglia in cui ognuno poteva partecipare rivestendo i propri panni, mischiandoli, se era il caso, con quelli dei personaggi in scena. Questo “fare a pezzi” gli spettatori, veramente provocarli, questo uscire fuori dal testo, rientrarci, modificarlo, di continuo, mi sembrava una cosa meravigliosa. A volte non sembrava così invece ad alcuni degli attori che si sentivano destabilizzati e squilibrati dagli interventi troppo corposi (ma non li avevano provocati loro?) dei cosiddetti spettatori. Come quella volta che un aristocraticheggiante e assiduo spettatore fu sapientemente messo da Silvio a fare la parte di un cardinale e, calatissimo nel suo ruolo, prese talmente campo da mandare in tilt gli attori. Ma questo era il teatro di Silvio. Che certo non era il teatro impostato e scolastico (lo dico senza dispregio) di Perriera che di lì a poco aprì la scuola di teatro Teatès per seguire la quale anche Massimo, Riccardo e Gloria, venuti al seguito di Silvio da Roma a Palermo, vi rimasero e furono fra i primi allievi.
Con Silvio e “i suoi” veramente di continuo non si sapeva il confine tra l'azione teatrale e la realtà. Talvolta non si distingueva ciò che accadeva in scena da ciò che, magari per sbaglio, succedeva nella realtà. Come quella volta che a Filippo (che vestiva i panni di un conturbato prete, a tavola fra altri commensali) a causa dei suoi scomposti movimenti, presero fuoco i capelli, appicciati da un candelabro acceso. E Massimo, che faceva il cameriere, con fare molto professional e senza scomporsi, glieli spense con dei colpetti di mano, tanto da far pensare che la scena, del tutto imprevista, fosse stata ideata appositamente.
In altri “quadri” Grazia, con una camiciola da internata d’epoca pre-Basaglia, cercava di afferrare piatti e bicchieri incollati ad una irraggiungibile tavola fissata sul soffitto. Filippo, impersonando un prete dal fare molto porcino, aveva ideato una sua scena in cui confessava morbosamente quanti si inginocchiavano al suo confessionale. Adela, madre di Silvio, afferrava piangendo, mucchi di spaghetti con le mani, schiaffandoli nei piatti degli spettatori-commensali, per poi rivuotarli nella pentola e poi di nuovo riempirli, in un'ossessiva ripetitività…
Alcuni spettatori, come noi, venivano spessissimo al Vicolo, come quello che chiamavamo “il fotografo” (immaginate perché): Mariano La Cavera. O Calogero Gueli, che veniva con la soave moglie e coi bambini, e che tanto spazio avrebbe dato poi a Silvio durante la sua sindacatura a Campobello di Licata.
Andavamo talvolta a mangiare in qualche ristorante, fra cui ricordo Il ficodindia, credo dalle parti di via Roma, dal cui soffitto penzolavano tanti quadri di diversi autori che credo fossero soliti così pagare il conto.
A quell'epoca si poteva accedere alla mensa universitaria anche se universitari non si era, mangiando con pochi spiccioli. Noi di casa eravamo soliti comprare più biglietti e ritirare al self service alimenti che potevamo facilmente trasportare a casa, come prosciutto e mozzarella. E scioccamente, anche andando a mangiare al ristorante con Silvio, io e Giusi (per non gravare forse sul conto finale, per discrezione?) finimmo con l’ordinare pure là… prosciutto e mozzarella!
Ricordo anche una sera a Bagheria, si faceva teatro in un garage/cantina, con tutte le negghie accumulate dentro a fare da ottima scenografia. Poi tutti a mangiare in trattoria, in una lunga tavolata. Silvio si fece portare il tampone dei timbri e, con un tovagliolo di carta, dipinse in pochi minuti un volto sulla bianca tovaglia di carta di un tavolino, pagando così per tutti. Ma magari non era un’operazione replicabile troppo spesso, e quindi un giorno Silvio mi diede dei soldi proponendomi di preparare un bollito di carne con le patate, da mangiare là tutti assieme, alla fine della serata, al Teatro del vicolo. Preparai un pignatone di roba che, dopo lo spettacolo, andammo a prendere a piedi a Ballarò, in via Porta di Castro 2, dove allora abitavamo io e Nino. Ovviamente a quell'epoca nessuno di voi di noi aveva un'auto, neanche utilitaria. Eravamo in tanti a mangiare, i teatranti come anche parecchi degli spettatori diventati ormai di famiglia. Il bollito, così condiviso, risultò insufficiente. E fu per questo che ideai per il giorno dopo di fare, invece che il bollito, delle polpette in cui avrei potuto mischiare alla carne macinata anche il pane duro ammollato e il pangrattato per aumentare di molto la quantità senza spendere troppo. E così il giorno dopo furono due le pignatone di polpette e patate portate lì al teatro, con gran sullucchero di tutti. Il non solo per me fascinosissimo Silvio m’incaricò perciò più volte di preparare sempre quelle polpette con sempre quelle patate, che mi costavano ore e ore di lavoro, ma anche di compartecipe piacere nel sentirmi parte di questa strana e variegata famiglia.
Poi fu la volta che Silvio condusse la ciurma a fare spettacolo a Taormina, a Palazzo Corvaja e poi addirittura al teatro greco in cui Nino, Franchino, Ignazio, Eliana e altri, inquietanti personaggi, strisciavano, serpeggiavano e urtavano gli spettatori che entravano dalla cavea.
E poi giunse anche il tempo in cui Silvio doveva? voleva? ritornare a Roma, e propose non so se a chiunque volesse ma sicuramente a noi di andare con lui. Ci avrebbe ospitati a casa sua, sarebbe continuata la nostra avventura assieme, a Roma come già a Palermo, come chissà dove, nel tempo. Con Nino riflettemmo se partire. Non ricordo affatto se fu per noi, allora, un dilemma, ma alla fine decidemmo di restare. Del nostro gruppo partì Totò ri Vucca ‘i farcu, detto Sasizza, diminuitivamente Sasi, un ragazzo non scolarizzato ma molto politicizzato, grande cultore di fanzine, dalla sciolta e corretta parlantina da non sembrare neanche che scuola non ne avesse.
Noi non seguimmo Silvio ma a nostro modo facemmo il nostro teatro sicuramente seguendo le orme che lui aveva tracciato. Il nostro teatro, nei primi anni ’80, che Nino chiamò Teatro Madre. Una Madre archetipica, primigenia fonte di ogni affetto e di ogni repressione. Il cui simbolo era non a caso un cuore con inscritta una svastica. Un teatro di autori-attori-interpreti di se stessi, come Silvio ci aveva insegnato. I testi, scritti quasi esclusivamente da Nino, prima di essere testi erano la nostra stessa vita. Raccontavano del nostro difficilissimo rapporto col mondo dei padri, erano la nostra presa di distanze dal mondo dei padri, da cui ci eravamo staccati ed eravamo stati espulsi con tanta determinazione e anche vicendevole ferocia. E al contempo erano il nostro omaggio al mondo dei padri, il riconoscimento della sua importanza, dell’impossibilità di prescindere da questi affetti, amati-odiati ma comunque radicati nelle nostre più intime fibre.
Il nostro Teatro Madre si faceva in luoghi non preposti al teatro. I teatri, del resto, allora ci erano preclusi. Non avevamo interesse ad accedervi né potevamo anche solo pensare di arrivare a tanto, come avvenne invece in seguito, grazie all’opera di Massimo Verdastro, che ha portato i testi di Nino Gennaro in tutti i teatri di Palermo e in moltissimi d’Italia. I nostri luoghi del “teatro” erano allora quindi piazze, discoteche, club, ma soprattutto case (Silvio era stato un antesignano del teatro nelle case!), tutti luoghi dove il teatro normalmente non si svolgeva. Conoscevamo qualcuno e, se era disponibile ad aprire le porte della sua casa, là si adunavano gli amici invitati e arrivavamo noi con i nostri mezzi poverissimi. Ci si raccoglieva tutti a lume di candela o di torcia, e si cominciava, ed entravamo “in scena” noi, i nostri pezzi di vita. Un amico corleonese un giorno presente ad una di queste rappresentazioni, ci disse che, a non conoscerci, tutto gli sarebbe sembrato bello e carico di emozioni, ma che, conoscendo noi e le nostre storie, tutto gli sembrava invece terribilmente tragico. Tutto bello, se non fosse stato anche tutto vero.
Nel tempo, tanti anni passati senza vederci quasi più con Silvio e “i suoi” se non raramente (tranne che con Massimo), ma sempre con il bandolo della matassa pronto là ad essere riannodato. Tantissimi anni fa, Nino ebbe una fase in cui disegnava forsennatamente, ore al giorno, di continuo. Non lo aveva fatto prima e non lo fece dopo, ma in una fase della sua vita, in questo flash, disegnava con pastelli a cera, che consentivano di sovrapporre i colori, annullando anche totalmente ciò che era stato disegnato prima. E in questa “furia”, pur cominciando a disegnare altro, immancabilmente alla fine dai fogli venivano fuori teste settecentesche, con parrucconi da illuministi. Che Nino regalò un giorno a Silvio, e che Silvio per decenni ha custodito e ci ha poi ridato in occasione della morte di Nino, perché fossero esposti a Cantieri culturali della Zisa in occasione del rifacimento che Massimo Verdastro aveva fatto del nostro Teatro Madre. E che sono ora appesi in semplici cornici a casa nostra.
Un paio di anni fa, nella casa di Sciascia a Racalmuto, Silvio fece una mostra con volti di scrittori siciliani, e volle realizzare anche un ritratto di Nino, intitolato “Tabernacolo”. Rivedendoci, mi disse che avrebbe voluto esporre una sua opera dedicata ai morti sul lavoro. Contattai la Curia per una ipotetica esposizione sul piano della cattedrale, a Palermo. Risposte evasive. Opera ha poi trovato degna collocazione e per mesi nella sede della Cgil di via Meli, a Palermo, e su un pianerottolo, in modo da essere visibile a chiunque avesse percorso le scale.
Pochissimi anni fa, quando seppi che si programmava un rifacimento di Corso Bentivegna e dei murali del bastione di san Rocco, a Corleone, non in linea politicamente col sindaco ma da semplice cittadina, chiesi di incontrarlo per presentargli al computer una serie di murali realizzati da Silvio Benedetto, che era anche muralista di fama. Aveva lavorato con Siqueiros, aveva realizzato enormi murali in America latina come anche nel percorso (patrimonio dell’Unesco) delle Cinque Terre, come a Campobello di Licata, in cui da anni viveva amorosissimamente con Silvia. Il sindaco si entusiasmò, ne discusse negli appositi ambienti istituzionali, e cominciarono gli incontri a Corleone. In uno di questi Silvio a sorpresa mi mostrò i pizzini scritti da me che decenni e decenni prima gli avevo lasciato in portineria all’Hotel Centrale. Li conservava ancora, come io il suo lasciapassare, scritti tutti quasi 50 anni prima.
I Silvi (come si definivano, o Silviacci, come li chiamavo io) vennero più volte a Corleone, incontrando i pittori locali che (per loro tradizionale e sempre inclusivo e pluralistico modo di fare) certamente sarebbero stati coinvolti nella realizzazione di una grande opera in cui si prevedeva di effigiare un centinaio di figure, scegliendo i volti fra gli abitanti stessi del paese. Si sarebbe narrata, sotto la regia di un maestro più che accreditato, una sintesi della storia corleonese, nei suoi personaggi più famosi e con i volti della gente comune. Un murale, spiegava Silvio, non è la semplice riproduzione ingrandita di un’immagine sul muro, ma un’immagine che avrebbe dovuto assumere proporzioni apposite, che avrebbero tenuto conto dello sguardo dei passanti, dei loro diversi punti di osservazione, vicini o lontani. Si ipotizzò di ritrarre anche Nunzio, che aveva realizzato in passato uno dei murali del bastione, ormai più o meno intaccati dall’umidità e dal tempo. Sarebbe stato un modo per ricordarlo dopo la sua precoce morte, col addosso il grembiule blu e in mano i pennelli e i suoi cavallucci di cartapesta. Secondo l’uso già sperimentato in una vita di attività, si sarebbero coinvolti i corleonesi a visitare il cantiere aperto, come già avvenuto in altri luoghi in cui altri lavori erano stati realizzati, e in cui le persone del luogo avevano portato, di loro iniziativa, materiali, pietre, frammenti di mattoni, che avrebbero fatto parte dei collages da realizzare, o sarebbero state ingaggiate magari là per là per essere ritratte al volo… Come per la scuola elementare di Campobello che ha, su tutte le facciate, i volti dei bambini di allora. Sarebbe stato un grandissimo e magnifico murale, che avrebbe occupato anche i muri che costeggiano le scalinate del bastione. E, molto probabilmente, data l’età di Silvio, il murale sarebbe stato l’ultima grande opera di un artista rinomato e di indiscusso pregio.
E invece… niente di tutto questo. Dopo riunioni e incontri, e delibera del consiglio comunale già firmata, una cadut… ehm… un volo pindarico improvviso (senza avvertire Silvio Benedetto, manco con mezza parola di scuse, di motivazione, di qualcosa. Il Nulla totale.) ed ecco che il grande spazio del bastione viene “riempito” in quattro e quattr’otto, credo a colpi di stencil, da una serie di cuori con annesso apparato di arterie e vene (non uno, ma una serie, proprio a riempire lo spazio con qualcosa), di leoni anch’essi replicanti con linguacce extralarge, bandierine squadrate con su scritto “Corleone”… Personalmente apprezzo varie altre opere di quest’altro artista, ingaggiato in corner e con sgambetto davanti alla porta. Ma, sempre personalmente, spero senza offesa per nessuno, penso che l’operazione realizzata al bastione a Corleone sarà pure costata molto meno, ma che la sua resa visiva, emozionale, artistica, sia direttamente proporzionale al costo. L’opera di Silvio Benedetto avrebbe lasciato una traccia ben diversa.
Maria Di Carlo
(Silvio Benedetto ci ha lasciati il 16 maggio 2026 a 88 anni)


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