Al liceo “Don Colletto” la giornata per le vittime della mafia si apre con “Voci di luci oltre il silenzio”, una rappresentazione di teatro musicale curata da docenti e studenti per ridare voce a chi è stato ucciso. La giornata prosegue con l’incontro in auditorium con Giovanni Argiroffi sul tema “La fiducia nei giovani e la testimonianza di Piersanti Mattarella” e l’inaugurazione della mostra fotografica dedicata a Piersanti Mattarella.
Il 20 maggio 2026, a Corleone, non andrà in scena la consueta liturgia della commemorazione, quella retorica dell'antimafia di professione che tanto piace ai flâneursdel dolore sociale. Presso il Liceo "Don Colletto", la Giornata dedicata alla memoria delle vittime della mafia si annuncia invece come un dialogo-confronto con la storia, un esperimento di pedagogia civile che declina la legalità attraverso la prosa del dovere e dell’impegno per il bene comune.
L’apertura è affidata a un dispositivo artistico: la rappresentazione di teatro musicale "Voci di luci oltre il silenzio", interamente curata da docenti e studenti dell’istituto. Non si tratta di un mero intrattenimento scolastico, ma di un atto di rottura filologica. In Sicilia il silenzio è stato spesso il velo steso sull'impostura del potere. Romperlo attraverso la musica e la parola recitata, dare voce alle vittime significa scardinare il codice del fatalismo isolano dimostrando che l'alleanza generazionale può produrre senso, e non solo nozioni.
Il baricentro ideale e politico della giornata gravita tuttavia attorno a una formula che unisce il rigore “paolino” alla precisione amministrativa: "La buona battaglia - Per una Sicilia dalle carte in regola". Questo è il titolo della mostra fotografica dedicata a Piersanti Mattarella che verrà inaugurata nei locali del liceo. Le foto esposte ripercorrono il percorso di formazione di Piersanti Mattarella, la sua brillante carriera politica, la sua ascesa al vertice del governo regionale siciliano e provano a raccontare anche la sua dimensione più intima e familiare.
Mattarella non era un eroe da santino. Era un amministratore che credeva nella forza trasformatrice delle istituzioni, convinto che la politica acquistasse senso soltanto quando era capace di cambiare la realtà. Lo disse chiaramente nel 1977, commemorando Giorgio La Pira, di cui riconobbe il magistero civile: «l’impegno politico può esprimere una forza tale da cambiare in qualche modo la realtà solo quando è sostenuto da una grande tensione ideale e morale, che sappia dare una visione globale e non particolaristica dei problemi». Quelle parole erano anche un manifesto personale.
La sua battaglia contro la mafia non era retorica: era metodo. Sapeva che la criminalità organizzata si annidava nei gangli dell’amministrazione pubblica e che lì andava combattuta, con gli strumenti propri della politica. «È necessario passare dalle parole ai fatti», disse nell’Assemblea regionale il 25 luglio 1979, commemorando Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo appena ucciso dalla mafia: «è necessario che a tutti i livelli si compia a fondo il proprio dovere, si gestiscano poteri e responsabilità con coraggio, giustizia e correttezza». Non chiedeva eroismi: chiedeva normalità. Una normalità che nell’isola è sempre parsa l’eresia più pericolosa.
Voleva una Sicilia “con le carte in regola” e sapeva che questo passava attraverso una riforma profonda dell’amministrazione, restituendo ai funzionari «maggiore dignità, maggiore libertà, maggiore responsabilità». La trasparenza non era per lui un valore astratto: era lo strumento concreto con cui si svuota il potere mafioso. Fu quella visione — concreta, testarda, nutrita di ideali forti — a condannarlo. Fu ucciso perché stava dimostrando che un altro modo di governare era possibile.
Il momento più alto della giornata sarà l’incontro tra gli studenti e Giovanni Argiroffi, nipote di Piersanti Mattarellae figlio di Maria Mattarella. Non un atto di devozione familiare, ma un passaggio di testimone: la prova viva che i valori si ereditano non come un privilegio, ma come un carico di responsabilità. Vedere giovani siciliani interrogare il lascito di chi credeva nel rigore, nella cultura e nelle istituzioni come unica alternativa reale al fatalismo è, di per sé, un gesto politico profondo.
Era stato lo stesso Mattarella a lanciare questa sfida, nelnovembre del 1979, davanti al presidente Sandro Pertini: «tanti giovani che vediamo anche in Sicilia così ansiosi di rinnovamento, così desiderosi di maggiore giustizia» — e a loro affidava la speranza di isolare, battere e vincere per sempre il fenomeno mafioso. Non era retorica: era una consegna.
La mostra che si inaugura al “Don Colletto” non è una rassegna di reliquie. È qualcosa di più urgente: una risposta alla crisi di riferimenti che attanaglia il nostro tempo. I giovani, e non solo loro, vivono in un mondo appiattito sul “presentismo”, schiacciati dall’onda alta dell’emotività della cronaca, spesso perduti nell’indifferenza generale. In questo vuoto, Mattarella non serve a riempire uno spazio di retorica: serve a colmare uno spazio di modelli. Perché il modello non è chi si mostra, ma chi dimostra. Non è chi urla, ma chi costruisce.
Dedicare un percorso di riflessione e di dialogo alla figura di Piersanti Mattarella nel liceo di Corleone significa affermare che la cittadinanza non è un’astrazione, ma un esercizio quotidiano di razionalità e passione civile. Significa dire ai ragazzi che cambiare la realtà è possibile, che gli ideali non sono ingenuità ma la base fertile su cui provare a costruire il futuro. Significa sottrarre un nome — Corleone — all’immaginario che altri gli hanno cucito addosso, e restituirlo alla sua vocazione più vera: quella di una comunità che sceglie, ogni giorno, da che parte stare.
Significa affermare che quella “Sicilia con le carte in regola” non era il sogno isolato di un uomo solo. Era, ed è ancora, un metodo. Una bussola. E oggi, in questo liceo, quella bussola torna nelle mani di chi ha tutto il tempo e tutta la forza per seguirla.

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