Connie Transirico
«Domani parlo con attaccante. Eventualmente forniamo tutta Palermo... Bisogna fargli capire a questi chi siamo». Codici criptati e piattaforme per fare viaggiare gli ordini degli stupefacenti dalle celle del carcere. Ma sulla chat Signal, chiamata senza troppa fantasia «Fuorilegge», erano sintonizzati anche gli investigatori di polizia e carabinieri.
Il provvedimento che ha fatto scattare gli arresti per 26 persone nasce da una indagine coordinata dalla Dda, diretta dal procuratore Maurizio de Lucia, e condotta dalla squadra mobile e dai carabinieri del Ros. I traffici coinvolgerebbero territori considerati storiche roccaforti dei clan mafiosi: Villagrazia, Santa Maria di Gesù e Villaggio Santa Rosalia. Tra i venditori anche un gruppo di albanesi che stava a Roma. La cocaina veniva acquistata a circa 25 mila euro al chilo.
A capo del gruppo, che importerebbe quantitativi di droga attraverso fornitori calabresi e campani, ci sarebbe Gabriele Paladino, figlio di Francesco e nipote dello storico uomo d'onore Salvatore Profeta, già condannato in via definitiva come esecutore materiale dell’omicidio di Salvatore Sciacchitano, detto Mirko, commesso il 3 ottobre 2015 su ordine di Cosa nostra. Pedalino «direttamente dal carcere e attraverso l’utilizzo illecito di dispositivi cellulari - si legge nell’ordinanza firmata dal gip Lirio Conti - comunicava attraverso la messaggistica e impartiva ordini ad Antonino La Mattina, Mario Mirko Brancato, Vincenzo Toscano, Giuseppe Orlando e Giuseppe Foti (in quel momento liberi), per la gestione dei traffici, della cassa comune, della rivendita periodica di quantitativi di stupefacente. Le indagini, durate dalla fine del 2023 al 2025, sono suffragate da intercettazioni, riprese video, monitoraggio degli spostamenti degli indagati (anche tramite controllo delle targhe delle autovetture e delle celle agganciate dalle utenze), controlli, perquisizioni, sequestri e arresti.
«A prescindere dalle conversazioni sostanzialmente esplicite - rileva il gip nel provvedimento di custodia cautelare - quali quelle in cui si fa riferimento a coca, se non addirittura espressamente a cocaina o «puzza», devono senz’altro intendersi relativi a sostanze stupefacenti i riferimenti contenuti nei dialoghi, per esempio, a 007, bianca, cuosa, minuti e palline». Dalle indagini è emersa l’esistenza di un’organizzazione gerarchica e «stabilmente destinata al traffico di stupefacenti, la gestione di una cassa comune e, infine - scrive ancora il gip - l’utilizzo della forza di intimidazione, derivante dall’affiliazione o dall’aderenza a Cosa Nostra». Attraverso più canali di approvvigionamento, la banda faceva arrivare in città prevalentemente cocaina che veniva poi consegnata a chi aveva il compito di confezionarla in singole dosi e rivenderla sulle piazze del capoluogo. L’organizzazione aveva rapporti con un altro analogo clan, capeggiato da Giuseppe Bronte, all’epoca già detenuto agli arresti domiciliari, con cui Pedalino aveva concluso accordi.
Giuseppe Bronte veniva inserito in una chat «Fratelli» con il nickname Smith, sulla quale veniva subito intrapresa una videochiamata con La Mattina e Pedalino. All’inizio della conversazione captata dagli investigatori, Bronte esordiva manifestando la sua riverenza nei confronti del parrino: «Voi altri, ce n’è poca nel mondo... Sangue mio, tu basta che tu mi dici io sono sempre a disposizione, dimmi cosa posso fare per te». C’era rispetto per il detenuto di alto rango mafioso al quale, nonostante la carcerazione al 416 bis, non sfuggiva nulla di quanto avveniva nella sua città. Emblematico il caso di un uomo che aveva confessato di avere comprato la droga da un ragazzo vicino alla famiglia di Palermo centro. «Conosce tutti i tuoi passi, devi comprare la droga a Santa Maria di Gesù...». In caso contrario il detenuto avrebbe adottato ritorsioni. Le basi operative dell’organizzazione sarebbero state un cortile e un bar di via Oreto, mentre la droga sarebbe stata custodita in un magazzino nei pressi di Fondo Saccone. I membri del gruppo criminale noleggiavano auto per le trasferte e le “staffette” dei carichi di droga. Il centro di tutto era Pedalino che, grazie a utenze illegalmente detenute nei penitenziari dove stava scontando la pena, aveva contatti con i suoi associati liberi, veniva informato sistematicamente della rendicontazione degli affari, prendeva le decisioni finali sulle questioni e impartiva direttive. Aveva perfino disposto la punizione per un commerciante che non pagava il debito sulla droga: la sua attività era stata incendiata.
GdS, 21/5/2026

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