domenica, maggio 03, 2026

TRE MAGGIO, RICORDIAMO I GIORNALISTI UCCISI. MA NON BASTA, L'INFORMAZIONE E' SOTTO ATTACCO

Giornalisti uccisi 

di FRANCO NICASTRO

Il giornalismo è ovunque sotto attacco. Il potere politico lo soffoca e quello criminale lo colpisce. È una combinazione di minacce che ci viene ricordata dal voto del Senato con il quale è stata istituita la Giornata per i giornalisti uccisi (il conto ormai si perde). È stata scelta non a caso la data del 3 maggio, lo stesso giorno della libertà di stampa: la conferma che questi temi si intrecciano e si integrano. 

Certo, l’istituzione della Giornata è un segno di attenzione ma non basta tenere viva la memoria di chi ha pagato un costo umano intollerabile alla corretta informazione. Proprio in Italia, è stato osservato, sarebbe urgente e necessario pensare anche alla condizione in cui lavorano i giornalisti. Da dieci anni aspettano il rinnovo del contratto, sono assediati dalle querele temerarie e dalle leggi bavaglio, vengono spiati, sono alle prese con un precariato mortificante.

Reporters Sans Frontières (Rsf) riprende e lancia un allarme sullo stato dell’informazione italiana che non sembra mai entrato nell’agenda politica del governo e del Paese. La “crescente precarietà lavorativa”, dice Rsf, mina pericolosamente il giornalismo, “il suo dinamismo e la sua indipendenza”. E questo spiega anche perché il rapporto sulla libertà di stampa faccia scivolare l’Italia dalla quarantanovesima alla cinquantaseiesima posizione.

Colpisce il dato sui pericoli e sulla sicurezza dei giornalisti. Ben 22 vivono e lavorano sotto scorta in Italia e nel 2025 ci sono stati, calcola Ossigeno per l’informazione, 759 casi accertati o probabili di minacce con un aumento del 47 per cento rispetto al 2024. È la conferma che l'Italia sia il Paese europeo con il maggior numero di cronisti finiti sotto tiro. 

“Purtroppo questo diritto” alla libertà di stampa “è spesso violato, in modo a volte flagrante, a volte nascosto, ha ammonito papa Leone, ricordando “i numerosi giornalisti e reporter vittime delle guerre e della violenza".

La Sicilia è a pieno titolo dentro questo scenario violento con un capitolo proprio. Otto giornalisti uccisi (nove se nel conto mettiamo Maria Grazia Cutuli, vittima del terrorismo) descrivono un’emergenza sociale e un terribile primato. Da nessun’altra parte d’Italia si contano tante vittime. Come spiegare attacchi così violenti? Una risposta l’ha data il giornale L’Ora che all’indomani dell’uccisione di Giovanni Spampinato nel 1972 ha titolato: “Ucciso perché cercava la verità”. È un titolo dalla valenza paradigmatica che individua il senso di quell’omicidio e di quelli che lo avevano preceduto e lo avrebbero seguito. Anche se ogni caso va analizzato nel proprio contesto, c’è però un filo che li unisce: tutti esprimevano una concezione etica del giornalismo (Giuseppe Fava lo aveva proclamato in modo molto netto) come strumento di ricerca della verità e con un ruolo che i poteri criminali hanno cercato di intimidire e di soffocare. Pur nella loro rude brutalità, avevano intuito che l’esperienza del giornalismo siciliano da un lato dava e dà forza al sistema democratico, di cui l’informazione è un elemento fondamentale, e dall’altro rappresenta un “pericolo” da spazzare via con lucida ferocia.

L’Ora, edizione straordinaria, 3 maggio 2026

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