mercoledì, maggio 13, 2026

Leoluca Orlando: “La violenza a Palermo? È terrorismo mafioso, scomparso il senso di comunità”


di Francesco PATANÈ

Intervista all’ex sindaco: “Scemata l’attenzione per i diritti. In città bande fuori controllo con miti camorristici”

Sparare raffiche di kalashnikov contro le vetrine dei negozi e le case non è più solo intimidazione, è terrorismo, terrorismo mafioso». Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo, conosce il ventre della città come pochi. Ha un contatto diretto con i palermitani delle borgate e dei quartieri difficili. Sull’ondata di violenza che ha colpito Palermo dal settembre scorso ha un’idea chiara. «Senza diritti e attenzione agli ultimi non si vince la guerra alla mafia».

In città si è tornato a sparare con i mitra, sono solo cani sciolti o stanno cambiando gli equilibri mafiosi?

«Siamo di fronte a due fenomeni mafiosi in uno: da una parte Cosa nostra militare gerarchica, che risponde alle logiche tradizionali dei mandamenti ma che è molto debole per l’azione repressiva di magistratura e forze dell’ordine. Dall’altra ci sono bande di giovani criminali in competizione fra loro che utilizzano metodi camorristici. Sono tollerate dai vecchi boss e mantengono comunque un rapporto con la vecchia mafia per droga e armi. Non sono due mondi staccati».

È una violenza figlia dell’abbandono delle periferie?

«Di un affievolimento dell’attenzione ai diritti. Non solo nelle periferie, a tutti i livelli si sta sgretolando il sistema delle tutele e delle opportunità. Gli ultimi ne fanno le spese più di tutti. Mi preoccupa che negli ultimi anni nessuno usi più la frase “noi palermitani”. Era un tratto distintivo, trasmetteva accoglienza, inclusività, senso di comunità, proteggeva il diverso. Tutto questo è scomparso».

È innegabile che si spara allo Zen, allo Sperone, a Sferracavallo, al Cep al Villaggio Santa Rosalia. È un crescendo di violenza.

«Si spara perché ci sono bande di giovani fuori controllo cresciuti con modelli camorristici. Bande di criminali che hanno a disposizione tantissime armi e non si fanno remore ad usarle».

Tre giorni di riunioni in prefettura basteranno?

«Bisogna ritrovare il ruolo della scuola, dell’associazionismo del terzo settore, dei sindacati, delle associazioni di categoria. È necessario riattivare i meccanismi di inclusione, dobbiamo tornare a pensare e ad agire come parte di un’unica comunità. In due parole torniamo a pronunciare la frase “noi palermitani”».

Fratelli d’Italia invoca più sicurezza da parte delle istituzioni. Eppure, governa la città, la regione e la nazione. 

«La questione è semplice: l’approccio di moltiplicare i reati e aumentare le pene non funziona. La tolleranza zero è efficace con i ladri di appartamenti, non certo con la criminalità organizzata. Serve estirpare la cultura mafiosa, dare un’alternativa».

La ricetta della militarizzazione è quella giusta?

«Non basta e comunque non è la soluzione. Parliamo di un potere criminale su cui molta della borghesia palermitana è indulgente o, peggio, ci fa affari. Ho sempre ripetuto che Palermo è un carretto a due ruote che devono girare alla stessa velocità per andare avanti. Da un lato la ruota repressiva di magistratura e forze dell’ordine, dall’altro quella della comunità, della cultura e della politica».

La Repubblica Palermo, 13/5/2026

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