Ricordando la grande, lucida, potente penna di Piero Melati, nostro straordinario compagno di lavoro a L'Ora che ci ha lasciati il 4 agosto dello scorso anno
di PIERO MELATI
Niente. Non se ne viene a capo. Da un lato Sciascia, dall’altro Falcone. Facce di una stessa medaglia. La medaglia è la difficoltà di essere siciliani, il tormento di essere nativi di un’Isola che venne intesa come terra di occupazione e di scorrerie da parte di Cosa Nostra, abbandonata dallo Stato. Eppure della stessa medaglia Sciascia e Falcone sono indubbiamente i poli opposti, i mondi inconciliabili e lontanissimi. La Sicilia resta spaccata in due, ferita, dilaniata, proprio dentro la biografia concreta (non fantasiosa, idealizzata) dei suoi migliori figli. Noi tutti siamo fedeli alla divinità di un Giano bifronte: amiamo Sciascia, siamo devoti a Falcone, nello stesso tempo. Come è possibile? Siamo i sudditi di una religione laica e civile fatta di pura schizofrenia, spaccata e bipolare. Certo, si tratta di due personaggi accomunati da alto senso di giustizia. E poi? La storia reale li ha divisi fino al punto di dire (lo hanno detto in tanti, anche autorevoli) che Falcone iniziò a morire quando Sciascia scrisse l’articolo sui professionisti dell’antimafia.
In mezzo ai poli separati, dentro la ferita infetta, ci sono gli inutili tentativi di riconciliazione. Il famoso pranzo di “chiarimento” tra Borsellino e Sciascia, persino certe moderate valutazioni dello scrittore sulla sentenza finale del Maxiprocesso di Palermo (lui che odiava i maxiprocessi, i giudici-inquisitori e il pentitismo, per via del caso di Enzo Tortora a Napoli). Ma poi c’è il tormento di Paolo Borsellino, che per tutta la vita si dovette vergognare a causa delle critiche di Sciascia, che considerava il suo maestro di etica. Poi c’è ancora Borsellino che per primo disse, nel suo ultimo discorso, un testamento reso in pubblico, che Falcone cominciò a morire il giorno dell’articolo di Sciascia.
In elegante abito blu, Leonardo Sciascia (già sofferente) venne ad ascoltare la lunga deposizione del re dei pentiti Tommaso Buscetta nel settore della stampa, che sovrastava dall’alto l’aula bunker di Palermo. In piedi, poggiato alla ringhiera della balconata, da solo, attentissimo. Nessuno, tra i cronisti presenti, ebbe il coraggio di avvicinarlo, di chiedergli un commento. Ascoltò una delle frasi di Buscetta rimaste più famose: “I segreti di Sindona erano piume in confronto a quelli di Stefano Bontate”. E dovette probabilmente ricordare quell’unico, ruvidissimo faccia a faccia che aveva avuto con Falcone, nel 1982, proprio in relazione al caso del finto rapimento del bancarottiere Michele Sindona in Sicilia, ai tempi in cui Sciascia (dopo la rottura col Pci) era deputato radicale. Falcone aveva in mano la trascrizione della lettera con cui il compaesano recalmutese di Sciascia, Joseph Macaluso, invitava lo scrittore a difendere Sindona a mezzo stampa, in quanto “perseguitato dai comunisti”. Sciascia, nell’occasione, non scrisse mai nulla in tal senso. Ma, davanti al giudice, sostenne che secondo lui Sindona era stato rapito veramente. Falcone, al contrario, era già convinto che quello di Sindona era un finto rapimento, attuato in combutta con Cosa Nostra siciliana, presso cui si era rifugiato, per sfuggire alla giustizia americana che già lo inseguiva per riciclaggio di denaro della droga. Falcone disse a Sciascia: “Professore, non può dire così”. L’incontro si chiuse malamente. Da allora i due non si parlarono mai più.
Lo stesso sospetto, una mano invisibile che avrebbe tentato di convincere Sciascia ad attaccare i giudici antimafia, si ipotizzò anche in occasione del famoso articolo sui professionisti dell’antimafia, che cadde come destabilizzante bomba in pieno Maxiprocesso. Stavolta, al contrario che per il caso Sindona, il “complotto” sarebbe andato a buon fine. Ma ci sono plotoni di autorevoli conoscitori dello scrittore che hanno sempre escluso questa tesi. A ragion veduta, per altro: mai nessuno al mondo, dicono, convinceva Sciascia a scrivere su commissione. Ad avvalorare, tirano in ballo, per esempio, il caso Moro, il cui pamphlet calamitò sullo scrittore le ire dell’intera “alleanza nazionale” antibrigatista del tempo e dell’establishment giornalistico più autorevole, Scalfari e Montanelli compresi. Oppure indicano un famoso articolo-inchiesta su Bernardo Mattarella, storico dirigente siciliano della Dc e padre dell’attuale presidente della Repubblica, nel quale lo stesso Sciascia afferma di non avere mai avuto tante pressioni come quelle che ebbe nell’occasione di raccogliere il materiale per redarlo. E poi, si aggiunge, Sciascia non fu profetico in quell’articolo, precedendo l’arrivo dei carrieristi dell’Antimafia? Infine, come si fa ad attaccare l’autore del “Giorno della civetta”, che già nel 1961 denunciò la mafia al mondo intero? Siamo dunque, drammaticamente, da buoni siciliani, in piena zona Pirandello. Così è se vi pare, a un passo dalla pura follia.
Il “grommero”, come lo chiamava Gadda, è dunque notevole; l’intrigo, il grumo, il nodo da districare, sono notevoli, se vuoi giocare la partita del comprendere un pò meglio la Sicilia dalle parti di Sciascia, Falcone e il Maxiprocesso di Palermo. Ma dove noi siciliani rischiamo davvero l’abisso dell’eterna incomprensibilità? Dove rischiamo di essere davvero irredimibili? Quando, in queste polarità devastanti, il resto d’Italia ci lascia da soli e ci abbandona. E per almeno capire questo rischio che corriamo (e cioè il non potere risolvere mai questa difficile partita) ci occorre proprio Sciascia. Nelle più svariate sedi, l’autore di Racalmuto ha insistito sulla frase di Goethe viaggiatore in Italia: tutta l’Italia è nulla se non vi aggiungo la Sicilia. Goethe, dice Sciascia, “aveva della Sicilia l’idea che vi si concentrassero con più evidenza e forza, con più risalto, con più esaltazione...le testimonianze del mondo classico e soprattutto...le qualità, il carattere, il modo di essere degli italiani”. Ed è questo il punto. La Sicilia è sempre stata il giardino degli orrori d’Italia, quasi la zona dell’inconscio dove scaricare i mostri. Se i mostri di questo inconscio non verranno guardati dall’Italia, per essere una volta per tutte esorcizzati, riscrivendo la storia della nazione con dentro la Sicilia non più come tocco folcloristico e teatro localistico, ma come spina dorsale strutturale di certi avvenimenti, il rimosso di questo inconscio genererà sempre nuovi mostri, e il rimosso sarà l’eterna dannazione della Sicilia e di tutto il Paese, perché il passato che li ha generati così non passerà mai, ritornerà sempre come il ramo cui saremo eternamente impiccati.
Gli esempi sarebbero tanti, ma non è questa la sede. Qui si può ricordare un’altra delle malinconie di Sciascia: che il suo amato scrittore francese fine ottocentesco Stendhal non sia mai venuto in Sicilia, come avrebbe voluto. L’autore francese ha ricostruito tante altre storie italiane con una penna radicalmente differente, senza astrusità e moralismi. Chissà, ha spesso scritto Sciascia, come Stendhal avrebbe saputo raccontarci la mafia e i mafiosi. Certamente, mi sentirei di dire, non facendone una storia separata, semplicemente da cronaca nera o giudiziaria, slegata dalla storia italiana, ma un caso letterario (dunque anche morale, etico, profondo, e non solo “civile”, come s’intende adesso la cosiddetta “letteratura civile”), come avrebbe voluto trattarlo anche Stefano D’Arrigo, l’autore di Horcynus Orca, che non ebbe il tempo di lavorare alla sua ultima idea romanzata: la trasformazione delle coste siciliane da Tortuga del contrabbando di sigarette a sede della nuova pirateria del traffico internazionale della droga. A conferma che quella di una diversa lettura nazionale della Sicilia è anche una battaglia dentro la letteratura, con l’arma delle parole. Eschilo, il grande autore della tragedia greca, nacque a Eleusi, la terra degli antichi, omonimi misteri, e venne a morire in Sicilia, a Gela. Dentro questo flusso visionario, che parte però da un dato storico concreto, sarebbe possibile giocare una nuova partita della memoria, originaria e recente, e non più nello stanco calendario delle annuali ricorrenze fatte di pura formalità.
L’Ora, edizione straordinaria, 23/5/2026

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