domenica, maggio 17, 2026

Lunedì a Camporeale la Cgil Palermo, l’Istituto Comprdnsivo “L. Sciascia” e il Comune ricorderanno Calogero Cangialosi, segretario della Camera del lavoro uccisi dalla mafia nel 1948


Calogero Cangialosi

Il 78° anniversario dell'assassinio mafioso di Calogero Cangialosi, segretario della Camera del lavoro di Camporeale, sarà ricordato lunedì 18 maggio 2026 dalla Cgil Palermo, dall’Istituto comprensivo “L. Sciascia” e dal Comune di Camporeale. 

Cangelosi venne ucciso dalla cosca mafiosa di Vanni Sacco la sera del 1° aprile 1948.
Il programma prevede alle ore 10.00, al cimitero comunale di Camporeale, la deposizione di una corona di fiori sulla tomba del sindacalista; alle ore 11.00, al Teatro "Paolo Vinci", si terrà un convegno dal tema: "Ricordando Calogero Cangialosi, verso nuovi orizzonti di Pace, per il lavoro e il diritto di avere Diritti". Dopo i saluti del sindaco Luigi Cino, interverranno Dino Paternostro, responsabile Dipartimento Archivio e Memoria storica Cgil Palermo; Giuseppe Ferina, dirigente scolastico I.C "Leonardo Sciascia"; in video-collegamento da Grosseto interverrà Sonia Grechi, nipote di Calogero Cangialosi; Nico Miraglia, figlio di Accursio Miraglia, segretario Cdl di Sciacca, ucciso dalla mafia, porterà la sua testimonianza. concluderà l’iniziativa Mario Ridulfo, segretario generale Cgil Palermo.
Dice Giuseppe Ferina: “È un evento fortemente voluto dalla Scuola, dalla Camera del Lavoro di Palermo e dalle Istituzioni, in ricordo di Calogero Cangialosi, sindacalista di Camporeale ucciso dalla mafia. Ma anche un modo per ricordare, alle nuove generazioni, tutte le vittime innocenti della mafia, morte per avere difeso il bene comune, chiesto diritti e non favori. Persone che hanno conosciuto la mafia, che si sono opposte con coraggio, non hanno avuto scampo e sono cadute. Forse al posto nostro. O, più semplicemente, morti perché noi come società civile non siamo stati abbastanza coraggiosi e "vivi".
“Con Calogero Cangialosi ricordiamo una stagione eroica delle lotte per il lavoro e per la democrazia in Sicilia – dichiarano Mario Ridulfo, segretario generale Cgil Palermo, e Dino Paternostro, responsabile dipartimento Archivio e Memoria storica del sindacato –. Cangialosi, insieme agli altri dirigenti sindacali, sostenuti da un imponente movimento contadino e bracciantile, hanno costruito condizioni di vita e di lavoro più civili in una terra dominata dagli agrari e dalla mafia. Hanno lottato a pugni nudi, hanno sacrificato la vita, ma la Sicilia è uscita dal feudalesimo. Oggi, in forme diverse, e in loro nome dobbiamo continuare quell'impegno e quelle lotte, perché abbiamo ancora bisogno di futuro, di diritti, di lavoro, di civiltà. E lo stiamo facendo con la difesa dei valori della nostra Costituzione e, in questi giorni, con la raccolta di firme sui due disegni di legge di iniziativa popolare per potenziare il servizio sanitario universale e pubblico e garantire gli stessi diritti ai lavoratori impiegati nelle ditte su appaltatrici”. 

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SCHEDA SU CALOGERO CANGIALOSI
Quella sera non faceva più freddo e la piazza di Camporeale pullulava di contadini che discutevano animatamente tra loro delle elezioni politiche che si sarebbero tenute il18 aprile. Anche alla Camera del lavoro quella sera si era tanto parlato di questo. Calogero Cangialosi, quarantunenne, segretario della Cgil, salutò i presenti per tornare a casa, accompagnato da Vito Di Salvo, Vincenzo Liotta, Giacomo Calandra e Calogero Natoli. Il loro non era un gesto di cortesia, ma un servizio di “scorta” che i contadini garantivano da mesi al loro dirigente, ormai nel mirino della mafia. 
Tutti e cinque uscirono dalla sede sindacale, che si trovava in piazza, e si avviarono verso via Perosi, dove Cangialosi abitava con la moglie, Francesca Serafino, di 35 anni, e i suoi quattro figli: Francesca di 11 anni, Giuseppe di 5, Michela di 3 e Vita di appena 2 mesi. Erano quasi arrivati, quando dalla parte alta di via Minghetti, che faceva angolo con via Perosi, si udì un crepitare di mitra. Decine di colpi, sparati in rapida successione ad altezza d’uomo, si abbatterono sull’intero gruppo. Colpito alla testa e al petto, Cangialosi cadde per terra, morendo all’istante. Anche Liotta e Di Salvo furono colpiti e feriti gravemente. Miracolosamente illesi rimasero, invece, Calandra e Natoli. Il corpo di Cangialosi fu portato nella casa del suocero. Arrivarono i carabinieri, fecero le domande di rito e raccomandarono di non toccare il cadavere fino all’arrivo del magistrato per la perizia. Allora Camporeale faceva ancora parte della provincia di Trapani e passarono ben quattro giorni prima che un giudice del capoluogo si degnasse di mettere piede in paese. «Nel mentre mio marito si era gonfiato tutto, fino a diventare irriconoscibile», avrebbe poi raccontato la moglie Francesca.
Ai funerali parteciparono tutti i contadini del paese e dei comuni del circondario. In mezzo a loro e accanto ai familiari di Cangialosi c’era anche il segretario nazionale del Partito Socialista, Pietro Nenni, venuto personalmente a Camporeale, in Sicilia, per onorare il suo compagno di partito, trentaseiesimo sindacalista assassinato dalla mafia in quegli anni, subito dopo Placido Rizzotto ed Epifanio Li Puma. Ma per quell’omicidio, la giustizia “ingiusta” di allora non riuscì nemmeno a imbastire un processo. Nonostante tutti sapessero che a impartire l’ordine di morte era stato il proprietario terriero don Serafino Sciortino, mentre a sparare ci avevano pensato il capomafia Vanni Sacco e i suoi “picciotti”, si procedette contro ignoti, che tali rimasero per sempre. Poi sulla vicenda cadde il silenzio.
Calogero Cangialosi i era mezzadro di don Serafino Sciortino, un grande proprietario terriero di Camporeale. Quando il capolega gli disse senza mezzi termini che il grano bisognava dividerlo come per legge – 60 per cento ai contadini, 40 per cento ai proprietari –, don Serafino fece scattare la “punizione”. Invitò Cangialosi a casa sua per un “ragionamento”, ma il capomafia Vanni Sacco e i suoi “picciotti” lo sequestrarono, con l’intenzione di ucciderlo, come la mafia di Corleone aveva fatto con Rizzotto. Ma i contadini della Camera del lavoro di Camporeale riuscirono a scoprire il luogo in cui Calogero era tenuto prigioniero e un “commando” di compagni, armati di lupare, riuscì coraggiosamente a liberarlo. «Questo è avvenuto quattro giorni prima che lo uccidessero», ha ricordato la moglie Francesca. Purtroppo, la sera del 1° aprile non fu più così. Stavolta i mafiosi organizzarono un vero e proprio raid terroristico. Colpito da diversi colpi di mitra, Cangialosi morì, lasciando soli e nella disperazione la moglie e i suoi quattro figli. 
«Ero piccola allora – ha raccontato la figlia Francesca - Avevo appena 11 anni. Ricordo che quando mio padre tornava a casa, si avvicinava sempre ai nostri lettini e ci rimboccava le coperte con tanta tenerezza. Lo ricordo perché a volte facevo solo finta di dormire... Mio padre era una persona buona, che faceva bene a tutti...». 
Dopo qualche anno la moglie e i figli di Cangialosi emigrarono in Toscana, dove sono rimasti per sempre. Nel 1998 il Comune di Camporeale ha dedicato una piazza a Calogero Cangialosi. Ogni anno, la Cgil e il Comune lo ricordano con una cerimonia a cui partecipano anche gli alunni delle scuole. 
(La scheda è redatta da Dino Paternostro)

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