domenica, settembre 21, 2025

Rosario Livatino: il ''giudice ragazzino'' che sfidò la mafia con la toga e la coscienza

Rosario Livatino

Gabriele Ciulla

"Quando moriremo non ci verrà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili". In questa frase si riflette tutta la straordinaria personalità di Rosario Livatino, giovane magistrato siciliano che ha fatto della propria fede e integrità morale un’arma contro il potere mafioso. Il suo esempio civile e spirituale è oggi un punto fermo per chiunque combatta contro le mafie e la corruzione. 

Nato a Canicattì il 3 ottobre 1952, Livatino si laurea in Giurisprudenza a Palermo e intraprende una carriera in magistratura che lo vede impegnato, a partire dal 1979, come sostituto procuratore ad Agrigento. In un contesto sociale e istituzionale complicato, si distingue per riservatezza, rigore e una profonda sensibilità giuridica e umana. 
La figura di Livatino era particolare fin da bambino, quando lo chiamavano "101 anni" per la sua precoce saggezza. Era noto per la sua fede profonda, ma anche per una riservatezza fuori dal comune: rifuggiva le luci della ribalta, evitava interviste, viveva con semplicità. Fu lui stesso a rifiutare la scorta: una scelta che, col senno di poi, si rivelò tragica ma coerente con la sua visione del ruolo del magistrato. Come amava ripetere: 
"Il magistrato non deve solo essere indipendente, ma deve anche apparire tale". 
Nel suo lavoro, Livatino si occupò di indagini complesse contro le organizzazioni mafiose, ma anche di casi di corruzione che anticipavano la stagione di “Tangentopoli”.

Dal 1989 divenne giudice a latere, specializzandosi nelle misure di prevenzione patrimoniali, colpendo duramente i patrimoni illeciti dei clan. Questo lo rese un bersaglio per la mafia emergente dell’Agrigentino. La mattina del 21 settembre 1990, mentre percorreva la strada statale SS640 Canicattì–Agrigento per andare in Tribunale, venne assassinato dalla Stidda, un'organizzazione mafiosa nata da una scissione interna a Cosa Nostra, con cui presto entrò in aperta guerra. Il commando mafioso lo speronò, lo ferì, e lo raggiunse mentre tentava di fuggire a piedi, uccidendolo sotto un viadotto. Tra i primi ad arrivare sul luogo del delitto ci furono Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Quest’ultimo, amareggiato, confidò che temeva l'oblio per Rosario Livatino"Temo che tra qualche mese nessuno parlerà più di lui", disse, convinto che la provincia, a differenza della Palermo degli attentati, non avrebbe saputo proteggere la memoria del giovane giudice.
A rendere eterno il ricordo di Livatino contribuì anche 
Nando dalla Chiesa, che con il libro “Il giudice ragazzino” diede voce alla sua vicenda, dimostrando che Agrigento non era solo marginalità, ma anche frontiera di legalità.  
Dalla Chiesa, anni dopo, incontrò i genitori di Livatino nella casa dove la luce non filtrava dalle persiane: un simbolo del dolore silenzioso di una famiglia dignitosa, colpita duramente dalla mafia, ma rimasta lontana dai riflettori. Va ricordato che la Stidda fu condannata per l’omicidio nel 1999. Tuttavia, dalla Chiesa ha espresso dubbi sull’esclusiva responsabilità del gruppo: è difficile, sebbene non impossibile, che una decisione tanto grave sia stata presa senza almeno il tacito consenso di Cosa Nostra, da sempre ossessionata dal controllo delle decisioni mafiose sul territorio.
In seguito al processo vennero condannati all'ergastolo in qualità di mandanti 
Antonio GalleaSalvatore Perla e Giuseppe Montanti; invece in quanto killer materiali Paolo AmicoDomenico PaceGaetano PuzzangaroSalvatore Calafato e Giuseppe Avarello. In base alla sentenza che ha condannato al carcere a vita sicari e mandanti, Livatino è stato ammazzato perché "perseguiva le cosche mafiose impedendone l'attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l'espansione della mafia".
Puzzangaro fu l’unico a pentirsi tanto che diede un prezioso contributo nel processo di beatificazione del giudice Livatino.
Nel 2011 è stato avviato il processo di beatificazione di Rosario Livatino, definito già da Papa Giovanni Paolo II come un 
“martire della giustizia e indirettamente della fede”. Nel 2021, Livatino è stato proclamato Beato, primo magistrato della storia della Chiesa ad essere elevato agli onori degli altari. La sua figura oggi si affianca a quella di don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia a Palermo nel 1993, in un fronte comune tra Chiesa e società civile contro la criminalità organizzata. Lo Stato ha riconosciuto il sacrificio del giudice, garantendo ai familiari quanto previsto dalla legge 512/1999 a favore delle vittime di reati di tipo mafioso. Ma la vera eredità di Rosario Livatino non è scritta nei codici né nelle sentenze: è una testimonianza vivente di come la credibilità morale, la fede, e il senso di giustizia possano essere un baluardo contro l’arroganza del potere criminale.  

Livatino oggi: un simbolo che interpella tutti

Oggi più che mai, la figura di Rosario Livatino interroga le coscienze: di chi amministra la giustizia, di chi insegna legalità, di chi forma i giovani. La sua vita, fatta di scelte semplici e ferme, è un richiamo a vivere la propria professione come vocazione civile e morale.
In un tempo in cui la legalità è spesso evocata più che praticata, il “giudice ragazzino” ci lascia una lezione attualissima: 
Non basta essere giusti, bisogna anche sembrarlo. Non basta essere credenti, bisogna essere credibili. 

Antimafia2000, 21 settembre 2025

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