domenica, settembre 07, 2025

Guerra e pace nella Sicilia del 1943. Quanto poco ricordiamo lo sbarco


A oltre 80 anni di distanza, lo sbarco alleato in Sicilia non ha ancora nella memoria pubblica italiana lo spazio che merita. Troppo spesso relegato al localismo, o deformato come episodio di storia della criminalità, esso rappresenta invece un momento chiave della guerra in Europa, una svolta decisiva per la storia d'Italia e un punto di osservazione privilegiato per capire il rifiuto del conflitto.

Ci aiuta a cogliere queste chiavi di lettura il nuovo libro di Rosario Mangiameli, Guerra e desiderio di pace. La Sicilia nella crisi del 1943 , edito da Viella. Mangiameli, già docente all'università di Catania, si occupa da quarant'anni di questi temi. 

L'isola in guerra

Il libro comincia inquadrando la situazione della Sicilia in guerra. La sua posizione al centro del Mediterraneo la rende rilevante per lo scontro imperiale con gli inglesi: da qui le fortificazioni, i piani di invasione (il primo è del novembre 1940); i tentativi (falliti) di reclutare agenti in loco. Ma soprattutto la espone ai bombardamenti, inizialmente rivolti a colpire i porti e le infrastrutture. Mangiameli ne ricostruisce la cronologia e gli effetti, ma senza scivolare in quel paradigma vittimario che ha preso piede negli ultimi anni.

La militarizzazione dell'isola porta vantaggi, ma anche problemi di ordine pubblico e di risorse. Guerra significa infatti fame, da cui l'evasione dagli ammassi e il proliferare del mercato nero; ma anche malattie (nell'estate 1942 scoppia un'epidemia di scabbia). Lo scontento che ne deriva non viene compensato dal velleitario progetto di "assalto al latifondo". Dal settembre 1941 si svolgono manifestazioni di protesta, condotte soprattutto da donne, che culminano nello sciopero del marzo 1943 ai cantieri di Palermo.

Mangiameli affronta anche la questione della VI armata, composta al 70 per cento di siciliani, con conseguenti problemi sullo spirito combattivo, fino alla diserzione. La causa va ricercata nei provvedimenti a favore degli isolani assunti fin dal 1940; tanto più incomprensibili considerato l'ordine inverso dato da Mussolini nell'agosto 1941 di spostare un migliaio di funzionari civili siciliani sul continente. Mangiameli descrive la nuova ondata di bombardamenti strategici condotta anche dagli americani a partire dall'inizio del 1943. I documenti ma anche le memorie ci testimoniano del loro effetto distruttivo e omologante, con il problema ulteriore degli sfollati.

Lo sbarco 

Dal 9 maggio con l'attacco a Pantelleria cominciano i preliminari dello sbarco, deciso a inizio anno a Casablanca. La messa in campo di oltre 2.500 navi e 4.000 aerei; l'uso delle truppe aerotrasportate; l'imponente operazione anfibia che prevede lo sbarco in una settimana di 150mila uomini, rendono l'Operazione Husky un evento centrale nella storia della guerra (e un preludio fondamentale allo sbarco in Normandia). Il secondo e il terzo capitolo esaminano separatamente i due fronti di sbarco, mostrandone le diversità. Nel caso degli inglesi, sbarcati a est, si affronta la presa senza difficoltà della piazzaforte di Augusta, considerata inespugnabile e invece caduta già il 12 luglio praticamente senza combattere. I documenti mostrano una diffusa carenza di preparazione, organizzazione e comunicazione .

La popolazione è presa dal panico, alimentato anche dalla diffusione di false notizie e complottismi. Le memorie ricordano i marinai in fuga, omettono il riferimento ai miliziani nascosti, scambiano gli inglesi per americani, magnificandone le gesta.

Mangiameli ricorda le diserzioni punite a Ispica, Catania e Linguaglossa; e viceversa la resistenza a Solarino e la battaglia per il ponte di Primosole. Ma rifiuta tanto la narrazione mitica che quella moralistica, entrambe inadatte a descrivere un contesto in cui a dominare è il rifiuto della guerra. Lo dimostrano la resa indotta di D'Havet a Modica, le lenzuola alle finestre di Noto, la mediazione del Vescovo di Caltanissetta.

Catania cede il 5 agosto dopo 22 giorni di assedio in cui dominano la fame, i contagi, la desolazione; dopo l'ingresso degli inglesi la città si rianima, ma fioriscono i saccheggi e scoppiano le mine.

Per quanto riguarda invece gli americani, sbarcati a sud, si ricorda lo spettacolo delle operazioni tra Licata e Scoglitti, con i bengala che illuminano il mare pieno di navi.

Alla meraviglia si accompagnano la paura e l'incertezza; e si verificano curiosi cortocircuiti, con i civili che confondono tedeschi e alleati; o gli italiani fascisti che trovano parenti tra i nemici. Fin dal 10 a Gela si combatte: emergono alcune figure isolate poi mitizzate per "schermare" il resto della popolazione; la mattina dell'11 la Livorno (e non solo la Goering) va al contrattacco, arrivando alle porte della città, ma poi nel pomeriggio i bombardamenti navali rovesciano gli equilibri. Mangiameli ricorda tanti isolati eroismi, che non mettono però in discussione l'impreparazione dei comandi e le molteplici defezioni. Inoltre rileva le difficoltà di una memoria ambigua, che fa fatica a ammettere la dimensione materiale e prepolitica della paura e dell'attesa, e tende quindi a spiegare gli eventi con riferimenti militari e politici fuorvianti; o, come nel caso di Sciascia, con una rappresentazione letteraria, in cui la guerra appare "vista dal balcone" e viene poi variamente rielaborata per motivi ideali e sentimentali.

Mangiameli tematizza il tema della violenza, che Pavone ha reso centrale nello studio della Resistenza italiana, mostrandone i diversi volti. Qui troviamo le prime espressioni del terrore tedesco, dopo la presa in carico del comando il 30 luglio, come la strage di Castiglione del 12 agosto 1943 (16 civili morti).

Ma anche le violenze alleate verso i civili, come a Pianostella il 13 luglio, e i militari, come a Biscari il 14 luglio (da cui processi che arrivano a sfiorare Patton). O gli stupri compiuti dai marocchini a Licata e Capizzi (anche se l'accusa alla truppe coloniali appare sovente una strategia di distanziamento). Alcune località, come Canicatti, vedono nel giro di due giorni violenze tedesche (il 12 luglio) e americane (il 14) .

In Sicilia si contano quasi 5.000 morti e oltre 30mila feriti, cui vanno aggiunti circa 35mila dispersi, oltre 110.000 prigionieri e quasi 40mila disertori. Degli oltre 300mila soldati italiani presenti sull'isola a inizio luglio, meno di 70mila passano lo stretto a metà agosto. Mangiameli ricorda le operazioni di trasferimento dei tedeschi; il completamento dell'occupazione alleata il 17 agosto; e l'armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre. Si sofferma poi sulla memoria dello sbarco, ricordando le polemiche del dopoguerra tra militari e neofascisti; la politicizzazione legata alla stagione del milazzismo; il mito del coinvolgimento mafioso, innescato da Pantaleone nel 1962 e rilanciato anche di recente (nonostante le ripetute smentite, sintetizzate negli ultimi lavori di Lupo).

Una transizione peculiare 

Si parla poi dell'Amg, per l'organizzazione e la propaganda, ma anche per il basso profilo politico. Mangiameli ricorda l'atteggiamento più propositivo degli americani, sia nell'epurazione che nella ricostruzione. Richiama la figura di Charles Poletti; e quella di Frank Toscani, immortalata da John Hersey in Una campana per Adano .

Gli alleati si rivolgono alle élite disponibili, in particolare ai proprietari locali, finendo per imbarcare anche mafiosi; ma ben presto li ricusano e si affidano ai politici prefascisti e ai nuovi partiti antifascisti (in cui emergono figure come Bernardo Mattarella e Girolamo Li Causi). Il congresso dei Cln e il ritorno della Sicilia all'amministrazione italiana segnano questo passaggio, che porta alla nomina di un Alto Commissario. Ma il contesto resta segnato dal disordine: il 19 ottobre l'esercito spara a Palermo facendo 24 morti; poi scoppiano violente proteste contro il nuovo richiamo alle armi (i cosiddetti moti del "non si parte"); vengono proclamate repubbliche autonome, come a Piana degli Albanesi; fino all'incendio del Municipio di Catania il 14 dicembre.

Il separatismo tenta di capitalizzare il malcontento rivolgendosi al bandito Giuliano. Lo stato risponde con la nascita della Consulta, con i decreti Gullo sulle terre incolte, e poi con il varo dello Statuto che apre all'autonomismo.

Insomma il libro è una sintesi importante sulla guerra e la transizione in Sicilia, che ne mostra le peculiarità (l'antifascismo che non si fa direttamente resistenza, il precoce e lungo dopoguerra), senza relegarla ad appendice: come del resto mostra anche il recente lavoro di Baldissara, si tratta di una componente essenziale del contesto nazionale, decisiva per la caduta del fascismo, esemplare per cogliere le dinamiche della guerra totale, significativa come laboratorio politico. L'auspicio è che molti siciliani leggano questo libro, per superare le narrazioni mitiche e il senso comune. Ma che lo facciano anche gli italiani del continente, per smettere di considerare la Sicilia una eccezione o una periferia e coglierne invece pienamente il rilievo nazionale e internazionale.

© riproduzione riservata

Mirco Carrattieri


Domani.it, 8 settembre 2025

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