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| Nino Gennaro |
La mostra, di cui Intesa Sanpaolo è partner, sarà presentata nelle sale storiche del Centro Pecci che, tra il 1982 e il 1996, ha proposto numerose attività espositive e culturali per combattere lo stigma e la disinformazione sull’aids. Negli Stati Uniti e in Francia ci fu, all’epoca, una reazione molto forte da parte della società civile nel reagire contro una politica oscurantista che stigmatizzava chi veniva colpito dall’hiv, e questa lunga tradizione di attivismo ha trovato rappresentanza anche nei musei.
In Italia, a parte alcune campagne di sensibilizzazione come quella promossa dal fotografo Oliviero Toscani per il catalogo Benetton, o alcune sporadiche indicazioni da parte del Ministero della Salute, non c’è stato molto altro. Invece quello è un tempo che chiede memoria. E quindi ancora più pregevole appare l’intenzione, reiterata, da parte del Museo Pecci, di voler trattare questo tema.Grazie ad un finanziamento del Ministero della Cultura, è stata effettuata una ricerca su materiali d’archivio e opere di artisti italiani morti di aids. Tra Torino, Roma, Carrara, Bologna, Palermo, Milano… sono state esaminate montagne di materiali in cui è conservata la memoria di tante persone che avevano realizzato opere o lasciato testimonianze in diversi campi creativi. Grazie a questa eredità è possibile raccontare un periodo storico che sarebbe altrimenti difficile da spiegare sia per lo stigma discriminatorio che ha quasi sempre colpito questi artisti, e sia per il fatto che, essendo essi morti in giovane età, non hanno avuto materialmente il tempo di essere conosciuti nei circuiti dell’arte ufficiali.
Il percorso espositivo, composto da opere d’arte,poesie, documenti, articoli di giornale, paesaggi sonori, video… tratteggia la dimensione storica, politica, sociale e culturale italiana tra il 1982-1996. E compone un puzzle tra interessanti materiali d’archivio e memorie personali, per evidenziare nel modo più ampio possibile i 14 anni che vanno dalla prima segnalazione di aidsconclamato in Italia all’arrivo delle terapie antiretrovirali che hanno cambiato radicalmente l’esito dell’infezione, per anni e anni solo mortale.Per sottolineare il carattere non-finito di questa ricostruzione, i materiali saranno presentati su grandi bacheche dotate di ruote, che suggeriscono la possibilità di riconfigurare la narrazione.
Gli artisti rappresentati alla mostra dimostrano un grande attaccamento alla vita con opere realizzate in momenti in cui la malattia avrebbe potuto invece renderne impossibile la realizzazione. Fra essi, Corrado Levi, Lovett/Codagnone, Ottavio Mai, Porpora Marcasciano, affiancati dalle presenze internazionali di John Giorno, Hervé Guibert, Gran Fury (esposto alla Biennale di Venezia nel ’90), l’ormai iconico Keith Haring, Felix Gonzalez-Torres, David Wojnarowicz e Walter Robinson, artisti stranieri che operarono in una Italia che, in quegli anni, non era ai margini culturali, ma già in relazione con altre nazioni del mondo, in tempi che non erano, allora, di facile globalizzazione.
Le opere esposte parlano di esperienze di vita, descrivono una temperatura emotiva che è fatta di felicità e dolore, e coniugano ricerca estetica, attivismo politico, storie personali e posizioni filosofiche. L’hiv/aids non è il tema delle creazioni, quanto piuttosto una griglia interpretativa tramite cui guardare al mondo, coglierne la fragilità e proporre la bellezza, tattile, relazionale e di vita, come possibile risposta a una pandemia spesso silenziata.
La mostra, oltre ad essere un richiamo a non dimenticare cosa è stato l’hiv, intende promuovere nei giovani e non solo un’educazione affettiva e sessuale consapevole, in tempi in cui la guardia su questo argomento si è quasi totalmente abbassata. Una mostra quindi che vuole far riflettere senza rinunciare ad emozionare, attraverso il raccontofigurativo o scritto di temi basilari quali la vita, la morte, l’amore, la paura, la solitudine… e l’energia necessaria ad affrontare tutto questo.
Nonostante l’infezione da covid, che ha colpito il mondo intero, abbia reso l’umanità per certi versi forse più sensibile e meno carica di pregiudizi, lostigma sull’hiv in qualche modo permane. Bisogna che si propaghi il più possibile la conoscenza del concetto U=U, “Undetectable = Untransmittable” (Non rilevabile = Non trasmissibile), una realtà a cui oggi si è pervenuti grazie alla diffusione delle nuove terapie, che possono rendere la carica virale non evidenziabile e che consentono quindi la non trasmissibilità del virus.
Il percorso espositivo si apre con una produzione filmica realizzata per l’occasione, in cui attori e attivisti leggono le poesie/confessioni/carne viva di Dario Bellezza, Massimiliano Chiamenti, Nino Gennaro, Ottavio Mai, La Nina, Marco Sanna e Pier Vittorio Tondelli, poeti che hanno vissuto con l’hiv e lo hanno raccontato nei loro testi.
Oltre alla mostra collettiva, sarà realizzato l’allestimento di tre sale monografiche. Una sarà dedicata a Francesco Torrini (presente nella collezione permanente del Centro Pecci con la sua opera-testamento, ‘Commemuro’, del 1993, composta da 24 elementi, e inserita nella collezione permanente del Pecci nel 2023.
Un’altra sala sarà dedicata dedicate a Patrizia Vicinelli, fragile e combattiva. E una sala a Nino Gennaro, corleonese, attivista/poeta/animatore culturale/politico non di apparato ma “spurio” e di strada. Nei suoi testi sono narrati la lotta contro la mafia, per il diritto alla casa, gli affetti, l’importanza della gioia e del riconoscimento reciproco, in opere che uniscono ricerca verbo-visiva, testi teatrali e collages.
Come si vivevano l’amore e la gioia, la rabbia, la speranza? Come si agiva insieme per costruire un futuro di condivisione in un tempo di minaccia diffusa e vulnerabilità? Quali alleanze dovevano nascere per ritrovare il senso di un sorriso? Quali parole e immagini per raccontare le perdite e leconquiste?
VIVONO guarda agli anni dell’dell’hiv/aids in Italia in cui l’amore era anche terreno di azione politica, che si traduceva in sostegno, affetto, cura, carne. VIVONO è una storia collettiva, il ritratto di una generazione viva: parole scritte, immagini, voci e linguaggi si intrecciano con il sesso, l’immaginazione e il lutto, evocando utopie che ancora ci appartengono, ancora pulsano, ancora, per l’appunto, VIVONO.
Ad accompagnare la mostra, la pubblicazione di un catalogo, suddiviso in due volumi. Il primo, “VIVONO. Archivio” è un estensivo apparato iconografico dove documenti e opere d’arte raccontano la storia politica e sociale di quegli anni. Il secondo, “VIVONO. Reader” raccoglie dieci saggi commissionati, che propongono letture storico-artistiche e testimonianze, e un’antologia di poesie e lettere di alcuni degli artisti esposti in mostra, fra cui Nino Gennaro.


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