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| Nino Gennaro |
Dal 2010 il "Sicilia Queer Film Fest" ha assegnato il premio nazionale intitolato a Nino Gennaro, poeta, autore di testi teatrali, saggista e attore, originario di Corleone. I testi di Gennaro sono molto apprezzati dalla critica. Ma il 2010 è anche l’anno in cui il consiglio comunale di Corleone, prigioniero dell'omofobia, bocciò la proposta di intitolargli il centro multimediale di piazzale Danimarca o un altro luogo pubblico. Adesso non sarebbe il caso che la Città di Corleone del Terzo Millennio modificasse quella decisione?
Nino Gennaro (1948-1995), il personaggio a cui è stato intitolato il premio, è stato un poeta, “politico di strada”, autore teatrale, saggista, attore, originario di Corleone. L’impegno culturale e politico, la battaglia antimafia e il suo essere in prima linea per l’affermazione dei diritti omosessuali, hanno fatto di lui una figura dirompente nel variegato mosaico di quanti si sono spesi in prima persona perché Corleone non fosse più “una repubblica indipendente” e i corleonesi “tutti gregari di Liggio”.
Gennaro è una personalità inscrivibile nel panorama della poesia e della drammaturgia non solo italiana di questi ultimi anni, per aver compreso e analizzato la portata del retaggio culturale della sua terra e per averlo “traghettato” in una dimensione spaziale e poetica più ampia che trascende la territorialità. Per questo suo essere testimone partecipe di realtà complesse e per la vitalità che, nella sua espressione umana e poetica, non riesce a distinguere tenerezza e dissacrazione, amore e distacco, la sua voce è stata accostata a quella di Pasolini, Genet, Cioran, Testori, Koltès, Jarman.Agli inizi degli anni ‘70, Nino Gennaro è l’anima a Corleone di un circolo FGSI, meta di studenti e di giovani disoccupati, è una fucina di informazione e formazione: libri, giornali, discussioni su qualsiasi argomento. L’8 marzo 1976 organizza a Corleone in collaborazione con l’ARCI la prima festa della donna. Nel ‘77 fu fra i fondatori del “Circolo popolare Placido Rizzotto”, chiuso in seguito al “Caso Di Carlo” (vedi la trasmissione “Le ragazze”, su Rai tre, oggi su Rai play, in cui Maria racconta in prima persona la sua versione di quanto accadde nel ‘77 a corleone). Isolato a Corleone, Nino Gennaro si stabilisce con Maria a Palermo. E da lì intensifica la sua “rivoluzione” non violenta. Con un suo gruppo di amici inventa “Teatro Madre”, una sorta di teatro clandestino senza fissa dimora fatto solo di corpi, di voci e di luce di candela, che andava di casa in casa a Ballarò, al Capo, alla Vucciria, dove capitava. «Un cuore rosso trafitto da una svastica nera era l’emblema , il simbolo di Teatro Madre», racconta Massimo Verdastro, un attore romano che adesso mette in scena diverse sue opere.
«Nino aveva ideato “Teatro Madre” – racconta Verdastro - in seguito ad un corto circuito, una libera associazione nata dalla contemporanea lettura del “Mein Kampf” e dall’ascolto di un’edizione dello “Stabat Mater” di Pergolesi al Teatro Biondo. Quell’inquietante vessillo stava a sottolineare “il nazismo” insito nei rapporti materno-filiali, e comunque nei legami di amore-possesso. Teatro Madre era comunque il contrasto forte col mondo dei padri e delle madri, ma anche un dichiarato tributo d’amore verso questi affetti imprescindibili!
Era come un avvertimento a lasciare alle spalle le “antiche viscere” e allo stesso tempo un doverci fare i conti». «Gli spettacoli scritti e ideati da Nino – aggiunge - erano interpretati da studenti fuorisede, giovani operai, disoccupati, intellettuali del “rifiuto” che portavano in scena le cose “più intime, più segrete, più difficili” nel tentativo di superare, di resistere, di continuare... con la parola, senza vergogna, con amore...».
Ad un certo punto, Gennaro smise di fare teatro e diede spazio solo alla scrittura e all’impegno nel sociale. Partecipò a Palermo al Cocipa, alle lotte per la casa, ideando e scrivendo tazebao creativi (“la casa è come il pane”). Poi, nel 1991, tornò a Corleone per stare al fianco dei redattori di “Città Nuove”, minacciati dalla mafia. E proprio nel 1991, tornò a Palermo Massimo Verdastro, che incontrò ancora Gennaro. «Nino era cambiato, aveva la barba, i capelli corti, portava gli occhiali, non aveva perso l’ironia tagliente, le battute sarcastiche, gli slanci di affetto, ma c’era in lui una grazia e una dolcezza diverse che effondevano una vibrazione di sofferenza. Seppi poi che era malato da tempo di aids. Gli chiesi dove erano finiti tutti quei suoi scritti meravigliosi, gli dissi che era un peccato tenerli chiusi in un cassetto e che qualcuno doveva riportarli in vita. Rispose: “Se vuoi farlo... tu!?” Lo feci». E non si è fermato più. Ecco un pezzo di “Teatro Madre”, scritto da Gennaro: «Riscattare riscattare mia madre, riscattare la donna che è dentro di me, riscattare le sue mani, i dorsi delle sue mani callosi di morsi e di lividi, inflitti alla sua stessa carne per impotenza. Riscattare i suoi occhi neri persi come pozzi senza fondi profondi di angoscia di urla, di lamenti, di bestemmie, di solitudine, di paura. Riscattare vite martoriate da giaculatorie, magnacce di lupare e stragi…».
Il 10 novembre del 2010, il consiglio comunale di Corleone bocciò la proposta di intitolare il centro multimediale di piazzale Danimarca (o un altro spazio pubblico) a Nino Gennaro, presentata da Dino Paternostro e sostenuta da un cartello di associazioni, quali “Corleone-Dialogos”, “Città Nuove”, Centro Impastato e Centro sociale S. Saverio di Palermo, da Umberto Santino e Anna Puglisi, don Cosimo Scordato, Alessandro Rais, Giovanni Impastato, Augusto Cavadi e Amelia Crisantino. Adesso, a distanza di trent’anni dalla sua morte, dopo che da quindici anni a Nino Gennaro è stato intitolato il prestigioso premio del “Sicilia Queer Film Fest”, non sarebbe il caso che anche la città di Corleone modificasse quella decisione, mostrando quell’apertura culturale che nel 2010 non riuscì ad avere?
Dino Paternostro


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