venerdì, marzo 27, 2026

Semplificazione e razionalizzazione, le parole che incombono nella riforma sulla disabilità a scuola


di Patrizia Gariffo

Il rischio è che l’effetto del decreto si traduca nella riduzione delle risorse e dei servizi destinati agli studenti più fragili

Nel nuovo anno scolastico, in una classe qualsiasi del palermitano, potrebbe bastare poco per cambiare il percorso scolastico di uno studente o una studentessa con disabilità. Meno ore di sostegno, un servizio di assistenza che salta senza tenere in considerazione i loro bisogni reali. È in questo scenario concreto che prende forma il Decreto legislativo 62/2024, la riforma sulla disabilità voluta dal governo e presentata come un passo avanti verso un sistema più moderno e inclusivo. 

Secondo sindacati e operatori del settore, però, dietro questa narrazione si nasconde un impianto che rischia di produrre l’effetto opposto: un arretramento nei diritti fondamentali, a partire dalla scuola. Nel mirino c’è una riforma che, sotto le parole chiave di “semplificazione” e “razionalizzazione”, potrebbe tradursi in una riduzione delle risorse e dei servizi destinati agli studenti più fragili. Il nodo centrale riguarda i nuovi criteri di valutazione, più standardizzati e restrittivi, che rischiano di comprimere bisogni complessi dentro parametri rigidi.

La conseguenza più immediata potrebbe essere la riduzione delle ore di sostegno, con un impatto diretto sul diritto allo studio e sull’effettiva inclusione in classe. A questo si aggiunge la centralizzazione delle procedure in capo all’Inps, che progressivamente sostituirà le Asp. In concreto, significa passare da valutazioni costruite da specialisti che conoscono lo studente e il suo contesto a procedure più standardizzate, basate su criteri nazionali: non più “quante ore servono davvero a quella persona”, ma “quante ore spettano in base alla categoria in cui rientra”. Una trasformazione che, secondo le critiche, rischia di ridurre la complessità dei bisogni individuali a parametri burocratici.


Le ricadute non si fermano qui. Si teme una riduzione o una frammentazione dei servizi di assistenza, dall’autonomia personale alla comunicazione, fino al trasporto. Tutto questo avviene in un sistema già segnato da carenze croniche e dove non ci sarà un corrispondente aumento degli investimenti. Nel territorio, intanto, i primi effetti si avvicinano. A Palermo e provincia è previsto l’avvio della sperimentazione dal 30 settembre 2026 e nel resto d’Italia da gennaio 2027. Un passaggio che rischia di scaricare nuove responsabilità su scuole già in difficoltà, lasciando famiglie e lavoratori a gestire un equilibrio sempre più fragile.

Sul fronte occupazionale, si profila inoltre un aumento della precarietà per docenti di sostegno e operatori dei servizi, mentre studenti e studentesse con disabilità potrebbero vedere ridursi gli strumenti necessari per una reale inclusione. Da qui la richiesta di fermare le misure che comportano una riduzione del sostegno e di invertire la rotta: più ore, più personale, più risorse. Perché il punto, al di là delle parole, resta uno solo. Quando si riduce il sostegno, non si taglia un servizio: si taglia la possibilità di un’inclusione vera. E a pagarne il prezzo, ancora una volta, sono gli studenti più fragili, le loro famiglie. Il prossimo primo aprile è previsto un sit-in di protesta sotto l’ufficio provinciale scolastico, l’ex provveditorato in via San Lorenzo.

La Repubblica, 26/3/2026

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