lunedì, marzo 16, 2026

Il libro di Massimo Verdastro sulle lettere di Nino Gennaro: la gioia come insubordinazione

Riproduzioni fotografiche delle lettere e composizione copertina Neropositivo – Gubbio. Gianluca Benedetti

di EMANUELA BAUCO
 
storica del teatro (per la rivista Limina teatri)

Nel 2025, in occasione del trentennale della morte di Nino Gennaro, il Sicilia Queer filmfest – che dal 2015 ha intitolato un premio a suo nome – lo conferisce all’attore e regista Massimo Verdastro, storico amico e principale testimone dell’intellettuale, artista eretico e irregolare siciliano. 

Da questo pre-testo nasce la pubblicazione di Caro amico ti scrivevo. Lettere 1991-1995, a cura di Massimo Verdastro (1). Lo dichiara lui stesso: «(…) ho voluto raccogliere in questo libro una selezione di sue lettere a me inviate, scritte tra il 1991 e il 1995: frammenti che non potevano più restare «chiusi in un cassetto», prigionieri di una devozione privata. C’è in queste carte una voce di fine Novecento di cui oggi avvertiamo, fisica e dolente, la mancanza; una voce che rivela uno spessore umano e poetico di una lucidità così estrema da farsi, essa stessa, corpo teatrale».


Massimo Verdastro (Foto di Gianluca Benedetti)

Il volume, oltre a rispondere a una semplice esigenza editoriale, è anche la genesi di un processo di trasmutazione: quello che trasforma la minuta autografa di un poeta in corpo teatrale. L’oggetto è il fitto scambio di riflessioni, aforismi e frammenti che Nino Gennaro diresse a Verdastro tra il 1991 e il 1995, periodo segnato dalla fase terminale della malattia di Gennaro e, contemporaneamente, da una folgorante produzione creativa. Il libro si apre con la prefazione di Lina Prosa, proseguendo con un testo di Massimo Verdastro scritto in forma di lettera a Gennaro, a cui si aggiungono i contributi finali di Silvio Benedetto, Giuseppe Cutino, Massimo Milani e Andrea Inzerillo (2).

Tutti gli scritti di Gennaro – e questo epistolario non è un caso isolato – sono rigorosamente scritti a mano.

 

Una lettera pubblicata nel volume

Per accogliere completamente il valore di queste pagine, è necessario però intercettare la genealogia del pensiero di Gennaro e la sua radice politica, ben prima di giungere alla scrittura teatrale. Più che un intellettuale nel senso classico, Gennaro è stato poeta, scrittore, attore, drammaturgo e, soprattutto, un agitatore di coscienze. 

Già negli anni Settanta, mentre era fra i fondatori del Circolo popolare intitolato a Placido Rizzotto, aveva intuito che la politica non poteva restare chiusa nelle sezioni: doveva trasformarsi in vita quotidiana. Portare la prima Giornata della Donna a Corleone nel 1975 non fu solo un atto simbolico, ma una vera e propria sfida antropologica. Nel 1977, spinto dall’ostilità di un ambiente che non tollerava la sua diversità, si trasferì a Palermo. Qui l’impegno di attivista antimafia e il suo pionierismo nel movimento LGBTQI+ crebbero simmetricamente, dimostrando con estrema lucidità come ricerca artistica e lotta sociale siano due facce della stessa medaglia.

C’è un brulichio sotterraneo in ogni storia. Nel 1978, un diciannovenne Massimo Verdastro arrivava a Palermo. Insieme a Silvio Benedetto e Alida Giardina trovò ospitalità presso l’Hotel Centrale grazie al direttore Pippo Anastasio: quell’albergo fatiscente divenne lo spazio per sperimentare un teatro ispirato ad Artaud e al Living Theatre, frequentato ogni sera dagli abitanti del quartiere e da personalità come Letizia Battaglia e Franco Zecchin. In questo crocevia culturale, e nell’incontro con la scuola Teatès di Michele Perriera – che Verdastro considera uno dei suoi maestri – avvenne l’incontro con Nino Gennaro.

Verdastro lascia poi la Sicilia, va a Milano, lavora tra gli altri con Ronconi, con Peter Stein, e torna a Palermo solo nel 1991 per interpretare il monologo di Lina Prosa, Artrosi. È in quell’occasione che Nino Gennaro lo va a vedere e Verdastro chiede di affidargli i suoi testi e le sue poesie. Gennaro gli consegna un pacchetto completo che intitola Mix per Massimo, il quale diventerà Una divina di Palermo, presentato per la prima volta in forma di reading a Monreale nel 1991, nell’ambito del Festival di nuova drammaturgia “Le opere e i giorni” di Lina Prosa e Anna Barbera. Nel 1993 il lavoro diventa uno spettacolo e i testi vengono pubblicati dalle Edizioni della Battaglia di Letizia Battaglia con il titolo La divina di Palermo. Dopo lo spettacolo a Palermo, Goffredo Fofi presenta il libro. Fofi sarà poi invitato nuovamente da Verdastro al Teatro Garibaldi di Palermo per presentare  Teatro Madre (Editoria e Spettacolo, 2005), il volume curato da Verdastro per il decennale della morte di Gennaro che raccoglie le opere portate in scena dall’attore (3).

 

Massimo Verdastro e Nino Gennaro (Foto di Giusi Gennaro)

Nella poetica di Nino Gennaro, il corpo non è mai puro dato biologico, ma si offre quale teatro di uno scontro linguistico ostinato. Susan Sontag, nel suo Malattia come metafora. AIDS e cancro (Einaudi, 1989), ci aveva suggerito di leggere nell’etimo del vīrus latino quella sostanza ambigua, sospesa tra il veleno, il miasma e la secrezione animale. Gennaro si ritrovava in quella stagione in cui l’AIDS riattivava, con la precisione di un incubo antico, un intero «repertorio di antichi orrori»; ed ecco che la sua scrittura opera una scarnificazione di quella metafora. Gennaro rifiuta la condizione di «vittima punita» o di «contenitore di un’impurità millenaria», per rivendicare la propria condizione come un atto di presenza politica estrema.

«Massimo, io morirò e tu semplicemente sarai felice di avermi conosciuto e, siccome sei un artista, un medium bello di cose belle, sarai felice anche di farmi conoscere. CAMBIATE PARTNER FATE LA CORTE ALLA GIOIA O SI È FELICI O SI È COMPLICI».

C’è qualcosa di profondamente rivoluzionario in questo suo smontare, pezzo dopo pezzo, il linguaggio della colpa, intrecciandolo soprattutto all’arte della gioia. L’invito della Sontag a «restituire il virus alla biologia» trova in Gennaro una declinazione radicale: se la società e la medicina del tempo tendevano a trasformare il malato in un untore, egli risponde trasformandolo in un testimone. Il virus smette di essere «marciume e vergogna» per tornare a essere un dato della natura con cui confrontarsi senza abbassare lo sguardo, privando la malattia di ogni nome che non sia quello di un’esperienza umana, tragica quanto altissima. Si avverte un parallelismo potente, quasi fisiologico, tra il miasma del virus e quella visione della Sicilia intesa come terra di corruzione e di morte: Gennaro conduce una battaglia simultanea contro il morbo biologico e contro quel «virus sociale» fatto di omofobia e perbenismo, che della malattia mutua il lessico della «bonifica» e dell’esclusione.

Gennaro usa la propria vita per invadere il campo del discorso pubblico, ribaltando audacemente il senso della contaminazione. Questa resistenza, questa «gioia attiva», si è depositata nel tempo in migliaia di taccuini: Libretti Gioia Attiva – minute che oggi ci appaiono come schegge di un sabotaggio necessario. «Morire non è un motivo per perdere la vita. Vivere è un buon motivo per morire. Anche la morte muore». Nelle carte inviate a Verdastro, Gennaro tratta la propria «carcassa» con una franchezza che disarma, sottraendola al silenzio per farne un manifesto. La società pretendeva l’isolamento e Nino rispondeva con l’inclusione della scrittura, mettendo in pratica quel modo autentico di abitare la malattia – spogliata di ogni immagine deformante – che la Sontag invocava nelle sue pagine. Gennaro ci lascia così un manuale di «insubordinazione», un testamento che rifiuta ostinatamente il lutto per ricordarci che la «mafiosità» interiore è, prima di tutto, rinuncia alla felicità. Perché, nel suo universo morale, non sono ammesse zone grigie: «O si è felici o si è complici».


Note:
1) Massimo Verdastro (a cura di), 
Caro amico ti scrivevo. Lettere 1991-1995, Nino Gennaro/Massimo Verdastro, EFG, Gubbio, 2025, pp. 144, euro 20,00.
2) Silvio Benedetto: artista italo-argentino poliedrico, maestro del muralismo e del «teatro dei luoghi», noto per trasformare spazi urbani e naturali in opere d’arte partecipative. Giuseppe Cutino: regista teatrale e fondatore della compagnia M’Arte, firma regie caratterizzate da una forte ricerca estetica e un profondo impegno civile e sociale. Massimo Milani: storico attivista LGBTQ+ e co-fondatore del primo circolo Arcigay in Italia; è un artista e scenografo simbolo delle battaglie per i diritti civili a Palermo. Andrea Inzerillo: operatore culturale e critico, è il direttore artistico del Sicilia Queer filmfest, punto di riferimento per il cinema d’autore e i linguaggi della diversità.
3) Tra le principali pubblicazioni e i testi teatrali di Nino Gennaro spiccano: 
La divina di Palermo (1993), La via del Sexo (1996) e la raccolta Una calia al completo, che comprende Tutto questo ridere e il diario Le rotte della vita (1994). Di particolare rilievo è il volume Teatro madre, raccolta antologica curata da Massimo Verdastro e pubblicato nel 2005 da Editoria & Spettacolo. È interessante notare come Teatro madre rappresenti un concetto polisemico nell’universo dell’autore: è, allo stesso tempo, il nome della compagnia da lui fondata, il titolo di un’opera specifica e il titolo della raccolta citata.


Emanuela Bauco

storica del teatro

per la rivista Limina teatri

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